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DAL VERTICE NATO ALLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

Il libro “La nuova guerra civile” dell’ anno scorso, tratta della distruzione dell’ Europa conseguente ai suoi dissidi interni

Come sempre, accolgo con interesse le iniziative del Professor Cardini, ultima fra le quali,  quella di concentrare, tramite il suo blog, sul rapporto con la NATO l’attenzione del pubblico, sollecitando i commenti dei lettori. Mi sembra infatti che il Presidente Macron, al di là delle sue contingenti prese di posizione, stia avviando proprio in questi giorni, con le sue esternazioni,  una vera e propria rivoluzione ideale sulla geopolitica dell’ Europa,  in termini che vale la pena di commentare testualmente: « J’essaie de comprendre le monde tel qu’il est, je ne fais la morale à personne. J’ai peut-être tort. »

A mio avviso Macron ha però torto almeno quando afferma che non si può rimproverare a qualcuno di non aver visto in passato ciò che si stava avvicinando ( « Peut-on reprocher à quiconque de ne pas l’avoir vu il y a cinq ou dix ans?)” .In effetti, le verità sulla NATO, sulla guerra informatica e commerciale e sulla società del controllo totale si potevano prevedere da almeno 20 anni, se non da 70, quando  noi ne avevamo appunto scritto. Cito solo alcune tappe fondamentali della rivoluzione esistenziale in corso:

-1941-1960: conferenze Macy sull’informatica;

-1968: “2001 , Space Odyssey” di Kubrick , realizzato insieme alla NASA;

-1993: conferenza alla NASA di Vernor Vinge sulla Singularity;

-2000: “The future does not need us”, di Bill Joy;

-2005, “The Singularity is near”, di Ray Kurzweil;

-2007: Prism;

-2011: “The Net Delusion”, di Evgeny Morozov;

-2013: fuga di Snowden.

Coloro che non hanno visto (o non hanno voluto vedere) queste realtà sono i leaders dei Paesi europei, che in teoria sarebbero pagati profumatamente per guidare il nostro Continente studiando il futuro, ma che invece hanno ben altre priorità.

Quanto ai cittadini europei, come scrive Cardini,”se la NATO bombarda da qualche parte tra Europa, Asia e Africa, ne siamo tutti responsabili. I nostri politici e i nostri media accettano la cosa come se fosse del tutto normale e ne parlano il meno possibile. Vorremmo impegnarci a modificare questa situazione: ad essere più coscienti, più attivi, più presenti. Magari a rimettere in causa anche le ragioni per le quali, in passato, tanti europei hanno riposto tanta fiducia e tanta speranza in quell’organismo. Lo meritava davvero, oltre settant’anni fa? Lo merita ancora, oggi? Chi decide al suo interno? Quanto ci costa? Quanto incide sulla nostra sovranità politica e territoriale? Tutti ne siamo corresponsabili, nessuno può tirarsi fuori: abbiamo coscienza di tutto ciò? O preferiamo seguire l’esempio di quanti, a proposito della Shoah, hanno detto ‘io non so, io non c’ero, io non ne sapevo nulla?’ ”

Perciò, raccogliendo l’invito di Cardini, dedichiamo anche noi questo post alla NATO e al Vertice di Londra di questa settimana.

La “Repubblica dei due Popoli”, vale a dire la Grande Polonia dei Secoli XVII e XVIII

1.L’”aurea libertà” dell’aristocrazia polacca e la distruzione dell’ Europa

Credo che la situazione attuale dell’Europa possa essere illustrata bene con l’esempio storico del declassamento e del crollo, nel XVIII Secolo, della “Repubblica Polacco-Lituana”, multinazionale e multiculturale, per due secoli il più grande Stato d’Europa, distrutto in duecento anni dalla fondazione per colpa della sua inadeguatezza istituzionale. Il Regno polacco, trasformatosi nel 1659 nella “Repubblica dei due Popoli” (comprendente anche Prussia, Paesi Baltici, Bielorussia, Ucraina, Moldova e un “Parlamento dei Quattro Paesi” ebraico), alla fine del XVII Secolo era retto dal principio del “Liberum Veto”, che prevedeva, per qualunque decisione, il consenso di tutti i membri della Dieta federale. Questo sistema, che assomigliava molto al sistema consensuale delle attuali Istituzioni europee, veniva definito apologeticamente come “Aurea Libertà”, perché garantiva un potere enorme ai ceti privilegiati; in realtà, esso condusse la “Repubblica”, nel giro di un secolo, alla sparizione e i suoi popoli all’ asservimento. Si diffuse in proposito un gioco di parole. Mentre i sostenitori dell’ Aurea Libertà avevano coniato il motto “Nie rządem Polska stoi, ale swobodami obywateli” (La Polonia prospera non per il suo governo, ma per le libertà cittadine), i critici ne leggevano l’incipit come “nierządem”, cioè ”disordine”: dunque, “La Polonia si regge sul disordine”. La stessa ambiguità vale per l’Unione Europea, dove viene oggi esaltato ogni genere di libertà, ma, in realtà, su qualunque argomento siamo condannati ad attuare semplicemente il volere di poteri esterni, che mirano al nostro asservimento e alla distruzione del nostro Continente, mentre chi ne trae profitto è soltanto una casta “bibéronnée dans les campus américains”(come scrive Le Monde Diplomatique), i cui lussi e i cui capricci vengono contrabbandati come “diritti umani” dall’ideologia del “liberalismo progressista”. Secondo Mearsheimer, infatti, lungi dal costituire una meritoria e disinteressata forma di impegno civile,  “l’egemonia liberale è una strategia di pieno impiego per l’establishment della politica estera”.

Un importante corollario del Liberum Veto era il divieto di riforme legislative senza l’unanimità dei notabili: “Nic nowego brzez nas” (“nulla di nuovo senza di noi(anche questo un possibile motto dell’Unione, dove gli stessi temi, e, in primis, la Politica Estera e di Difesa Comune, sono in discussione da ben 70 anni senza mai essere approdati a una qualche conclusione). Come si vede, la Polonia, lungi dal costituire un elemento estraneo nell’ Unione Europea, ne è  stata una sorta di anticipazione.

Il Liberum Veto spalancò ovviamente le porte alle potenze straniere, che corrompevano i nobili affinché esercitassero il loro voto contro le decisioni ad esse sgradite. In tal modo, la “Rzeczpospolita” divenne uno Stato a sovranità limitata, dove il re (in genere straniero) veniva scelto dall’ esterno, e, il più sovente, dallo zar di Russia. Quando però la Russia inviò proprie truppe in Polonia, il Re di Prussia reagì con un’avveniristica “covert operation”, immettendo sul mercato una gran quantità di monete polacche contraffatte, così provocando la crisi economica  che portò al crollo della “Rzeczpospolita”.Alla fine, Russia, Prussia e Austria invasero definitivamente la Polonia decidendo di cancellare completamente il Regno, e di dividersene i territori.

L’Unione Europea, sottoposta contemporaneamente al protettorato americano e all’influenza crescente di Russia e Cina, si trova oggi in una situazione molto simile a quella della Polonia del sei-settecento, in cui nessuno ha il diritto di agire tempestivamente in difesa della “ragion di Stato europea”. Ogni decisione viene bloccata dalla casta in nome di una pretesa “aurea libertà”, sicché è ovvio che le tre maggiori potenze mondiali, a cominciare dagli USA, per poi allargarsi ad altre, siano portate a ingerirsi nella vita politica interna dell’Europa attraverso influenze culturali e sociali e con la corruzione, che siano già passate dall’occupazione militare,  e si accingano ad arrivare ben presto alla spartizione (le cui linee iniziano ora a delinearsi). Ancor ora, questa situazione deteriorata viene esaltata come se fosse un’”aurea libertà”, ma non passerà molto tempo che se ne vedranno le incredibili conseguenze. Basti vedere che cosa è diventato il Medio Oriente grazie a un secolo di debolezza interna e di continue ingerenze esterne, senza nessuna potenza egemone interna che tenga fuori i guastafeste.

Rispetto alle due situazioni citate, quella dell’Europa di oggi si distingue però, come già detto, per il ruolo centrale dell’informatica (cfr par. 2, infra).

 

Jan Sobieski a Vienna, il sovrano che aveva portato la Grande Polonia al centro della politica europea

2.Finalmente parliamo di politiche estere “à tous les azimuts”

L’essenziale della riflessione di Macron è un brusco richiamo degli Europei al realismo sulla reale situazione geopolitica dell’ Europa :

«  l’Europe était guidée par une logique dont la primauté était économique, avec la conviction sous-jacente que l’économie de marché convient à tout le monde. Et ce n’est pas vrai ou plus. Nous devons tirer des conclusions: c’est le retour d’un agenda stratégique de la souveraineté. »

Un richiamo al realismo che trova un riscontro anche nella più recente politologia americana (per esempio, in John Mearsheimer).

