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LA DECRESCITA INFELICE IN EUROPA, ITALIA E TORINO

Il piano degli orari della Via della Seta disegnato dall’ osservatorio Tav come se fosse un metrò

Siamo stati educati, almeno a partire dalla 2° Guerra Mondiale, a pensare che l’unico obiettivo seriamente perseguibile da parte di una società fosse l’incremento della disponibilità di beni materiali. Certo, vi erano profonde differenze fra coloro che proponevano questo benessere come realizzabile attraverso un ordinato sviluppo dei ceti produttivi in base alle leggi consolidate nella storia, e quelli che sostenevano, invece, che il pieno sviluppo delle energie produttive si sarebbe potuto ottenere soltanto con una rigida organizzazione economica diretta da un partito progressista; fra coloro che sostenevano che il benessere dovesse essere distribuito sal mercato o dallo Stato. Tuttavia, l’obiettivo finale restava lo stesso: “case, scuole, ospedali”, ottenuti attraverso l’industrializzazione: in una parola, “il Progresso” (Taguieff, “Le sens du Progrès”). Tanto il “miracolo economico” occidentale quanto la “costruzione del socialismo” ad Est furono alimentati da questo obiettivo. Fu un periodo di duro lavoro, e anche di repressione, ma che suscita tutt’ora, in coloro che l’hanno vissuto, un ricordo positivo, in primo luogo come reazione agli orrori e alle privazioni della 2° Guerra Mondiale, e, in secondo, per l’apparente successo della ricostruzione, confrontato con la “stagnazione” che seguì, in tempi diversi, all’ Est e all’ Ovest. Non per nulla le televisioni di tutta Europa continuano a propinarci ancor oggi spettacoli che richiamano i fasti provinciali di Sanremo e dei cori dell’ Armata Rossa, del Commonwealth e dell’ Ostalgie.

Oggi, però, dopo mezzo secolo di sotterranea erosione dell’economia europea, dalla morte di Olivetti allo shock petrolifero, dal debito polacco alla “Stagnazione” brezhneviana, dalle delocalizzazioni ai “defaults”, dalle sanzioni ai dazi, nessuno crede più che il futuro prometta all’ Europa un mondo di ricchezza crescente. Le statistiche sono lì a dimostrare che la quota dell’economia mondiale che si muove al di fuori dell’ Europa aumenta costantemente. Anzi, sono tutti convinti che la nostra situazione continuerà a peggiorare, almeno rispetto alla Cina, all’ India e all’ America (anche se nessuno dice veramente perché). Una spiegazione implicita, anche se detta a mezza bocca, è quella della “middle class trap”: quando un Paese raggiunge un certo livello di benessere, non sarebbe più competitivo e perderebbe anche l’incentivo a migliorare. Spiegazione che reggerebbe solo all’ interno della “Teoria dello Sviluppo” di Rostow, che presuppone che sempre e dovunque si debba seguire l’iter storico che ha caratterizzato gli Stati Uniti, mentre invece la storia sta dimostrando che l’iter dell’economia segue strade diverse a longitudini e latitudini diverse. Ed è questo che sta mettendo in crisi filosofia e religione, politica e società. Basta che certe aree non siano sotto l’influenza politica degli Stati Uniti, e le “leggi dello sviluppo” perdono di valore: basta guardare la Cina.

A mio avviso, per capire la crisi dell’Europa, dell’Italia e di Torino, occorre cumulare almeno tre effetti: l’indebolimento della tempra degli Europei er effetto educazione anti-identitaria post-bellica; il ruolo direttivo degli Stati Uniti; la scelta della decolonizzazione, fatta  accettando, direttamente o indirettamente, la Carta Atlantica.

L’“educazione antiautoritaria”,  che trova le sue radici nell’etica kantiana, che si è sviluppata (seppure con ripensamenti) con la Scuola di Francoforte e si completa con il consumismo, ha tolto agli Europei quel piglio polemico che è necessario per qualunque azione seria, anche per fondare imprese, dirigere i collaboratori, sconfiggere la concorrenza ed invadere lontani mercati. La subordinazione agli Stati Uniti ha fatto sì che si accettasse la programmazione di fatto della società da parte americana, istituzionalizzata con il Piano Marshall, con l’implicita condizione di subire sempre le priorità dell’America (“America First”), e sacrificando di conseguenza quelle europee. Come si vide con i successivi obiettivi dell’allargamento dei consumi, della democratizzazione, delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni, della deregolamentazione, dei “diritti”, delle guerre umanitarie, della lotta al terrorismo, della “politica di internet”, del blocco all’ immigrazione, ecc…La decolonizzazione, portata fino in fondo, ha portato anche a una diversa ripartizione delle funzioni sociali nella divisione internazionale del lavoro, dove i ruoli meglio pagati (imperiali, imprenditoriali, politici, finanziari, intellettuali, manageriali) sono passati gradualmente dall’ Europa all’America, alla Russia, alla Cina, all’India, al Medio Oriente, restando in Europa sempre più quelli gregari,  meramente esecutivi. Lo stesso Aiuto allo Sviluppo  è stato una forma di restituzione di ricchezza , preconizzata già da De Las Casas, per compensare gli effetti del colonialismo, alla fine del quale si dovrebbe a rigore ipotizzare che il PIL pro-capite dei Paesi donatori e dei Paesi recipienti dovrebbe risultare eguale (già oggi si è molto ravvicinato).

