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EDUCAZIONE CIVICA E SOCIETA’ DIGITALE:COMMENTO A PAOLA MASTROCOLA

I Balilla cominciavano a 6 anni

Paola Mastrocola ha giustamente “letto” taluni aspetti inquietanti del Piano Scuola 2020 alla luce dell’ avanzata dell’ Intelligenza Artificiale. In sintesi, l’introduzione dell’educazione civica fino dal terzo atto di età le appare (giustamente) come una distopia totalitaria, che supera l’irreggimentazione dei Balilla e dei Pionieri (che per altro incominciavano ad essere inquadrati a 6, e, rispettivamente, 9 anni, non a 3): “Il secondo pensiero, triste, è che ci vogliano pilotare, programmare, indottrinare, fino dalla più tenera età”


Horkheimer e Adorno: anche la tecnocrazia occidentale è totalitaria

1.Congedo dal pensiero critico

Giustamente, l’ Autrice mette in rilievo l’abbandono dell’ obiettivo principale di un tempo, quello di “agevolare la nascita di un pensiero critico….Desiderano fare di noi, quasi appena nati, dei soldatini obbedienti  al sistema, asserviti all’ ideologia dominante (un misto di pensiero green, politicamente corretto e idolatria digitale) in vista di quella democrazia digitale per cui staremo tutti ordinatamente davanti a un computer, tutti lanciati su piattaforme virtuali dove – temo- ci chiederanno fin da bambini di esprimere preferenze, opinioni, voti, punteggi, chissà su chi e su che cosa.”

In effetti, il richiamo al pensiero critico aveva senso nello Stato liberale, dove si fronteggiavano le culture e le ideologie maturate in epoca illuministica e romantica: il cristianesimo scolastico dell’educazione gesuitica e l’anarchismo romantico alla Proudhon; le nostalgie demestriane per l’ Ancien Régime e le varie scuole marxiste; la fedeltà alla monarchia risorgimentale e il socialismo umanistico; il liberalismo borghese e il cristianesimo sociale; il nazionalismo e la tecnocrazia positivistica. I giovani erano chiamati a scegliere fra le varie opzioni esistenti sul mercato. La loro “cittadinanza attiva” aveva oggetto il confronto fra le diverse opzioni.

Certo, questa libertà scelta non è stata eliminata dalla scuola, bensì dall’ evoluzione della società, perché, nell’omologazione generale,  non c’è più  opzione  fra trono e altare da una parte e rivoluzione dall’ altra; fra fideismo e ateismo; fra militarismo e renitenza; fra Stato e mercato. E, tuttavia, non è che l’umanità non sia più confrontata a delle scelte, come quella fra il fanatismo tecnocratico alla Kurzweil e la critica della tecnologia di Joy; fra l’omologazione del “politicamente corretto” e le varie forme d’identitarismo; fra l’ideologia LGTB e i difensori della famiglia tradizionale; i cantori dell’Occidente e gli appassionai di Terzo Mondo, d’ Islam o di Oriente. I legislatori sembrano dare per scontato che ai giovani d’oggi non possa aprirsi nessuna scelta, ma che, invece, vi sia una strada obbligata, quella stabilita dalle autorità.

La formazione che veniva offerta nella scuola del secolo scorso, con tutte le sue limitazioni, era un’educazione “liberale” nel senso più pieno, cioè di ”afthonos” (magnanima, senza invidia): un’edicazione storicistica, che comprendeva lo spirito tragico dell’ Ellade arcaica e la”paideia” dell’ Atene classica; la rigidità morale di Cicerone e l’acutezza politica e militare di Cesare; il messianismo imperiale e quello giudaico-cristiano; il tomismo di Dante e il realismo di Machiavelli; il disincanto di Leopardi e  l’insegnamento concordatario della religione….

Per altro, buona parte delle cose previste dalla Direttiva europea sulla Cittadinanza attiva, dalla legge italiana e dal piano scuola che ne deriva, ci venivano insegnate anche allora, come conseguenza spontanea della ricchezza della società, senza bisogno di direttive, leggi, direttive e allegati: l’”Inno e la bandiera nazionale”, che cantavamo inquadrati in forma quasi militare; l’Unione Europea, di cui i Giovani Federalisti ci proiettavano le filmine; l’”educazione alla salute, alla tutela del’ ambiente, il rispetto per gli animali e i beni comuni, la protezione civile”, attraverso la Festa degli Alberi, la visita allo zoo e ai parchi cittadini, la Società di San Vincenzo. Tuttavia, non vi era lo sforzo pedagogico di creare una “memoria condivisa” Come scrive giustamente l’Autrice,”Tutto il resto è ideologia e indottrinamento, più o meno sotterraneo”.

I Pioniri Jugoslavi

2.Pensiero unico e informatica

L’accenno contenuto all’inizio dell’articolo al conformismo digitale è tutt’altro che casuale. Essa si accompagna infatti a uno sforzo veramente notevole delle istituzioni, ivi compresa la Chiesa, per dimostrare che, con un’adeguata impostazione razionale, l’avanzata inarrestabile dell’ informatica non costituisce una minaccia per l’ Umanità, A mio avviso, essa non è solo una minaccia, bensì è già un depauperamento dell’Umanità. Come rilevavano già Hoelderlin e Max Weber, già lo sforzo della teologia di inquadrare la religione, nonché quello dello Stato di limitare la violenza avevano prodotto il “disincanto del mondo”, racchiudendo l’uomo in una gabbia d’acciaio, e togliendogli la capacità di “viverre poeticamente”. Il “governo delle regole” è in realtà una spersonalizzazione e un’alienazione. Quando, poi, le  decisioni fondamentali dell’ Umanità, quelle sulla guerra nucleare, sono state delegate a un sistema informatico deliberatamente non controllabile dall’ uomo, quest’ultimo ha già perduto la “sovranità”, cioè il “potere di decidere sullo stato di eccezione” .

Questo non significa avallare il “Determinismo tecnologico”, bensì chiarire quanto sia difficile la battaglia contro di esso. La questione fondamentale diviene quella di ricercare una sorgente di forza per combattere questa battaglia:”Inventiamoci al più presto un’alternativa, una zattera di salvataggio dove mettere un bel po’ di libri, le favole col lupo cattivo, la principessa sul pisello e Pollicino, e poi a seguire la letteratura, l’arte, la bellezza.”

La soluzione del Principe Mishkin: “Mir spasiòt krasotà”.

Tutto vero, ma non basta. Infatti, la generazione che dovrà affrontare le Macchine Intelligenti dovrà essere una generazione non solo appassionata, ma anche dotta e combattente.  Dovrà conoscere la cultura del proprio Paese, ma sapere moltyo di Europa e qualcosa anche degli altri Continenti; dovrà padroneggiare completamente la tecnica per poterla guidare.

Su questo fabbisogno enorme di cultura, di formazione e di conoscenza, purtroppo, direttive, leggi e direttive tacciono prepotentemente. Sarebbe ora di rifare il “Processo di Bologna”, rivedendo radicalmente il quadro delle competenze necessarie “ai  cari Europei di oggi e di domani” a cui Nietzsche aveva dedicato i pensieri consegnati alla signora Roeder-Wiederhold.

La casa dove Nietzsche dettò gli appunti sui “cari Europei di oggi e di domani”