Che bisogni tornare alla sovranità, è dimostrato innanzitutto dall’aggressione all’ Europa delle multinazionali del web: “Si nous n’agissons pas, dans cinq ans, je ne pourrai plus dire à mes concitoyens: ‘Vos données sont protégées’ »…Detto fatto, la Francia e l’Italia hanno finalmente introdotto una modesta web tax sui profitti delle multinazionali informatiche. Questo è bastato, a sua volta, a Trump per inasprire ulteriormente le sanzioni contro gli Europei, in primo luogo contro la Francia, ma il monito riguarda anche l’Italia, che, nella legge di Bilancio 2020, ha previsto un’aliquota del 3% per i colossi del web. Tuttavia, le ragioni vere del conflitto sono altre. Come hanno chiarito Evgeny Morozov, Shoshana Zuboff e Limes online, attraverso le “GAFA” l’America controlla globalmente le nostre società e le nostre economie. Una tassa del 3% non compensa affatto quest’ enorme drenaggio di cassa, e, soprattutto, di potere, che si potrebbe arginare solo “nazionalizzando i dati” degli Europei (cioè immagazzinandoli in Europa). Perciò, questa tassa, pur così osteggiata da Trump, è in realtà soltanto come il famoso “piatto di lenticchie” per il quale Esaù aveva rinunziato alla primogenitura.

Come si è potuti arrivare a questo punto? Per Macron, si sarebbe trattato di un colossale abbaglio ideologico, che aveva ingenerato una strana reticenza (io direi di censura) per tutta la problematica internazionale dell’ ITC, una reticenza che, sempre secondo Macron, è stata perfino “imposta”, da qualcuno (che Macron non nomina): « Je pense que l’agenda européen lui a été imposé pendant des années et des années. Nous étions trop lents sur de nombreuses questions. Nous avons discuté de ces questions. Mais ce n’était pas vraiment une question que nous voulions nous poser, car nous vivions dans un monde où les alliances étaient sécurisées et qui maximisait les échanges commerciaux ».

Si trattava in sostanza del mito della Fine della Storia, un’antichissima ideologia a cui si faceva finta di credere per compiacere l’America : » L’idéologie dominante avait une idée de la fin de l’histoire. Donc, il n’y aura plus de grandes guerres, la tragédie a quitté la scène, tout est merveilleux. L’agenda primordial est économique, non plus stratégique ni politique. En bref, l’idée sous-jacente est que si nous sommes tous liés par des entreprises, tout ira bien, nous ne nous ferons pas du mal. D’une certaine manière, l’ouverture indéfinie du commerce mondial est un élément de la paix.« Quello che il Papa ha chiamato “angelismo”: un’idea, quella del « doux commerce », nata per altro in Francia con Benjamin Constant e che ha avuto un lunga storia nel mondo anglosassone (l’ “internazionalismo liberale”).

Tuttavia, per dirla con Toni Negri,  si trattava di un imbroglio, ben presto scoperto : »Sauf que, dans quelques années, il est devenu évident que le monde était en train de se séparer, que la tragédie était revenue sur scène, que les alliances que nous pensions être indestructibles pouvaient être renversées, que les gens pouvaient décider de tourner le dos, que pourrait avoir des intérêts divergents. Et qu’à l’heure de la mondialisation, le garant ultime du commerce mondial pourrait devenir protectionniste. Les principaux acteurs du commerce mondial pourraient avoir un programme qui soit davantage un programme de souveraineté politique…. « 

Ingannati da quell’imbroglio, gli Europei  avevano dimenticato il ruolo direttivo della politica (tanto caro, per esempio, al Presidente De Gaulle):« D’une certaine manière, nous avons complètement abandonné ce qui était autrefois la ‘grammaire’ de la souveraineté, des questions d’intérêt général qui ne peuvent pas être gérées par les entreprises. » Quindi, Macron critica anche l’idea del « deperimento dello Stato », che, secondo l’ideologia mondialistica di fine ‘900, sarebbe stato sostituito dalle multinazionali : » Les entreprises peuvent être votre partenaire, mais c’est le rôle de l’État de gérer ces choses. »

Dunque, come per De Gaulle, «La politique d’abord, l’intendance suivra » . Sul piano delle politiche europee, quanto precede ha, come conseguenza, che si deve perseguire un sovranismo europeo, che sia comparabile a quelli americano e cinese. Infatti, meritano rispetto solo gli Stati che siano sovrani come l’ America e la Cina:« J’ai toujours dit à nos partenaires, qu’ils soient américains ou chinois: ‘Je vous respecte parce que vous êtes souverains’. Je pense donc que l’Europe ne sera respectée que si elle reconsidère sa propre souveraineté. »Dunque, con buona pace dei nostri « sovranisti », non può essere sovrano uno Stato che non abbia dimensioni comparabili a quelle di America e Cina, anche se la nostra classe dirigente, priva di un proprio orientamento culturale, non si muoverà in tal senso se non quando vi sarà portata da qualcun altro.

E, in effetti, la causa prima della debolezza, nel ‘700, della Polonia, e, ora, dell’Europa, è quella di non possedere al suo interno, come i suoi vicini, un soggetto politico forte (ieri, come le imperatrici di Austria e di Russia e il Re di Prussia, oggi, come  i presidenti americano e cinese), in grado di coniugare diplomazia, lobby e forza militare, senza essere intralciato nelle sue politiche estera e di difesa.

La corsa verso l’informatica proprio deriva dal fatto che l’America s’illude di poter realizzare artificialmente una “fine della Storia” a proprio favore attraverso il monopolio dell’ ICT(come dimostra l’isteria contro l’uso di tecnologie Huawei), attraversando così indenni questo momento sfavorevole (Caracciolo, Mearsheimer).

Infatti, la situazione è complicata dal fatto che la politica estera e di difesa è ormai  essenzialmente una questione cibernetica, e l’Europa, che non ha un potere digitale unitario, ma, anzi, è completamente immersa nel sistema digitale americano, non ha alcun margine di manovra, in nessun senso. Infatti, i dati dei nostri cittadini, delle nostre imprese e dei nostri eserciti, sono tutti immagazzinati nei server di Salt Lake City, che, come è stato confermato dalla sentenza Schrems, sono completamente disponibili alle 16 agenzie americane di intelligence, per effetto di leggi ormai secolari, che -Obama ha dichiarato- l’America non abrogherà mai. In una notte in cui, come nel 1983, qualcuno dovesse decidere, come il tenente colonnello Petrov, se schiacciare o no il pulsante della 3° Guerra Mondiale, quel qualcuno non saremo sicuramente noi, e la nostra posizione non sarà certamente considerata da nessuno, se non nel ruolo di bersagli (vedi testate nucleari americane permanentemente montate sui nostri bombardieri, come ricorda molto opportunamente Manlio Dinucci sul blog di Cardini).

Da questo problema fondamentale derivano tutti gli altri, per altro neppur essi irrilevanti. In una società completamente informatizzata, se non abbiamo la possibilità, ma neppure il diritto, di avere un’autonoma gestione dei nostri dati, non possiamo, né proteggere la nostra economia, basata sulla proprietà intellettuale, né avere una vita politica autentica, perché questa sarà sempre manovrata dai dossier segreti raccolti su di noi. E, se non possiamo avere, né un’economia autonoma, né una politica autentica, continuerà in eterno la nostra decadenza culturale, economica, politica e militare, fino al completo esaurimento di ogni nostra risorsa. E’ per questo che non siamo in grado di formulare i nostri progetti, né a breve, né a medio, né a lungo termine -perché intuiamo che, a meno di un miracolo, le cose non potranno se non peggiorare, e, comunque, la realizzazione dei nostri progetti non dipenderà da noi-. I nostri governanti possono solo fingere di governare.

In definitiva, per Macron la sovranità tecnologica europea dev’essere equidistante fra Cina e Stati Uniti« En ce qui concerne la 5G, nous nous référons principalement aux relations avec les fabricants chinois; en matière de données, nous parlons principalement de relations avec les plateformes américaines. »

Certo, quest’ obiettiva esigenza (intravvista, anche se a malincuore,  da tutti gli osservatori) è difficile da digerire per una classe dirigente nichilistica, che, formatasi nel XX secolo al marxismo e al sessantottismo, era riuscita con grande sforzo, per sopravvivere,  a  riconvertirsi al neo-liberismo occidentale, e ora si vede condannata allo sforzo di una  nuova migrazione intellettuale, per giunta  verso siti che nemmeno conosce.