A meno che, nel frattempo, non fossero state inventate nuove forme di eccellenza, che ci permettessero di emergere nella competizione internazionale in modo diverso. Che è quello che ha fatto l’America con l’informatica, la Russia con l’esercito e la Cina con la Via della Seta.

Ciò avrebbero dovuto esserlo, per l’ Europa, i cosiddetti “valori post-materialistici”. Era in sostanza ciò che l’ Unione Europea ci prometteva quando parlava dell’ “Europa potenza gentile”, propositrice del federalismo, un nuovo esperimento di convivenza internazionale che avrebbe fato di noi un modello da imitare. E quello che diceva anche Jeremy Rifkin, americano immigrato in Europa che sosteneva che il “sogno europeo” avrebbe surclassato il “sogno americano”.

Nulla di tutto ciò è avvenuto. L’Europa non sta più inventando nulla, mentre, invece, l’America continua a inventare Internet e la Singularity, e la Cina la Via della Seta. Probabilmente, la nostra via ai valori post-materialistici era sbagliata.

Certo, una forma di “restituzione” ai Paesi coloniali era dovuta. L’aveva già scritto Bartolomé de Las Casas nella sua “Relaciòn sobre la destrucciòn de las Indias”. Tuttavia, a me sembra che tale restituzione sia già abbondantemente avvenuta, con l’abnorme trasferimento di ricchezza in America, e negli altri “Paesi di immigrati”, da almeno un secolo, e con 70 anni di aiuto allo sviluppo. L’Europa ha avuto in passato delle colpe, ma non si può fargliele pagare in eterno, soprattutto quando sono 500 anni che si permette invece di prosperare senza rimorsi e senza scuse ai cosiddetti “Paesi di emigranti”, che in realtà sono i veri Paesi dei genocidi e delle spoliazioni. Infine, fin qui nessuno ha considerato l’ulteriore trasferimento transnazionale di risorse che sta avvenendo comunque, verso i Paesi artici, per effetto del surriscaldamento atmosferico.

Comunque sia, si diceva, crollate le non motivate speranze di una ricchezza comparabile a quella di  epoche irripetibili, figlie indirette della mobilitazione bellica, ci sarebbero rimasti almeno i “valori” di pace, libertà e democrazia, ma anche questi, dopo decenni di partitocrazia, spionaggio, smantellamento delle imprese e dei diritti, guerre umanitarie, sembrano sempre meno realizzati, e perfino non più credibili.

Oggi, si parla solo più di “stabilità”, di “risparmio” e di aiuto ai più deboli, ma anche queste sono parole vuote, perché è evidente a tutti che l’economia europea ci sta franando sotto i piedi, che viviamo di rendita e che fra breve nulla dei “diritti sociali” resterà in piedi. Il nostro relativo benessere nesce soltanto dalla scarsa fecondità, che fa sì suddiviso che un PIL decrescente per un numero decrescente di abitanti, il PIL pro-capite resti invariato, in modo che tutti possano continuare a vivere di rendita fin che muoiono, senza lasciare eredi.

Sarebbe ora che si compisse una seria riflessione sui veri “valori post-materialistici”, che oggi vengono in realtà repressi, per esempio distruggendo il patrimonio naturale e storico, attaccando le religioni, minimizzando il ruolo della cultura classica e tagliando i fondi alla cultura.

Nel terzo trimestre del 2018, non soltanto l’economia italiana, ma anche quella europea, si sono attestate sulla “crescita 0”, quel mitico obiettivo che paradossalmente il Club di Roma, Serge Latouche e Beppe Grillo hanno indicato come positivo, e necessario da raggiungere, ma che certamente non fa piacere alla gran parte degli Europei, anzi li inquieta a tal punto da spingerli a disertare il voto (e/o a votare per i “populisti”).

Sui giornali si afferma che l’opinione pubblica (per esempio, a Torino) rifiuta la “decrescita felice”, ma nessuno (men che mai economisti e politici) è in grado di dirci come si potrà conseguire una crescita reale (vale a dire superiore all’ inflazione e all’ obsolescenza tecnologica), dato che tutte le ricette delle scuole economiche ufficiali (protezionismo e liberismo, assistenzialismo e deregulation, keynesismo e socialismo), sono già state tentate senza successo. Non sarà certo (ammesso che si faccia) la TAV, ultimo rametto ancora incompiuto della Via della Seta, a fare per noi  una reale differenza.