La politica  mondiale è dominata da imperi assertivi, con cui l’ Europa non riesce a confrontarsi

3.L’Italia: scenario per eccellenza dell’ imbroglio “angelista”

Ciò che più assomiglia all’antica “Aurea Libertas” polacca è l’atteggiamento di sudditanza, al limite dell’alto tradimento (per usare un termine di Salvini), che i leader europei dimostrano verso quelli extraeuropei. Quando le varie fazioni americane vengono in Italia per farsi dare le prove pro o contro il Russiagate, Salvini preferisce dimettersi per non urtarsi con nessuno, soprattutto perché Trump ha appena officiato “Giuseppi”; e, tuttavia, per l’America Salvini non è ancora abbastanza allineato, sicché si fanno gli occhi dolci alla Meloni. Di Maio firma il memorandum sulla Via della Seta, ma, su richiesta degli USA, ne “sfronda” tutti i business più succosi, fino a far crollare le nostre esportazioni in Cina; poi, l’Ambasciatore cinese convoca a rapporto Beppe Grillo per una ramanzina, e l’Italia si astiene da commenti su Hong Kong, ma subito dopo permette a un oppositore anti-cinese di collegarsi via Skype con il nostro Parlamento. A questo punto, il Ministro degli Esteri cinese e l’ambasciata in Italia emettono una dura reprimenda. Siamo arrivati ad Arlecchino servo di due padroni. Non si era detto concordemente che tutti si devono astenere dalle ingerenze nella politica interna degli altri Stati, e che il commercio internazionale dev’essere libero? Giustamente, si afferma anche che quest’ultimo dovrebbe essere una competenza dell’Unione Europea. E, in effetti, ci sarebbero anche i “poteri impliciti” di quest’ultima Ma, quando pure ne avesse i poteri, essa sarebbe in grado di comportarsi in modo diverso dai leader italiani? La debolezza è degli Europei in generale, non solo dell’Italia o dell’Unione. Abbiamo una visione di quello che vogliamo essere fra 1, 5, 10, 20, 50, 100 anni, e di quali passi dobbiamo percorrere per arrivarci? Secondo Angelo Bolaffi, “ad oggi non c’è ancora un’idea precisa di quale possa essere questa ‘terza via’ e l’ Europa rischia per questo di essere schiacciata in una ‘global tech war’, nella guerra per il dominio globale della tecnologia”. Francamente, a me sembra di averla, questa idea, e di esprimerla. Tuttavia, sono i meccanismi viziati della comunicazione e del consenso che hanno, fino ad ora, reso impossibile la comunicazione dei contenuti genuinamente europei.

 

 

 

 

 

Arianespace, un’eredità gaullista

4.La  Conferenza fra funzionalismo e federalismo

Francia e Germania hanno proposto, forse tempestivamente, o forse già oltre il tempo massimo, di organizzare per il 2020 una “Conferenza sul futuro dell’ Europa”, in cui ci si ripromette di affrontare tutti i temi in sospeso. In particolare, Macron sembra intenzionato a porre la questione della difesa comune. Una volta tanto, concordo con il trafiletto di Sergio Fabbrini su “Il Sole 24 Ore”della scorsa domenica: “Viste le divisioni tra gli Stati membri, la Conferenza potrebbe finire per fare propria una visione continuista del futuro dell’ UE. Si tratta di un rischio perché non si esce dallo stallo in cui ci troviamo riscaldando la stessa minestra. Occorrerebbe invece cambiare il paradigma di riferimento dell’integrazione, riconoscendo con realismo l’insufficienza di quello fino ad ora predominante, il metodo funzionalista (basato sull’idea di un’integrazione continua) dovrebbe essere sostituito da un metodo federalista (basato invece sulla definizione costituzionale delle istituzioni e delle competenze dell’ UE)”.

Il problema è che nessuno si sofferma mai bene a vedere che cosa sono gli approcci, rispettivamente, “funzionalista” e “federalista”, di cui tanto si è parlato nell’ ambiente europeista. Il  funzionalismo è quella tendenza culturale, assolutamente attuale, che ritiene che tutte le realtà umane si possano ridurre a funzioni, traducibili in algoritmi, e trasferibili su altri “vettori”. Esso deriva dalla “religione della scienza” dei sansimoniani e prelude al transumanesimo. In politica, Mitrany lo usò per contraddire Spinelli, sostenendo invece la “Dichiarazione Schuman”, con l’idea che le collaborazioni su aspetti tecnici avrebbero sviluppato una “solidarietà di fatto” fra gli Europei. Questo significava pensare che gli uomini fossero uniti solo dall’economia, e non da motivazioni psicologiche, politiche o spirituali. Al contrario, il “federalismo” come lo concepiva originariamente Spinelli era un approccio rivoluzionario, con cui egli sperava di fare accettare, nella confusione postbellica, una federazione europea molto lontana dalle realtà di fatto dell’epoca. Spinelli si sbagliava, evidentemente perché, nel 1941 (al tempo del Patto Molotov-Ribbentrop), non si poteva ovviamente immaginare come sarebbe finita la IIa Guerra Mondiale, e, in particolare, che i pochissimi federalisti, come del resto buona parte dei leader antifascisti, non avrebbero avuto alcuna reale presa sugli aspetti militari, essendo tra l’altro la maggior parte restata in Svizzera, senza partecipare neppure alle operazioni partigiane. Il potere alla fine della guerra spettò pertanto agli Alleati, e, in piccola parte, alle burocrazie prebelliche, i quali appoggiarono, alla fine, almeno il progetto funzionalistico, ma con grandi tentennamenti, e non avrebbero comunque approvato il progetto federalistico di Spinelli, che mirava a togliere peso all’ apparato statale nazionale, alle lobby ad esso collegate e soprattutto alle potenze vincitrici.

Infatti, difficilmente una federazione viene creata pacificamente, come dimostrato dai casi degli USA, del Sudafrica,  dell’ URSS e dell’ India. Di qui il cosiddetto “machiavellismo” a cui furono costretti i padri fondatori delle Comunità Europee, e, in primis, di Spinelli, che tentarono di far passare comunque la loro impostazione, pur non avendo in mano delle grosse carte. Oggi, è escluso più che mai un colpo di mano di una parte di alcuni Europei nei confronti di altri, ma il temporaneo squilibrio di forza politica fra Macron, da un lato, la leadership tedesca azzoppata, dall’ altra, e, infine, quella degli altri Stati membri, è così ragguardevole, che Macron potrebbe anche tentare una forzatura, per esempio per ciò che concerne la politica estera e di difesa. Qui, Fabbrini, che pure teme, e giustamente, le solite rifritture, cade però anch’egli nel “déja vu”, quando paventa l’ipotesi che Macron “non la utilizzerà per avanzare la visione egemonica della Francia di De Gaulle”. Non capisco infatti in che altro modo si potrebbe fare avanzare una politica estera e di difesa europea in un mondo completamente digitalizzato, se non mettendo a disposizione dell’ Europa, attraverso un colpo di mano francese, un web autonomo da quello americano, così come De Gaulle aveva creato dal nulla (e messo a disposizione dell’ Europa), i missili balistici intercontinentali usati dall’ Ariane per i lanci civili e dall’Ente Spaziale Europeo e di Arianespace, i Treni ad Alta Velocità (TGV) per avviare le Reti Transeuropee, e, infine, l’ Airbus, per avviare un’industria europea aerospaziale e di difesa.

Per realizzare tutto ciò, Macron rilancia praticamente il decisionismo gollista : Je suis en faveur d’une efficacité accrue, d’une décision plus rapide et plus claire, d’un changement du dogme et de l’idéologie qui nous animent collectivement aujourd’hui.”Macron conta di utilizzare, a questo fine, i cosiddetti “poteri impliciti” della Commissione, in particolare attraverso le deleghe attribuite a Thierry Breton : « Sur bon nombre de ces sujets, la Commission européenne est compétente: le numérique, le marché unique et maintenant la défense dans le cadre d’une coopération renforcée. C’est d’ailleurs le portefeuille français de la prochaine Commission ».

Ricordiamo che, se non ci fosse stato De Gaulle, non avremmo neppure quello straccio d’integrazione “funzionalistica” che oggi abbiamo attraverso i “caMPIONI EUROPEI”, anche se, qualitativamente, non si discosta dalle soluzioni del XIX Secolo: la Società della Navigazione sul Reno, il Treno Mitropa e l’Orient Express, voluti dai Sansimoniani.

I Whistleblowers

  1. Un’occasione d’oro per dire la propria opinione

Certo, anche ora, nonostante la crisi dell’interventismo liberale,  neanche un’America “realista e nazionalista” come la vorrebbe Mearsheimer, potrà non “stare a guardare”, come dimostrato dalle rappresaglie sulla Web Tax, ma è questo il momento più propizio per l’ Europa per ingaggiar battaglia. Tutti coloro i quali, da 70 anni, non fanno che lamentarsi dell’Europa, vuoi perché troppo tecnocratica, vuoi perchè lontana dai cittadini, vuoi perché poco sociale, vuoi infine perché poco sovrana, non possono permettersi di restarsene inattivi dinanzi all’occasione fornita dalla Conferenza. Altrimenti, si rivelerebbe troppo chiaramente che le loro proteste sono meramente strumentali, per far sfogare la giusta rabbia degli Europei senza modificare lo status quo e non  attirarsi, così,  le ire dei poteri forti. Concordo però con Fabbrini sul pericolo che la Conferenza  si riveli un ennesimo giro a vuoto, anche perché già il documento preparatorio  elude i temi più scottanti.

Eppure, se la classe politica non ascolterà mai proteste motivate e vibrate dei cittadini, continuerà a comportarsi come Don Ferrante: “sopire, troncare, troncare, sopire”, fingendo di attivarsi e in realtà bloccando ogni tentativo di soluzione. Fattivamente, Cardini chiede a tutti di commentare sul suo blog i post sulla NATO, cosa che noi stiamo già facendo con questo articolo. Invito intanto tutti a partecipare a questo dibattito, tramite il blog di Cardini e/o il mio.

Certo che ci sono varie soluzioni alternative alla NATO, e sono precisamente quelle  di una difesa autonoma dell’Europa, come proposto, fra le righe, da Macron, e di una serie di  accordi con i Paesi vicini per la prevenzione dei casi di guerra, come accennato fin dall’ inizio da Putin e, all’ ultimo vertice, perfino da Stoltenberg.

Intanto, mentre l’America è un’”ideocrazia”, o , come diceva Chesterton, ”una nazione con l’anima di una Chiesa”, che ritiene suo dovere religioso quello di imporre a tutto il mondo, non soltanto l’adozione dei suoi sistemi economici e sociali, ma addirittura l’adesione ai suoi valori, e, perfino, alle sue idiosincrasie, l’Europa dice invece di credere nella diversità delle grandi tradizioni culturali del mondo, come testimoniato dai suoi grandi autori, come De Las Casas, Ricci, Goethe, Schopenhauer….

Secondo Mearsheimer, l’identità americana, al di là della prevalenza attuale del liberalismo progressismo, ha comportato sempre una qualche necessità d’ ingegnarsi nella vita di tutti i paesi del mondo, imponendo loro il proprio controllo -culturale, ideologico, giuridico, economico e militare-, mentre invece l’Europa non sente tradizionalmente questo bisogno, perché essa è, come dice il Papa, “poliedrica”. Ci sono in Europa Lapponi e Turchi, Irlandesi e Ebrei, Inglesi e Russi, ciascuno con sue tradizioni, religioni, culture, abitudini, esigenze e interessi diversi. Perché mai questi Europei dovrebbero andare in giro per il mondo, come pretenderebbe Stoltenberg, a bombardare, occupare, reprimere, indottrinare, per attuare gli ordini, le idee e gli interessi di qualcun altro? Non riesco a trovare argomenti validi  per contestare agl’Islamici le loro monarchie e repubbliche islamiche, così come noi abbiamo il Regno d’Inghilterra, con la Regina che è a capo, tanto della Chiesa ,quanto della Massoneria; né, ai Cinesi,  di organizzare il loro impero, di dimensioni uniche nel suo genere, con gli stessi criteri collaudati con cui l’hanno gestito con successo da cinquemila anni, e che assomigliano moltissimo a quelli della Chiesa Cattolica.

In secondo luogo, “America First” significa come minimo “Europe Second”. Ammesso che esista un “Occidente” e che i due popoli vogliano veramente coesistere, non si capisce perché trecento milioni di Americani pretendano di guidare in eterno almeno seicento milioni di Europei.

Ne deriva che le esigenze di difesa dell’Europa sono in ogni caso sostanzialmente più modeste di quelle americane, e possono essere soddisfatte con un minore costo e dispendio di energie, soprattutto se non fossimo più costretti a disperdere le nostre forze per obiettivi che non sono i nostri.Quindi, secondo Ezio Mauro, oggi manca proprio il collante storico politico, storico, culturale di un’ideologia comune alle due sponde dell’Atlantico, quello che fino ad ora era stato  costituito dalla fiducia nel progresso, che giustifichi la NATO: “L’alleanza è una pura, gigantesca sopravvivenza, che deve giustificare se sterssa in un mondo a-occidentale”.

Vorremmo impegnarci, come chiede Cardini, “a modificare questa situazione: ad essere più coscienti, più attivi, più presenti..” Nessuno s’illude che si tratti di un compito semplice. Come ha scritto Le temps, « bousculer la plus puissante coalition militaire mondiale ne suffit pas. Encore faut-il avoir un plan pour en modifier le cap. Et disposer des clés pour déverrouiller l’étreinte américaine”

Quello che i critici della NATO non fanno, e dovremmo o incominciare a fare noi, sarebbe proprio indicare dei punti di proposta alternativi, partendo dalla comprensione del ruolo della guerra nelle società del XXI Secolo, e, in particolare, del suo rapporto con i miti messianici come quelli del Progresso, dello Stato Mondiale e della Singularity. In secondo luogo, occorre effettuare uno studio dei possibili scenari geopolitici futuri, per comprendere quali siano le effettive esigenze di difesa dell’Europa nei prossimi decenni. Infine, occorre vedere quali strumenti esistano per fare fronte a queste esigenze. Solo allora si potrà effettuare un’analisi di dettaglio della NATO, nelle sue motivazioni, nella sua genesi, nel suo funzionamento. Infine, confrontando le esigenze dell’Europa con la realtà vera della NATO, occorrerà studiare una strategia per riuscire a svincolarsi dalla stessa, o a ridimensionarla, predisponendo per tempo un assetto alternativo che sia, nel contempo, possibile e necessario.

In sostanza, mettere in pratica la massima di Sun Zu “Se conosci te stesso e il tuo nemico, vincerai cento battaglie”.

1923: L’Europa si sveglia

HUAWEI AND EUROPE: LET’S PURCHASE G5 TECHNOLOGIES FOR A EUROPEAN ITC AGENCY!

The Pearl River Megacity, with shown the Dong Guan Metropolis

The new Huawei campus in Dong Guang, in the middle of the new megacity of the Pearl River (as large as Germany), will host the headquarters of the Huawei  Group. The campus consists of full scale perfect copies of 12 historical centers of European towns, chosen in a non trivial way, i.e.,  avoiding the most commercialised locations, such as the Pisa Tower or the San Marco Square, and, instead,  in search for hidden pearls of European culture, from Verona to the Heidelberg castle, up to the Alhambra and al Generalife of Granada (moreover Paris, Burgundy, Fribourg, Český Krumlov, Budapest…)-places that even Europeans often ignore-. This “ideal town”, built according to the examples of Pienza, Sabbioneta, Palmanova and Zamość, constitutes in itself a well-conceived challenge to the present non-existence of a European ICT culture.

It represents also the most recent example of  the spirit by which China, or at least a part of it, is facing the challenges of modernity, a spirit which is evidently traditional, or, more precisely, “axial” (from the idea of an “axial era”, to which Jaspers, Eisenstadt, Kojève and Assman have made reference). This spirit is made still more evident by the continuous quotations of Chinese and European antique, starting from the Clay Army and the Great Wall , not to speak of the Hanfu movement, and arriving at the clonation, everywhere, of European monuments, with a devotion that we do not have here in Europe.

Olivetti with Mario Chou: A Euro-Chinese alliance

1. Ren Zhengfei’s Offer

Also the offer of Ren Zhengfei, Huawei’s  CEO, to sell (or, better, to licence) to a foreign competitor his technology, falls doubtless within that “perennialist” mood. According to  Sun Tzu’s “Art of War”, the objective of a commander is “To conquer the Tian Xia without killing anybody”. Already here we can appreciate the differences with Google. In fact, in their book “The New Digital Era”, two board members of Google, Schmidt and Cohen, explained how they had worked out together, in a  Baghdad destroyed by American bombs, the newest Google strategy, which would have been “to substitute Lockheed in leading America in the conquest of the world”.

It is said that also Ren would have incited his shareholders-staff members to move towards world conquest. However, he has not linked this program to a military or ideological agenda, but, as it seems, to a cultural vision.

In a certain sense, President Trump is right in thinking that the ongoing economic and technological by-pass, by China, of the United States, is due to the ability of Chinese people in copying the West. In fact, all civilisations which have progressed and won have massively “copied” their predecessors (Babylon, Assyria, Persia, Macedonia, Rome…).All extra-European countries (America, Russia, Turkey, Japan, India, after the colonial period, have massively copied Europe, starting from religion  (Brahmo-Samaj, Bahai, Taiping), going further to ideology (nationalism, monarchy, liberalism, marxism, fascism), and economy (free market, socialism), for arriving at technology (ITC, high speed trains, ecology, space). If we want to qualify this as a “theft”, well, theft would be the equivalent for “history”.The USA are the most blatant case of a continuous “theft”, having “stolen” their land to Indians, their freedom from blacks, the North American territory from European settlers, their ideas from Britons and Hiberians, culture and technology from German and Jews…

The idea of a “New Europe” in China represents  a response to the ideas of Hegel on the “End of History” with Europe and to the one of neo-Hegelians that America is the “real” end of History. If the Spirit of the World follows westwards the course of the sun, then, after America, it will enlighten again China (and Eurasia).

 

The Chous: a Chinese-Italian family

2.Trump’s Struggle to Curb China

In any case, that eternal  will to emulate other peoples had never been pushed forward so insistently as in the case of the China of the last 30 years, arriving up to cloning the very hidden idea of modernity, the revolution of intelligent machines. But China is able to do more than what USA could ever have dreamed, because China includes in itself, under a sole leadership, a universe which is larger than the whole West, a universe including top technologies and primitive societies, a large cultivated bourgeoisie and a very numerous Lumpenproletariat, wide bureaucratic and managerial middle classes and a myriad of SME: that “unity in diversity” which everybody extols, but that cannot be achieved elsewhere, in  countries of  widespread homologation. On the contrary, China’s empire has been in a position to play on several economic tables, from war communism to the most extreme laissez-faire, from maoism to international finance, from free market to “military keynesism”. Still now, China is in a position to mobilise in a differentiated ways millions of migrant workers as well as officers, of entrepreneurs and of scientists, on all terrains and on the most different economic landscapes . In such way, it has been able to escape the bottlenecks of a “mono-thematical” development path, such as  Soviet-type planning and/or Anglo-saxon neo-liberalism.