Sarà pure che l’opinione pubblica rifiuta la “decrescita felice”, ma questo significa solo che l’opinione pubblica non conta nulla. In realtà, l’”establishment” ha sposato da sempre la decrescita felice, vale a dire la rinunzia, da parte dell’ Europa, a rivendicare un suo peso nella divisione mondiale del lavoro, e del potere. Questo perché da sempre è partita dall’ idea che noi dovessimo essere i “followers” dell’ America, e che le cose più ambiziose (ideologia, spazio, guerra, scienza) non fossero fatte per noi. Ora, dopo un secolo di rinunce, è evidente che il gap tecnologico fra noi e le Grandi Potenze è divenuto così incolmabile, che esercita effetti pesantissimi anche sull’economia e sulla vita di tutti i giorni (per esempio, attraverso le multinazionali dell’ informatica).

Quanto, poi, all’ economia di Torino, essa va, certo, verso la decrescita più spaventosa del mondo intero, ma per nulla felice. E come potrebbe essere diversamente se abbiamo perso, nel tempo, la Corte, l’aristocrazia, la cinematografia, i computer, la moda, l’editoria, la formazione, l’aeronautica, le automobili, la finanza? Di che cosa si potrebbero occupare oggi coloro che prima erano cortigiani, ufficiali, rivoluzionari, progettisti, dirigenti d’azienda, bancari, tecnici, operai, editori, sindacalisti, e, soprattutto, i loro figli? Certo, possono sempre emigrare, ma, in un’era di “familismo amorale”, di micronazionalismi e di lottizzazioni ideologiche, quante “chances” hanno i nostri giovani qualificati di fare carriera  contro gli emigranti dal Sud e dell’ Est, contro i Tedeschi o gl’Inglesi?

E’ giunto dunque il momento di riflettere seriamente, a livello “filosofico”, su che cosa conti veramente per noi e su che cosa ci stia veramente accadendo.

1.Critica della ragione economica

Intanto, c’è del vero nelle esternazioni di Beppe Grillo, che riprendono una polemica di lunga data di ampi settori della cultura e della politica. Dopo settant’anni passati a studiare accanitamente per trovare un lavoro, a investire per il futuro, a spendere il nostro tempo in fumosi uffici, in  maleodoranti officine e su infermali autostrade; a batterci per poterci realizzare nella società; a litigare per imporre una determinata condotta aziendale o di economia nazionale, incominciamo a chiederci se il nostro errore non sia consistito proprio in questa frenetica ossessione per l’ economia. Questa fissazione ci ha istupiditi, ci ha alienati, ci ha indeboliti, ci ha impedito di comprendere come vadano veramente le cose, di dedicarci quanto conviene alla cura di noi stessi – il che significa anche alla lotta civile per fare valere le nostre ragioni, anche in campo economico-.

E i risultati di questo istupidimento si vedono: l’Europa fanalino di coda della crescita mondiale; l’ Europa senza industrie informatiche, culturali, della difesa; l’Europa protettorato dell’ America e colonizzata economicamente dall’ Asia. Non passa giorno senza che le nostre imprese siano acquisite, quale dagli Americani, quale dai Cinesi, chi dagli Arabi, chi dai Giapponesi, chi dagl’Indiani, chi dai Turchi, chi dai Russi. Noi invece non acquisiamo mai nulla in quei Paesi.

Bel risultato dopo settant’anni di sedicenti governanti europeisti, che a Lisbona avevano promesso che l’Europa sarebbe divenuta nel 2010 l’area economica più competitiva del pianeta.

La fine della politica è stata, dunque, anche la fine dell’autoaffermazione dell’Europa.

2.Guerra senza limiti

Ha ragione Grillo: in una società ben ordinata, l’economia dovrebbe costituire soltanto una parte delle nostre preoccupazioni, le altre essendo la spiritualità, la salute, la comunità, la natura, la cultura…Ma noi non viviamo affatto in una società ben ordinata, bensì in una società decerebrata, che corre deliberatamente verso l’autodistruzione.

Fermare questa corsa costituisce la nostra ragion d’essere oggi. Quale dunque l’ordine delle priorità in questo “stato di guerra” permanente contro le macchine intelligenti e un establishment traditore e suicida?

“Primum vivere, deinde philosophari”. Ma è veramente un “vivere” il sopravvivere in questo limbo in cui da decenni vediamo lo sfacelo, lo denunziamo, cerchiamo di raddrizzarlo, ci battiamo, ma non serve a nulla? Forse non abbiamo proprio riflettuto abbastanza, e non abbiamo combattuto abbastanza, o almeno non in un modo strategicamente efficace. Occorre dunque ritornare ai massimi principi, alle ragioni per cui vale la pena vivere e di combattere.

 3.Una classe dirigente perduta

E’ vano attendersi che, senza essere stata debellata sul campo di battaglia, una classe dirigente riconosca apertamente che la propria visione del mondo è sbagliata, e che, quindi, la propria leadership è inutile e dannosa. Quindi, dovremo assistere ancora per lungo tempo all’agonia di questo “establishment”, che, pur cambiando continuamente cappelli ed etichette (fascismo, Occidente, democrazia, progresso, sinistra, liberalismo, 2° Repubblica, populismo), non riesce a cambiare nella sostanza, salvo declinare ininterrottamente al ribasso, come i gamberi, le proprie rivendicazioni ideologiche: prima, il “primato morale e civile degl’Italiani”,poi, l’ eguaglianza universale, e, via via, la “democrazia”, ”, il miracolo economico, il progresso tecnico, l’ antiautoritarismo, l’ “innovazione”, i “diritti”, il costituzionalismo, la ricostruzione, almeno, la “ripresa”, la “ripresina”…

Continueranno così ancora un bel po’, trovando sempre nuovi camuffamenti per impedire di vedere i problemi e impedire una trasformazione effettiva.

Intanto , diviene possibile comprendere il filo rosso della logica di potere che ha dominato questi decenni. Ha ragione anche Chiara Appendino a difendersi dalle accuse da destra e sinistra, affermando che sono state queste ultime, e non il Movimento Cinque Stelle, a coprire il progressivo declassamento della città, coprendo con parole antisonanti come Patria e “Roma o Morte”, atlantismo e libera competizione; consolidamento,  apertura dei mercati e globalizzazione, la realtà vera di una città che si arrendeva senza combattere.

 4. L’economia quale strumento d’indipendenza

Il dibattito sul “reddito di cittadinanza” ci permette di comprendere quale sia la funzione più importante  dell’economia nella società postmoderna. Se la maggior parte della popolazione dovesse veramente essere mantenuta dallo Stato, come ormai quasi tutti credono,e alcuni, addirittura, propugnano,  la prima sconfitta sarebbe quella della libertà: lavoro e ricchezza sono infatti due forme fondamentali dello “jus activae civitatis”. Esse non sono valori fini a se stessi, bensì due strumenti con cui le persone libere possono condizionare la società, e, in tal modo, contribuire a fare la storia. Se si tolgono loro queste due forze, divengono ciechi strumenti di una volontà impersonale: il Servo Arbitrio, la Volontà Generale, il General Intellect, la Singularity.

Ma, come dicevo, noi non viviamo in una società normale, bensì in uno stato di guerra civile mondiale: abbiamo una ben precisa guerra da combattere (la “Guerra senza Limiti”), quella contro il dominio, sulle persone, delle macchine intelligenti. Orbene, come in tutte le guerre, ci vogliono i combattenti e i soldi. Per questo l’economia continua ad essere importante: serve, o, meglio, dovrebbe servire, innanzitutto, per  addestrare i lavoratori/cittadini a controllare le macchine intelligenti e per generare quelle risorse che ci permettano di fronteggiare l’escalation tecnologica che si sta sviluppando a livello mondiale. L’Europa è oggi purtroppo all’ultimo posto nella società digitale mondiale, dopo USA, Cina, Russia e India.

 5.Che cosa non va dunque nell’ economia europea?

Ho scritto spesso in questo blog circa i limiti dell’economia europea. Oggi, due anni dopo l’elezione di Trump, le nostre analisi si sono rivelate più esatte di quanto mai avessimo osato immaginare: si tratta del cosiddetto “contingentamento dell’ Europa” profetizzato da Trockij e realizzato in esito alle due Guerre Mondiali. Affinché si perpetui il mito dell’America quale guida dell’ Umanità, occorre, occorre che nessuno ne offuschi il primato simbolico, soprattutto nessuno in Occidente. Altrimenti, nessuno crederà più, non solo alla sua missione provvidenziale, ma, alla fine, neppure alla Modernità quale sbocco finale e necessario della Storia.

Con le due guerre mondiali, l’ America si è garantita dunque il controllo dei “rubinetti” con cui può regolare a suo piacimento lo sviluppo dell’Europa: l’ideologia; le lobby; la finanza; i media; la tecnologia; la bomba atomica; le basi militari; il dollaro; le multinazionali. Grazie a tutto questo, ha potuto trasferire le contrattazioni finanziarie da Londra a New York,  l’arte astratta da Parigi a New York, le industrie militari dalla Germania e le prime tecnologie digitali dall’Ungheria e dalla Polonia; ha potuto programmare l’economia europea con il Piano Marshall; stroncare Olivetti, Concorde, Minitel; comprare le multinazionali europee; scremare tutti i business con il web e i paradisi fiscali; strangolare il business con la Russia e l’ Iran e rendere più care le nostre esportazioni; prelevare una tassa maggiore per la difesa nonostante le nostre difficoltà economiche.

Ancora oggi, l’America condiziona perfino il nostro modo abnorme di essere filo-russi, sotto la pesante ombra di Trump.

6.Dal contingentamento americano allo svuotamento dell’ economia novecentesca

Potrebbe andare peggio? Certo che può andare peggio; in un certo senso, va  già peggio.