Trump, having abandoned (as it was overdue) the hypocrisy of the preceding Presidents, is  acting rationally when he, as the defender of the United States, tries openly to put a brake to this unprecedented growth of China. However, he cannot escape the consequences of the limited scale of his country and the -albeit weak- “checks and balances” which still limit his freedom of movement -first of all, the existence of the European Union (which he considers as his worst enemy)-.It is not a case if he is making every effort for imitating China, starting from concentrating all powers in himself and from deleting the few veto powers remained to Europeans. It is also normal, in the logic of international power struggles, that Trump succeeds partially to curb the growth of China together with the welfare of the rest of the world, but it is very unlikely that his successes becomes decisive.

In fact, since 4000 years, East has been transferring technologies westwards (agriculture, writing, papyrus, purpure, strategies, silk, potteries, glass, compass, gunpowder, printing, paper money), and 500 that the West transfers technologies eastwards (metallurgy, steam and internal combustion  engines, newspapers, cars, radio, movies, energy, television, space, ITC). It is a sort of “communicating vessels”. The contractual forms may vary ad infinitum, but, in substance, it is still not possible, as long as intelligent machines will not impose their own world empire, that, in the whole world, only one supplier exists for any essential object of demand. A similar situation would in any case generate a war aiming at the forceful appropriation of the new technologies. China has just now prevented a similar strike from the part of Google, Microsoft, Apple, Facebook and Amazon, from one side resisting the dissolving influences of its peripheries, and, from another, creating, as it has done, Chinese homologues of the “Big Five” (Baidoo, Alibaba, Tencent).

The first Internet, Minitel, was European

3.The End of the Silicon Valley Monopoly

After having created an alternative to the Silicon Valley, China is offering to the rest of the world an opportunity for real competition, creating two parallel ITC ecosystems, not limited to “either bloc’s” territory, but worldwide. Paradoxically, the existence of a competition at least worldwide is a traditional  pretention of Western “free market” rhetoric and one of the bases of both US ad EU competition policy. In abidance with this principle, US and UE enforcers had not hesitated, in the XX century, to impose “orders to divest” to Standard Oil, SKF and General Electric. Well: since nobody in the world dares now to issue a (badly needed) “order to divest” against the Big Fives, enjoying an absolute power everywhere, Ren has issued against himself an “order to divest”, thus  supplying an example which may have a disruptive impact worldwide. If Huawei has felt obliged to break-up its own monopoly, why should the Big Five not do the same?

In view of the foregoing, it is impossible to prevent Chinese technologies to flow into the rest of the world ,even if this constitutes an outrageous challenge to the hegelian and weberian dogma that the economic development of modernity is a direct and unescapable consequence of the puritan (American) revolution. This dogma, evoked a long time ago by Marx as a justification for slavery in the States and, by Rostow, as a basis for his “Development Theory”, represents the “hidden engine” of American power, in the same way as theology represented, according to Benjamin, the hidden engine of marxism. If this dogma would fall, not just the West, but also modernity, and even the United States, would fall apart.

 

Olivetti and Chou: prematurely disappeared

4.Huawei proposal

In the last few days, myriads of hypotheses have been worked out for explaining Ren’s proposals. Most of them are inspired by eternal  anti-Chinese biases. First of all, the suspicion that the proposal is “a tactical trick”, or that it is the evidence that Huawei is desperate, for not being able to sell enough mobiles and other equipment in the West.

The truth is that the whole life of today’s technologies is based upon IPR transfer contracts: nobody has been able to exploit forever an invention under a monopoly; since ever there have been an “exhaustion of rights”, a “trickle-down effect”, licences and know how agreements. This contractual and commercial transfer of technologies has represented since ever a physiological form of international technical cooperation, albeit some “pathological” cases of forced transfer of technology have existed, like the capture and deportation of von Brown and of Antonov. China is trying precisely to avoid that things may follow again that course.

Moreover, the transformations under way in world economy are so fast, that the role of Chine, as the focal point of this economy, cannot but change without interruption, so that what was true yesterday is no more true today. If China had been transformed in the ‘90ies, by US multinationals, by the delocalisation of their productions, into the “manufacturer of the world”, China is new becoming (always in symbiosis with Western economic milieus), “the brain of the world”. In such situation, it is no more so important, for China, that telecom products are manufactured within the Huawei universe: what is strategic is to govern the international supply chain as a qualified partner for its players. In the same way as Google, Apple, Microsoft, Facebook, Amazon and Alibaba already do.

A licence of the G5 technology, as liberal as it may be, would not put an end to Huawei’s “intellectual leadership”, whose force derives precisely from continuous innovation. The Dong Guan campus will be used precisely for nurturing innovation worldwide. The fact of having been built “copying”  the bulwarks of European culture (and not of the American, Russian, islamic or Indian), shows that the model, and the natural partner, for these developments is Europe. This for two reasons: one is historical, since DA QIN has represented since ever the mirror image pole of the Silk Roads, at which China has looked since the times of the Former Han; the other, geopolitical, because Europe is, today, the mirror-image of China, and therefore is complementary to it in culture, politics, technology and economy.

Olivetti: a piemontese entrepreneur with universal  ambitions

5.Challenging the Cultural and Technological Backwardness of Europe

From the technological point of view, Europe appears, at the down of the Era of Intelligent Machines, as an underdeveloped country: “If it is true that Europe has, in extra-UE commerce, a positive balance of manufacturing export as a whole, it shows a deficit as to high technology productions. In 2015, the European deficit has been of 63,5 billion Euro, especially, but not only, towards China: also the United States, Korea, Japan, and even Vietnam and Thailand, have achieved a an export surplus in high tech products towards  the European Union… “(Francesca and Luca Balestrieri, “Guerra Digitale”). As the cited authors are writing, “The discontinuity marking the beginning of the second phase of the digital revolution should offer theoretically to Europe the opportunity for a change of direction: in the new mix of converging technologies, the European excellence in sectors like robotics, automation and -in general- manufacturing 4.0, could foster the birth of new global champions, having their roots in Europe. The critical element consists in the ability to work out an effective European scale industrial policy.”

According to me, the absence of Europe from high tech is a consequence of a generally favourable geopolitical and intellectual environment (i.e. of motivated vanguard engineers, such as von Braun, Turing, Olivetti, Chou, or, in the US, Wiener, von Neumann, Esfandiari, Kurzweil…; of initiatives like Minitel or Programma 101; of an independent military decision-making center like DARPA, financing  ITC as intrinsically “dual”; of intelligence networks apt to prevent the theft of technologies).Perhaps, also of secret agreements with the US.

Notwithstanding all that, if, in the XX century, European countries still could have hoped to maintain their “European lifestyle” while remaining simple “followers” of the US, they cannot nurture such hope after the digital revolution, dominated by the Silicon Valley, Dong Guan, Xiong’an, Bangaluru, Internet providers,digital intelligence, Big dat, quantic computing and 5G.

In Europe, nobody has yet understood that today’s societies have  overcome the axle-ages logics, as well as the ones of modernity, based upon religion, humanism, rationality, law, personality, freedom, state, industry, society. Those elements have been substituted with ICT, machine dominance, “Big Data”, “hair trigger alert”, social media, Big Five, virtual mankind. Who is not in a position to master this complex world will step quickly down, to the level of a passive object, of a Guinea pig, of a mere archaeological fund, from which to dig new ideas (as it happens in the Dong Guan campus).

Today, US, China, Russia, India, Israel, Iran, have their own Big Data, their own digital intelligence, their own ICT pundits, their own OTTs…We don’t. For this reason, we have lost any possible geopolitical status and even the capability to survive economically and culturally.

 

Vega: Italy’s Luncher, is a part of the European Arianespace Consortium

6.Let’s Build-Up a European ICT Agency

Escaping this decadence spiral requires a cultural shock and new technologies. Both of them could come from Dong Guan : from one side, regenerating our pride of belonging to “DA QIN”, the other major  pole, together with Asia, of human civilisation, and, from the other side, utilising  5G technologies, which represent the ICT of the future. For both things, we need China.

As Francesca and Luca Balestrieri are writing, “The forecasts of the next few years include so many variables, that bi-polarity does not appear to be a destiny necessarily scratch us by the logic of a new cold war: although, at present, the scene is dominated by the US and China, the second phase of digital revolution is still open to a possible wider dissemination of industrial power and to a more sophisticated geopolitical landscape.”

Having in mind such objectives and such strategy, Europe should organise a negotiating package with Huawei, to which not only the European ITC multinationals, but also other subjects may be involved, first of all the European Union, possibly as such. I cannot see why, as we have a European Space Agency, we could not have also a European ICT Agency, which operates, directly or via financial vehicles (such as Aerospatiale), as a player on the market of digital products and services, acquiring premium technology where it is available, and creating the new (and today not existing) ruling classes of the European ICT society, in the same way as, for the design of “Programma 101”, Adriano Olivetti had hired (upon recommendation of Enrico Fermi), the Italian-Chinese engineer Mario Chou.