E’ brutto essere un protettorato contingentato, ma è ancora più brutto essere contingentati da un Paese che sta diventando a sua volta una colonia. Ora, come osserva Foer nel suo “I nuovi poteri forti”, le Big Five stanno svuotando delle sue prerogative lo stato americano, conducendo una loro politica autonoma con la Cina; manipolando le elezioni, l’editoria e i media; imponendo un succube conformismo agli intellettuali; sovrapponendosi ai servizi segreti; imponendosi al presidente; declassando le multinazionali. Fra breve, lo Stato americano sarà una semplice colonia delle Big Five, e noi il protettorato di una colonia.

Peggio ancora è l’essere il protettorato di una colonia quando il colonizzatore va verso la guerra contro una coalizione invincibile: quella eurasiatica ( il Comitato di Difesa di Shanghai).

 7.Gli scambi con l’ Eurasia: una “leva” per riequilibrare i poteri con gli USA

Per uscire dalle prospettive, assai prossime, della recessione, aggravata dalla certezza dell’impossibilità del rilancio, per mancanza di idee, dell’economia europea, ma soprattutto dall’ affermarsi della Società delle Macchine Intelligenti e ancor più dal rischio incombente di guerra fra l’America e il resto del mondo per difendere la propria egemonia, l’unico salvagente a cui aggrapparsi è un possibile contrasto all’ egemonia americana appoggiandosi alla crescente influenza dell’Eurasia.

Fortunatamente, nell’elogiare la TAV, i promotori della manifestazione torinese hanno pronunziato le fatidiche parole “Eurasia” e “Via della Seta”, che oggi costituiscono le uniche uscite di salvataggio dal declino. E, in effetti, ben pochi sanno che la TAV è una delle ultime maglie della Via della Seta: una delle poche ancora non completate.

Se la politica è, come diceva Bismarck, un “parallelogramma delle forze”, allora è un fatto obiettivo che la “ragnatela” che avvolge il mondo a partire dall’ America si sta lacerando in vari punti: nel Mar della Cina, in Medio Oriente, in Africa. Emergono punte avanzate della Cina in Pakistan, Kenya, Etiopia,Grecia, Serbia, Ungheria, Italia. La Russia ha i propri agganci in tutta Europa, in Siria, in Iran, ma anche in Israele.

Tutto ciò non può non avere il proprio impatto anche a Bruxelles e negli Stati Uniti, e infatti lo ha. Suoi prodotti: i “4 di Visegrad”, i “16+1”, l’ ASEM, Trump. Per ora, si tratta di una trasformazione infinitesimale: nessuno di questi fenomeni ha ancora realizzato il “sorpasso” della Cina sugli USA, né la fuoriuscita di nessun Paese dalla visione del mondo scientista e messianica nata da Cristoforo Colombo e da Bacone. Tuttavia, s’incominciano a sentire i primi scricchiolii dell’impianto puritano e atlantico in cui siamo ingabbiati: il ritorno, nel discorso pubblico, delle antiche religioni e dei classici delle filosofie orientali e occidentali; una certa qual maggiore confidenza in se stessi di molti popoli; la ripresa, da parte di molti governanti europei, della “politica dei due forni” cara ai vecchi governi democristiani (cfr. p. es., Tsipras, Orban,Salvini, Di Maio, Heiko Maas, Macron….).

Certo che Macron ha effettivamente detto che la politica europea di difesa è diretta anche contro gli Stati Uniti. Ma è quello che diceva sempre anche De Gaulle, quando affermava che la “Force de Frappe” dev’essere “à tous les azimuths”. Ma perché mai non dovrebbe esserlo, quando Trump stesso considera gli Europei come dei nemici e lo dice anche?

Comunque sia, queste prime avvisaglie potrebbero annunziare una trasformazione reale se anticipassero una politica unitaria dell’ Europa. Lo stanno intuendo tanto l’attuale “establishment” , quanto i sedicenti “sovranisti”. Nessuno dei due ha però un progetto strategico convincente, perché nessuno dei due osa affrontare il tabù che è alla base dell’ attuale sistema: la subordinazione culturale, storica, ideologica, politica, militare, economica e sociale all’ America, che viene documentata da sempre nuovi, ponderosi libri in tutti i campi dello scibile, dalla storia(Israel), all’economia (Eichengreen, Steil), alle relazioni internazionali (Hathaway,Shapiro).

Se, nell’ analisi delle ragioni remote della crisi, si partisse dallo studio approfondito della subordinazione complessiva dell’ Europa,   quest’ultima farebbe poi relativamente in fretta a darsi un’autonoma cultura, a organizzare una “sovranità digitale europea”, a  creare una leadership coerente, a organizzare dei “campioni europei” in sostituzione degli ormai pochi e obsoleti “campioni nazionali”.