After the deception of the neo-liberal and post-humanist rhetorics, everywhere a very interventionist mood towards ICT is gaining momentum, alongside the examples of the US DARPA and of the Chinese Committee for the Unification of Civil and Military. Well: if even Great Powers need such instruments for disputing mutually about the technological world dominance, imagine if we Europeans do not need a similar approach for avoiding to be reduced to the role of “digital primitives”, as a consequence of the most spectacular “market failure” of world history.

Also we must build-up our humanist-digital campus, including both the best traditions of all phases of Europe’s history and a selected anthology of all cultures of the world.

HUAWEI E EUROPA : ACQUISTIAMO LA TECNOLOGIA DEi 5G PER UN’AGENZIA DIGITALE EUROPEA!

L’Olivetti ELEA , il primo personal, era italiano, e fu progettato dall’ italo-cinese Mario Chou.

Il nuovo campus della Huawei, a Dong Guang, e al centro della nascente città metropolitana sul Fiume delle Perle, grande come la Germania,  ospiterà gli Enti centrali del gruppo Huawei. Esso consiste delle riproduzioni integrali a grandezza naturale dei centri storici di 12 città europee, scelte in  modo non banale ed evitando le localizzazioni più commercializzate, come la Torre di Pisa o Piazza San Marco, e andando  invece  alla ricerca di perle nascoste della cultura europea, da Verona al castello di Heidelberg, fino all’ Alhambra di Granada (e inoltr Parigi, la Borgogna, Friburgo, Cesky Krumlov, Budapest…), che spesso neppure gli Europei conoscono.Questa “città ideale” costruita sui modelli di Pienza, Sabbioneta, Palmanova, Zamosc e San Pietroburgo, costituisce di per sé una ben congegnata provocazione nei confronti dell’inesistenza , a oggi, di una cultura europea dell’informatica.

Essa costituisce anche l’ esempio più recente dello spirito con cui la Cina, o parte di essa, sta affrontando le sfide della post-modernità è chiaramente tradizionale, o, per usare un termine più appropriato, “assiale” (cioè dell’era delle grandi civiltà, cfr. Jaspers, Eisenstadt, Cojève, Assmann). Questo è reso evidente dalle citazioni sempre più ossessive delle antichità cinesi ed europee. A partire dall’esercito di terracotta e dalla Grande Muraglia, senza parlare del movimento Hanfu, per giungere alla frenesia con cui vengono clonati un po’ ovunque tutti i monumenti dell’Occidente, con un’attenzione e una cura che in Europa certamente non abbiamo.

Mario Chou era stato segnalato a Olivetti da Enrico Fermi

1.L’offerta di Reng Zhenfei

Anche l’offerta di Reng Zhenfei, Amministratore delegato della Huawei, di vendere  (o, più precisamente, di licenziare), a un concorrente estero la sua tecnologia, rientra certamente in quello spirito “perennialista”. Secondo l’“arte della guerra” di Sun Zu, l’obiettivo di un condottiero è quello di “conquistare il Tian Xia senza uccidere nessuno”. Già in questo possiamo apprezzare la differenza con Google. Infatti, nell’ opera “The New Digital Age”, due membri del Consiglio di Amministrazione di Google, Schmidt e Cohen, raccontavano di aver elaborato insieme, nella Baghdad distrutta dalle bombe americane, la nuova strategia di Google, che sarebbe quella di “sostituire la Lockheed nel guidare l’America alla conquista del mondo”. Pare che anche…avrebbe incitato i suoi azionisti-soci-collaboratori a muovere alla conquista del mondo, però non ha associato questa conquista ad una strategia bellica.

Si è detto che anche Ren avrebbe esortato i propri azionisti-collaboratori a marciare alla conquista del mondo. Tuttavia, non ha legato questo programma a un programma militare o ideologico, ma, a quanto pare, a una visione culturale.

In un certo senso, ha ragione il Presidente Trump nel ritenere che l’attuale “sorpasso” della Cina sugli Stati Uniti nei campi economico e tecnologico, sia dovuto all’ abilità dei Cinesi nel copiare l’Occidente. Infatti, tutte le civiltà che hanno progredito e vinto hanno copiato massicciamente quelle precedenti (Babilonia, l’ Assiria, la Persia, la Macedonia, Roma…). Tutti i Paesi extra-europei (America, Russia, Turchia, Giappone, India), a partire dal colonialismo, hanno copiato massicciamente l’Europa, a cominciare dalla religione (il Brahmo-Samaj, i Bahai, i Taiping), per passare all’ ideologia (il nazionalismo, la monarchia, il liberalismo, il marxismo, il fascismo), e continuare con l’ economia (libero mercato, socialismo), fino alla tecnologia (informatica, alta velocità, ecologia, spazio). Se questo è un “furto”, esso è costitutivo dell’idea stessa di “storia”, e gli Stati Uniti sono il caso più flagrante di “furto”, avendo “rubato” la terra agl’Indiani, la libertà agli Africani, il territorio agli Europei, le idee a Inglesi e Iberici, la cultura e la tecnologia a Tedeschi ed Ebrei…

L’idea di una “Nuova Europa” in Cina rappresenta una risposta alle idee di Hegel sulla “Fine della Storia”in Europa e a quelle dei Neo-hegeliani  circa l’ America quale “vera” fine della Storia. Se lo Spirito del Mondo segue il corso del sole verso Occidente,. Allora, esso, dopo l’ America, illuminerà nuovamnte la Cina (e l’ Eurasia).

Adriano Olivetti, l’imprenditore piemontese che realizzò l’ELEA

2.La lotta fra Trump per frenare la Cina

Comunque, nessuno aveva mai spinto quella tendenza emulatoria così   avanti come ha fatto la Cina degli ultimi 30 anni, giungendo addirittura a emulare la stessa ragion d’essere occulta della modernità occidentale, la rivoluzione delle macchine intelligenti.  Se la Cina riesce là dove l’America non può arrivare è perché la Cina, da sola, racchiude in sé, sotto un’unica guida, un universo grande quanto l’intero Occidente, un universo in cui  coesistono le più avanzate tecnologie e società ancora primitive, una vasta borghesia colta e un vastissimo sottoproletariato, un grande ceto medio burocratico e manageriale e una miriade di piccole e medie imprese: l’”unità nella diversità”, tanto esaltata da tutti, ma che non può essere realizzata là dove c’è invece una grande omogeneità. La Cina ha potuto così giocare su tutti i tavoli, dal comunismo di guerra al laissez-faire più sfrenato, dallo stalinismo alla finanza internazionale, dal libero mercato al “keynesismo militare”. Essa continua a poter mobilitare in modo differenziato centinaia di milioni di migranti e di funzionari, d’imprenditori e di professionisti, su tutti gli scacchieri e su tutti i varabili scenari economici mondiali (dalla guerra fredda alla lotta al sottosviluppo, dalle delocalizzazioni alla rivoluzione digitale…).In questo modo, essa è riuscita fino ad ora ad evitare l’”impasse” di una linea di sviluppo monocorde, sia essa la programmazione sovietica o il neo-liberismo anglo-americano.

Trump , avendo abbandonato (finalmente) l’ipocrisia dei presidenti precedenti, ha anche le sue ragioni, in quanto difensore degli Stati Uniti, nel tentare palesemente di arginare questa tumultuosa crescita della Cina, ma ne è ostacolato dalle limitate dimensioni del suo Paese e dai seppur modesti “check and balances” che, in Occidente, limitano ancora la sua libertà di manovra, a cominciare dall’ esistenza dell’ Unione Europea (ch’egli considera infatti come la sua peggiore nemica). Non per nulla egli sta facendo di tutto per imitare la Cina, a cominciare dalla concentrazione del potere sulla sua persona e dal tentativo di ridurre ulteriormente i margini di manovra degli Europei. E’ anche normale, nell’ottica della lotta fra grandi potenze, che la crescita della Cina e il conseguente benessere del resto del mondo vengano in qualche modo frenati dall’ azione di Trump, ma non è probabile un suo sostanzioso successo.

Sono, infatti, 4000 anni che l’ Oriente trasferisce tecnologia in Occidente (agricoltura, scrittura, papiro, porpora, strategia, seta, porcellana, vetro, bussola, polvere da sparo, stampa, carta moneta), come 500 che l’Occidente ritrasferisce la tecnologia in Oriente (cannoni, motori a vapore e a scoppio, giornali, automobili, radio, cinema, energia atomica, televisione, spazio, informatica).Vi è cioè una sorta di “principio dei vasi comunicanti”. Il tipo di rapporto contrattuale potrà variare ad libitum, ma, nella sostanza, non è (ancora) ammissibile, fintantoché le Macchine Intelligenti non imponessero un proprio impero mondiale, che esista nel mondo un unico fornitore dei beni più essenziali. Una situazione del genere sfocerebbe senz’altro in una guerra per l’appropriazione “manu militari” delle nuove tecnologie.La Cina ha già sventato un siffatto colpo di mano da parte di Google, Microsoft, Apple, Facebook e Amazon, resistendo alle spinte disgregatrici sullev sue province periferiche e creando, come ha fatto, omologhi cinesi per le “Big Fives” (Baidoo, Alibaba, Tencent).

 

Mario Chou con Adriano Olivetti

3.Fine del monopolio della Silicon Valley

Avendo costituito un’ alternativa alla Silicon Valley, la Cina sta offrendo al resto del mondo l’opportunità di una reale concorrenza, creando due ecosistemi digitali paralleli, non limitati al territorio di ciascun blocco, bensì a livello mondiale. Una concorrenza che, paradossalmente, costituisce una delle rivendicazioni tradizionali  delle retoriche del libero mercato, e una delle basi delle politiche della concorrenza, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa.A tutela della quale non si era esitato, neln XX Secolo,  ad emettere i cosiddetti “orders to divest” contro la Standard Oil, la SKF e la General Electric. Orbene, visto che nessuno nel mondo ha oggi più il coraggio di emettere un “order to divest” (giustificato quant’altri mai) nei confronti delle Big Five, perché queste dispongono ovunque di un potere assoluto, , è lo stesso Ren  a emettere  (contro se stesso) un “oder to divest”, dando, così, un esempio che potrà avere un impatto dirompente in tutto il mondo. Se la Huawei si è sentita obbligata a spezzare il proprio stesso monopolio, perché non dovrebbero farlo anche le Big Five?

In questo scenario, si capisce anche che è impossibile impedire che le tecnologie sviluppate in Cina possano essere applicate nel resto del mondo, anche se ciò costituisce un vulnus inaccettabile al dogma hegeliano e weberiano che lo sviluppo economico della modernità è una conseguenza diretta e inscindibile della rivoluzione puritana (americana).Questo dogma, invocato a suo tempo da Marx a giustificazione dello schiavismo in America  e da Rostow per la sua “teoria dello sviluppo”, costituisce il motore occulto della potenza americana, così come la teologia costituiva, per Benjamin, la forza occulta del Marxismo.S e cadesse questo dogma, si sfalderebbero non solo l’Occidente, ma la modernità, e gli stessi Stati Uniti.

La famiglia Chou

4.La mossa di Huawei

In questo breve lasso di tempo, sono state formulate, sulla mossa cinese,  le ipotesi più svariate, per lo più ispirate a immarcescibili  pregiudizi anticinesi, soprattutto quella che si tratterebbe solo di una mossa tattica, di un trucco, oppure che essa sarebbe la prova  che la Huawei è disperata per non poter più vendere abbastanza telefonini e materiale logistico in Occidente.

La verità è che la vita stessa delle tecnologie moderne è fondata sulla contrattualistica della proprietà industriale : nessuno è mai riuscito a sfruttare per sempre un’invenzione in regime di monopolio; da sempre ci sono stati l’”esaurimento dei diritti” , il “trickle down effect”, le licenze, i trasferimenti di know-how. Questi trasferimenti per via contrattuale e commerciale hanno costituito da sempre la forma fisiologica delle collaborazioni tecnologiche internazionali, anche se non sono sconosciuti casi “patologici” di trasferimento forzoso di tecnologia, come quello realizzato manu militari dopo la Seconda Guerra Mondiale, arrestando e trasferendo a forza von Braun e Antonov. La Cina sta cercando proprio di evitare che si arrivi a tentativi di questo tipo.

Inoltre, le trasformazioni in corso nell’economia mondiale sono così rapide, che il ruolo della Cina , in quanto parte oramai centrale di questa economia, è condannata a mutare continuamente. Ciò che era vero fino a ieri non lo è più oggi. Se, per volontà  delle multinazionali americane, che, negli Anni 90 vi avevano delocalizzato il grosso delle loro produzioni, essa era divenuta la “manifattura del mondo”, oggi essa  sta diventando, sempre in simbiosi con gli ambienti economici occidentali, il “cervello del mondo”. In questa situazione, non è essenziale produrre in Cina, ma neanche all’ interno dell’universo Huawei, tutto il materiale telefonico. L’importante è controllare la filiera internazionale, per imporsi quale partner qualificato di coloro che vi operano. Così come fanno Google, Facebook, Amazon e Alibaba, che in pratica gestiscono le attività di altri.

La licenza della tecnologia 5G, per quanto offerta nei termini più liberali, non arresterà dunque l’“intellectual leadership”di Huawei, la cui forza consiste proprio nell’innovazione continua. Il campus” di Dong Guan servirà proprio per coltivare innovazione per tutto il mondo. Il fatto che esso sia costruito “copiando” le roccaforti della cultura europea (e non di quella americana, russa, islamica o indiana), dimostra che il modello e il partner elettivo di questi sviluppi è l’Europa. Questo per due motivi, l’uno storico, perché DA QIN ha costituito da sempre il polo speculare delle Vie della Seta, al quale la Cina ha guardato sin dal tempo degli Han Anteriori, e l’altro, geopolitico, perché l’Europa è, oggi, speculare e quindi complementare nei campi culturale, politico, tecnologico ed economico, alla Cina.

Il Minitel, il primo Internet, era europeo

5.Sfidiamo l’arretratezza culturale e tecnologica dell’ Europa

Dal punto di vista tecnologico, l’Europa appare, all’alba della Società delle Macchine Intelligenti, come un paese sottosviluppato:
“Se è vero che l’ Europa ha nel commercio extra-UE un saldo positivo dell’industria manifatturiera nel suo complesso, registra però un deficit nei prodotti ad alta intensità tecnologica. Nel 2015, il disavanzo europeo è stato di 63,5 miliardi di euro, soprattutto verso la Cina, ma non solo: anche Stati Uniti, Corea, Giappone e persino Vietnam e Thailandia hanno segnato un più nello scambio di prodotti high tech con l’ Unione Europea….”(Francesca e Luca Balestrieri, “Guerra Digitale”). Come scrivono gli autori citati, “La discontinuità che segna l’inizio della seconda fase della rivoluzione digitale offrirebbe sulla carta all’ Europa l’opportunità di un cambio di marcia: nel nuovo mix di tecnologie convergenti, l’eccellenza europea in settori come la robotica, l’automazione e -in generale -la manifattura 4.0 potrebbe portare alla nascita di nuovi campioni globali, questa volta radicati in Europa. Il fattore critico è però la capacità di elaborare un’efficace politica industriale a dimensione europea. “

L’assenza dell’ Europa dai settori di punta delle nuove tecnologie deriva dall’ assenza di un ambiente geopolitico ed intellettuale complessivamente favorevole (di innovatori motivati e all’ avanguardia come a suo tempo von Braun,Turing, Olivetti, Chou, o, in America, Wiener, von Neumann, Esfandiari, Kurzweil…; d’ iniziative come quelle del Minitel e di Programma 101; di un  centro decisionale militare autonomo come il DARPA americano, che finanzia l’industria digitale in quanto tipicamente “duale”; di reti d’intelligence capaci d’impedire il furto delle tecnologie).Forse anche da accordi segreti con l’ America.

Tuttavia, se, nel XX° secolo, i Paesi europei potevano ancora sperare di mantenere il loro “European life style” restando dei semplici “followers” dell’ America, essi non possono più nutrire questa speranza dopo l’avvento dell’ economia digitale, dominata dalla Silicon Valley, da Dong Guan, Xiong’an, Bangalore, dai providers di Internet, dai Big Data, dai computers quantici e dai 5G.

In Europa non si è ancora capito che le società attuali hanno oramai abbandonato, non solo  le logiche della società assiale, ma anche quelle della Modernità, fondate su religione, umanesimo, razionalità, diritto, personalità, libertà, Stato, industria, società. Oggi, quegli elementi sono oramai stati sostituiti dall’ informatica, dal macchinismo, dai “big data”, dall’”hair trigger alert”, dai “social media”, dalle “Big Five”, dall’uomo virtuale. Chi non è in grado di padroneggiare questo complesso mondo mondo decade rapidamente a suddito, a cavia, a mero reperto archeologico da cui ricavare le nuove realtà (come il campo di Dong Huang).

Oggi, USA, Cina, Russia, India, Israele, Iran, hanno i loro Big Data, i loro sistemi di intelligence, i loro guru dell’ informatica, le loro OTTs, ecc…Noi no. Per questo abbiamo già perduto ogni rilevanza geopolitica e stiamo perdendo addirittura la capacità di sopravvivere economicamente e culturalmente.

Uscire da questa spirale discendente richiede una scossa culturale e nuove tecnologie. Ambedue le cose potrebbero venirci da Dong Guan: da un lato, il rilancio dell’orgoglio di appartenere a “Da Qin”, l’altro grande polo, insieme all’ Asia, della civiltà umana, e, dall’ altro,  l’utilizzo delle tecnologie 5G, che rappresentano l’informatica del futuro. Per tutte e due queste cose, abbiamo bisogno della Cina.

Come scrivono Francesca e Luca Balestrieri, “Nello scenario dei prossimi anni vi sono dunque troppe variabili perché si debba considerare il bipolarismo come un destino, in cui restare schiacciati nella logica della nuova guerra fredda: anche se al momento la scena è occupata da Stati Uniti e Cina, la seconda fase della rivoluzione digitale è tuttora aperta a una possibile più larga distribuzione del potere industriale e a più complessi assetti geopolitici”.