E si riuscirebbe anche a rispondere a Trump:

-che non c’è alcuna ragione per cui l’America debba spendere per la difesa più di 700 milioni di dollari l’anno, cioè la metà della spesa militare mondiale, che costituisce obiettivamente una minaccia per tutti i Paesi del modo, e il maggior incentivo per la corsa agli armamenti;

-che, se Europa e Usa vogliono restare alleate, occorrerà ridimensionare gli obiettivi militari, dall’ offesa alla difesa;

-che, ammesso che l’Europa aumenti le proprie spese, non lo dovrà fare in modo funzionale alla difesa americana, bensì fornendosi di ciò in cui essa è oggi carente (intelligence, cyberguerra, nucleare, missili ipersonici, armi spaziali), e favorendo la propria industria della difesa.

Solo in quell’ atmosfera avrebbe senso parlare di “valori non materialistici”, che non sono quelli della società dei consumi o del livellamento verso il basso, bensì quelli tradizionali dai tempi dell’Epoca Assiale: spiritualità, eccellenza, estetica, libertà, patriottismo, cultura…., che l’ Europa condivide con gli altri popoli dell’ Eurasia.

Solo così si potrebbero realizzare veramente gli obiettivi conclamati a vuoto dalla destra e della sinistra: una vera sovranità, la ripresa del nostro ruolo nel mondo, il rilancio del PIL;occupazione, investimenti sociali e infrastrutturali, diritti dei lavoratori).

Il fatto che nessuno ne voglia nemmeno sentir parlare dimostra invece che, non soltanto la sinistra europea come denunziato dal Presidente della RAI Foa, riceve, cospicui finanziamenti dall’ America, bensì anche i sovranisti, per esempio nelle elezioni olandesi. E, a parte ciò, quante sono le “connections” con fondazioni, università, ecc…? Due esempi per tutti: l’attuale Presidente della Commissione, Juncker, è stato il grande architetto delle agevolazioni fiscali che, negli ultimi 40 anni, hanno permesso alle big five di sottrarre all’Europa la quasi totalità del loro reddito.

Quanto al suo predecessore, Barroso, non aveva esitato, dopo il pensionamento, neppure un mese a entrare a pieno servizio presso il suo vero padrone: la Lehman Brothers.

 

Lo schema fiscale con cui le multinazionli americane hannno svuotato l’ Europa

A Torino la XIII conferenza sulle Alpi

A Torino la XIII conferenza sulle Alpi

(pubblicato su Articolo 3 Quotidiano online – clicca per leggere)

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Certamente, l’integrazione europea è stata un fenomeno onnipresente nella nostra storia, ma passato per lo più inosservato.

Per esempio, gl’incredibili passi in avanti nell’unificazione europea realizzati dalla Casa giulio-claudia, che aveva aggregato all’ Impero Romano Francia, Benelux, Germania Occidentale, Svizzera, Austria, Croazia. Oppure, quando, sotto carlo V, facevano capo agli Asburgo Germania, Benelux, Austria, Svizzera, Boemia, Italia e Spagna. O, infine, anche e soprattutto oggi, quando ogni campo dell’attività umana, dalla religione alla scienza, dalla filosofia politica allo Stato, dai Partiti  alle imprese, dalla cultura alla scuola, dalle Regioni alle città, ha una sua estrinsecazione“europea” (dalla Lettera Pastorale “Ecclesia in Europa” al CNR, dal federalismo all’Unione Europea, dall’ ASI ai Gruppi Politici del Parlamento Europeo, dall’ Euro alle Società  Europee, dalle Accademie Europee a Erasmus, dalle Macroregioni alle Capitali europee della Cultura.

Eppure:

-non lo sa nessuno, neppure gli addetti ai lavori

-tutto viene abbozzato, e poi lasciato lì, incompleto. Si è così infatti giustamente parlato di “Cantieri europei” (“Baustellen Europas”, a cui si riferisce l’omonima collana di libri della Casa Editrice Alpina ; cfr. http://www.alpinasrl.com/category/collane/baustellen-europas/)

E’ comunque interessante quest’ aspetto quasi esoterico, quasi che qualcuno avesse paura di fare sul serio, ma tenesse tutto pronto per la prima buona occasione. Così come, da sempre, tuti gli eserciti del mondo tengono pronte, in magazzini reconditi, decine di milioni di divise piene di naftalina , di vecchi fucili e qualche miliardo di insipide gallette, che ne estraggono solo per le “esercitazioni”, le “grandi manovre” e le “mobilitazioni generali”. Infatti…non si sa mai che cosa potrebbe accadere….

Il nostro punto di vista è che la crisi del sistema si stia avvicinando a un punto tale, da rendere necessaria una rassegna di questo armamentario, un esercizio per vedere se potrebbe funzionare ancora, un apprendistato da parte dei cittadini, come nel caso delle esercitazioni militari.

Sono stato, infatti, ufficiale dell’ Amministrazione Militare. Fra l’altro, in un “Deposito Divisionale”, cioè di uno di quei dimessi magazzini dove sono depositate divise, viveri e munizioni. Ho partecipato a un paio di esercitazioni, quando si svegliavano le reclute nel cuore della notte, e li portava sulla riva del mare (nel caso specifico, a Paestum), per sparare all’ impazzata come nello Sbarco in Normandia.

L’armamentario della cultura e del diritto comunitari dev’essere ripreso e ricollaudato come l’equipaggiamento di un’armata dormiente.

1. Cos’è la Convenzione delle Alpi?

Ho detto tutto questo perché, la prossima settimana, nei giorni 20 e 21, avrà luogo, a Torino, la XIII Conferenza delle Alpi, un evento importante per la vita dell’ Europa. Infatti, giustamente l’Unione e gli Stati membri si erano preoccupati fin dal principio che l’ Unione non divenisse (come invece sta purtroppo succedendo), un mostro burocratico distaccato dai cittadini, e attento solo alle esigenze di potere delle grandi potenze, della finanza anonima e delle burocrazie nazionali. Per evitare questo, l’Unione si è data la sua politica culturale, la sua politica sociale e la sua politica regionale, attraverso le quali essa contava di entrare in contatto con le esigenze reali dei cittadini, permettendo loro di partecipare, e creando, così, uno “spirito di corpo” europeo.

Purtroppo, in questo come in tanti altri campi, le cose hanno preso una direzione diversa da quanto previsto. I fondi europei, che avrebbero dovuto essere gestiti fra Unione ed Enti locali per stimolare le iniziative vicine alle popolazioni, sono divenute un opaco flusso di denaro spesso inutilizzato, gestito per scopi non chiari da anonime burocrazie. Le Regioni, che, con la loro autonomia fiscale, avrebbero dovuto esprimere il controllo dei cittadini sull’uso della cosa pubblica, sono divenute una delle fonti principali di spreco e di corruzione.

Tutto il fenomeno euroregionale e macroregionale, che avrebbe dovuto tenere conto dell’ esistenza di identità storiche ben consolidate, che travalicano i confini degli Stati Membri, sono divenuti un inflazionato fatto esoterico, in cui si accavallano Euroregioni, Macroregioni e “GECT” della cui esistenza non sono più consapevoli neppure i politici che senza interruzione li creano e li distruggono. Non parliamo, ovviamente, dei cittadini…

In una primissima fase, le Euroregioni erano state create dalle regioni frontaliere stesse, spesso in aree linguistiche transfrontaliere, come il Tirolo, il Lussemburgo e i Paesi Baschi, per fruire dei fondi che l’Unione destina alla cooperazione transfrontaliera. A quell’ epoca, gli Stati membri ignoravano le Euroregioni, negando ad esse qualunque valenza, tanto politica, quanto giuridica.

In una seconda fase, fu creato uno Statuto Standard, e il Comitato delle Regioni (altro illustre sconosciuto) se ne fece paladino.

In una terza fase, l’unione creò il GECT (Gruppo Europeo di Cooperazione Transfrontaliera), in modo da far entrare le Euroregioni nel mondo del diritto pubblico. Non mancarono, per altro, già in questa fase, controversie giuridiche fra Stati Membri e Regioni a proposito delle competeze dei GECT (prima fra le quali quella fra lo Stato Italiano e la Regione Liguria per lo statuto del GECT “Alpi-Mediterraneo”).

In una quarta fase, certe regioni, come quelle alpine dell’ Austria, della Svizzera e della Germania, si dichiararono fautrici di aggregazioni più ampie e più potenti: delle Euroregioni più grandi, le Macroregioni. Ma, anche qui, la natura e il ruolo delle Macroregioni restavano nel vago: come avrebbero potuto coesistere con le Euroregioni?

In quest’ultima, recente, fase, entrano in scena l’Unione Europea e gli Stati Membri, i quali si accorgono, finalmente, che le Regioni sono troppo deboli per operare su questi temi, e che  le politiche regionali della UE, che si pretendeva fondate sul Principio di Sussidiarietà, e, quindi, sullo spontaneismo “dal basso” delle Regioni stesse, non funziona, e che, pertanto, si impone un’esigenza programmatica centrale, da parte dell’ Unione stessa. Ma come “far passare” un siffatto messaggio in un momento in cui, da un lato, gli Stati Membri rifiutano tale ruolo imperativo dell’ Unione, e, dall’altro, la retorica politica dominante rigetta ogni idea di programmazione? Da un lato, concentrandosi su esigenze naturali obiettive, come per esempio quelle del commercio nel Baltico,  esistenti dai tempi dei Venedi, dei Paleoslavi, dei Variaghi dei Vikinghi e  dell’ Hansa; quella della navigazione del Danubio, sede della prima civiltà europea, e a cui,  con la Convenzione di Parigi (1856), Austria, Francia, Gran Bretagna, Russia, Regno di Sardegna e Turchia avevano stabilito la piena libertà di navigazione e l’uguaglianza di trattamento per tutte le bandiere. A questo scopo erano stati creati due organi internazionali: la Commissione europea del Danubio (CED), con il compito di eseguire lavori di drenaggio e la Commissione degli Stati Ripuari, con lo scopo di elaborare un regolamento per la navigazione e la polizia fluviale. Tale regime di libertà rimase immutato anche dopo la Prima guerra mondiale.

Infine, ed è il caso che ci interessa, la Macroregione Alpina, che comprende praticamente tutti i territori che Augusto aveva unificato e che sono descritti al Trophée des Alpes di La Turbie:

« All’imperatore Augusto, figlio del divo [Giulio] Cesare, pontefice massimo, nell’anno 14° del suo impero, 17° della sua potestà tribunizia, il senato e il popolo romano [eressero] poiché sotto la sua guida e i suoi auspici tutte le genti alpine, che si trovavano tra il mare superiore e quello inferiore sono state assoggettate all’impero del popolo romano. »

2. La Convenzione delle Alpi e la XIII Conferenza delle Alpi.

trofeo-delle-alpi-300x199(Trofeo delle Alpi)

La Convenzione delle Alpi è un trattato internazionale sottoscritto dai Paesi Alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Monaco, Slovenia e Svizzera), e dall’Unione Europea con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile nell’area alpina: “La Convenzione delle Alpi mira ad armonizzare la protezione e lo sviluppo economico, con l’obiettivo di sostenere le Alpi sia come spazio di vita per la popolazione e la natura, sia come zona di attività economica. Le Alpi, con il loro capitale di biodiversità e le riserve di acqua e legno, sono un ambiente naturale, culturale, di vita e di lavoro per quasi 14 milioni di persone nonché un’importante destinazione turistica che attira circa 120 milioni di visitatori ogni anno”.

La Conferenza delle Alpi si occuperà dei seguenti temi principali:

  • Cambiamenti climatici ed energia: sotto la guida della presidenza italiana, sono state preparate le “Linee Guida per l’adattamento ai cambiamenti climatici a livello locale nelle Alpi”.
  • Demografia e occupazione nelle Alpi: Il Report completo sarà adottato dalla Conferenza, mentre il prossimo report, che sarà pubblicato nell’autunno 2016, tratterà il tema della green economy nelle Alpi.
  • Strategia Macroregionale per le Alpi (EUSALP): la strategia è al momento in fase di elaborazione e diverrà realtà nell’estate del 2015.
  • Gruppo di verifica: è un organo incaricato di controllare l’adempimento degli impegni e degli obblighi risultanti dalla Convenzione delle Alpi
  • EXPO 201
  • . Partecipare alla  XIII Conferenza delle Alpi.

Proprio per i motivi enumerati all’ inizio di quest’articolo, non crediamo certo di essere meno critici del verticismo degli organi europei (fra i quali la stessa Macroregione Alpina) di quanto non lo sia il cittadino medio europeo, il quale, da un lato, nota, con crescente raccapriccio,  l’incapacità dell’”establishment” di affrontare in qualsivoglia modo l’inesorabile declino dell’ Europa, da “donna di province” a “bordello”, per usare i classici termini usati da Dante per l’Italia del Medioevo,  e, dall’ altro, si accorge in ogni momento che esistono enormi e incredibili risvolti della vita pubblica (dal Datagate al TaxLeaks, dalla fuga della Fiat alle politiche regionali), di cui nessuno aveva mai loro parlato.

E, tuttavia, fedeli a un’etica di servizio, sarebbe il caso di dirlo, anche se inattuale, da ufficiale e da servitore dello Stato, nonché in quanto cocciuti abitatori della parte più alta e impervia delle Alpi, continuiamo a cercare di salvare quanto di valido c’è in tutte queste esperienze. E, per quanto qui trattato, nell’idea di una Conferenza delle Alpi, espressione, bene o male, di quest’ ancestrale identità dei “Popoli Alpini”, di cui con ammirazione parlavano già Hoelderlin e Nietzsche.

La Casa Editrice Alpina e l’Associazione Culturale Diàlexis, vogliono offrire ai nostri concittadini dei Popoli Alpini, e, in primis, ai Piemontesi, l’occasione di condividere l’orgoglio per ciò che ancor oggi si sta facendo per le Alpi.

Certo, è sempre troppo poco. Abbiamo dovuto partecipare, addirittura, per quanto indirettamente, a dei lutti dovuti all’ inaccettabile degrado naturale delle nostre  Alpi.

Non abbiamo mancato, in questi mesi, di tenerci nel più stretto contatto con tutte le possibili Istituzioni del nostro Territorio, per garantire la presenza, in questi processi, dei cittadini delle Regioni Alpine: Presidenza dell’ Unione, Governo, Presidenza Italiana, segretariato, Enti locali. Come risultati, abbiamo ottenuto:

-il Convegno del 19 Novembre presso il Consiglio Regionale, nel quale potranno confrontarsi federalisti europei, esperti di realtà transfrontaliere, esponenti delle nuove tecnologie e dell’editoria e cittadini delle nostre Regioni, al fine di elaborare concreti progetti euroregionali per rilanciare l’occupazione.