Con quest’obiettivo e con questa strategia, l’Europa dovrebbe organizzare un pacchetto negoziale con Huawei, a cui possano partecipare, ma non solo, le multinazionali europee dell’informatica, ma anche altri soggetti, primo fra i quali l’Unione Europea, addirittura in quanto tale. Non si vede perché, come esiste un’Agenzia Spaziale Europea, non possa esistere anche un’ Agenzia Digitale Europea, la quale si ponga, direttamente o attraverso società-veicolo (come Arianespace), come attore sul mercato dei prodotti e servizi digitali, acquisendo tecnologia di punta là dove essa è disponibile e creando le nuove (oggi inesistenti) classi dirigenti della società digitale europea, così come, per la progettazione del “Programma 101”, l’Ing. Olivetti aveva reclutato (su raccomandazione di Enrico Fermi) ,l’italo-cinese Ing. Chou.

Dopo trent’anni di delusioni dalle retoriche neo-liberistiche e post-umanistiche, sta prendendo piede ovunque un atteggiamento altamente interventistico delle Grandi Potenze nei confronti dell’ universo digitale, sulla falsariga del DARPA americano e del Comitato cinese per l’Unificazione del Civile e del Militare. Orbene, se di questo hanno bisogno addirittura le due Grandi Potenze che si contendono il controllo tecnologico del mondo, figuriamoci se non ne abbiamo bisogno noi Europei, ormai ridotti a dei “primitivi digitali” a causa del più spettacolare “fallimento del mercato” che la storia ricordi!

Anche noi dobbiamo costruire il nostro campus umanistico-digitale, comprendente e le migliori tradizioni di tutte le fasi della storia europea, e un’antologia selettiva di tutte le culture del mondo.

NE’ CON SOROS, NE’ CON BANNON, MA CON L’EUROPA Contributo a una “rettifica dei nomi” dei nuovi schieramenti europei.


Un tempo si diceva che, con l’avvento della democrazia, era finita la diplomazia segreta, e ci si avviava verso un’epoca di trasparenza. Tutto ciò sarà anche parzialmente vero, però oggi stiamo assistendo a un’altra, non meno grave, forma di opacità: la politica trasformata in sceneggiata, che non ci permette più di capire che cosa sia vero e che cosa sia falso nelle grandi questioni che riguardano l’Umanità (la questione delle “fake news”, ma portata all’ ennesima potenza). In questo modo, si impedisce che il tanto decantato processo democratico possa mai portare a una qualsivoglia decisione concreta, e, questo, in un mondo in cui decisioni drammatiche debbono essere assunte in ogni momento, e quindi vengono prese in un modo assolutamente opaco da alcuni individui, spesso occulti.

Il caso più preoccupante è quello del Presidente Trump, che, prova, qua e là, a realizzare  (giuste  o  sbagliate  che  fossero)  le  promesse fatte agli elettori, per essere poi rimbeccato e violentemente contestato da tutto l’ “establishment”, e, quindi, rimangiarsi (almeno formalmente), tutto quanto detto e fatto fino al giorno prima. Sicché, tutti insieme, gli Americani riescono a occultare, con quella che Nixon chiamava “tattica del pazzo” (quello che ora Trump chiama ‘l’elemento sorpresa’), quali siano le reali intenzioni dell’America: « È importante che ‘i pianificatori non siano troppo razionali nel determinare […] quali siano gli obiettivi che contano di più per l’oppositore”, che vanno comunque tutti colpiti. “Non è bene dare di noi stessi un’immagine troppo razionale o imperturbabile”. “Il fatto che gli USA possano diventare irrazionali e vendicativi, nel caso che i loro interessi vitali siano attaccati, dovrebbe far parte dell’immagine che diamo in quanto nazione.” È “giovevole” per la nostra condotta strategica che “alcuni elementi possano sembrare fuori controllo”. »

Ricordiamo solo alcune delle prese di posizione di questa Presidenza: introduzione di dazi commerciali contro tutti i principali Paesi del mondo; cancellazione dei trattati sul clima e con l’ Iran; spostamento dell’ ambasciata in Israele, da Tel Aviv, a Gerusalemme; la definizione dell’Europa come “nemico”; la minaccia di ritirare 35.000 soldati dalla Germania se gli Europei non aumentano le spese militari al 4% del PIL(800 miliardi di dollari) l’anno; la proposta a Macron di lasciare la Unione Europea; l’invito a Theresa May a farle causa, e, all’ Europa stessa, di abbandonarla….Dietro di esse c’è certamente una logica, e questa è che gli USA resteranno ancora per poco tempo così forti da  potersi imporre con le minacce e con i ricatti, perché dopo comincerà un’era veramente multipolare in cui la voce degli altri Paesi del mondo li sovrasterà.

La “politica come sceneggiata” rende comunque  difficile non farsi travolgere dai riflessi condizionati deliberatamente provocati dai potenti e dai sistemi di comunicazione di massa. A mio avviso, il modo migliore per opporvisi è fare, di tempo in tempo, un’opera di chiarificazione dei concetti: quella che Soctate chiamava “maieutica”, e Confucio “Rettificazione dei nomi”. Mi avvarrò, nel fare questo, di riferimenti incrociati ad articoli pubblicati in questi giorni da autorevoli giornalisti su vari giornali italiani.

 

 

1.Gl’irreali schieramenti attuali

 

 

Non più affidabilmente di quella americana si comporta  anche la classe dirigente italiana (vecchia e nuova), divisa nei tre improbabili partiti dei “sovranisti”, degli “europeisti” e degli “antiamericani”:

 

 

-i pretesi “sovranisti” affermano di voler riaffermare la sovranità nazionale (cioè degli spesso improbabili Stati nazionali sette-ottocenteschi), ma, paradossalmente, se la prendono, come capro espiatorio, proprio con quell’Unione Europea, che è la principale stampella su cui si appoggiano tali obsoleti Stati, e non, invece, con gli Stati Uniti, che da 70 anni occupano proprio tali Stati -esemplificazione eclatante della loro  “non sovranità” – ( Steve Bannon, come già Zbygniew Brzezinski, la chiama, senza mezzi termini, “protettorato”-), e ora si permettono addirittura di dichiarare l’Europa come “loro nemico” , nonostante la cieca obbedienza a i loro ordini per tutti questi anni. Ora che Bannon si propone espressamente di orientare, finanziare e inquadrare i movimenti “sovranisti” europei nello stesso Parlamento europeo, i “sovranisti” ci dovranno spiegare di chi essi difendono la sovranità: dell’ Europa o dell’ America?;

 

 

-i pretesi “europeisti”, che si limitano (come ci ricorda, su “Il Sole 24 Ore”, Sergio Fabbrini), a ripetere all’ infinito i presunti meriti delle Comunità Europee e dell’Unione Europea, ma senza avanzare alcun programma concreto, e   (aggiunge Rumiz su “La Repubblica”), con “uno spaventoso vuoto narrativo”. Infine, essi sembrano difendere più   l’”Occidente” che non l’ Europa,  vista la loro “totale assenza di passione per l’ Europa”(Rumiz). Molti di costoro hanno inizialmente sostenuto l’internazionalismo comunista, poi quello gauchista, poi ancora quello delle multinazionali e della Rete, e ancora oggi tifano per la Clinton, per Obama e per Soros;

 

 

-i pretesi “antiamericani”, che, prima delle elezioni, erano diventati numerosissimi, a sinistra come a destra, perchè inseguivano gli umori della maggioranza degli elettori,  e, dopo le elezioni, sono letteralmente scomparsi, con gli scongiuri di non voler mettere in discussione la NATO (mentre la può mettere in discussione lo stesso Presidente degli Stati Uniti), con i loro precipitosi viaggi a Washingron, con gli applausi a Steve Bannon, ennesimo “avatar” dell’egemonia americana, questa volta teorizzata dalla destra di Trump per “americanizzare”, infine, dopo il centro e la sinistra, anche i “sovranisti”.

 

 

In realtà, dietro a tutti questi gruppi si vedono sempre all’opera le eterne lobbies americane e filo-americane, che si  sono da sempre travestite nei  modi più svariati  per orientare meglio gli Europei: ieri Lafayette, Dupont de Nemour, Talleyrand, Mazzini, Trockij, la Banca Schroeder, i “servizi deviati”; oggi, “le cancellerie”, , le holding editoriali, i “think tanks” trasversali. Non per nulla, Bannon parla di “riorientare” (cioè mettere in riga) “i Paesi amanti della libertà”(cioè i passivi alleati degli USA), vale a dire di consolidare con mezzi diversi un ”Occidente” che le politiche dei globalisti americani hanno ormai screditato e polverizzato.

 

 

Un esempio tipico dei discorsi di queste lobbies è fornito dall’articolo su “La Stampa” dell’ Ambasciatore Massolo, che incitava, come sempre, gl’Italiani alla “politica dei due forni”, attaccandosi, ora alla greppia americana, ora alla greppia russa, senza rivendicare mai  un’ autonoma missione civile, e svalutando, per questo, il  ruolo dell’ Europa.   La quale ultima è oggi invece  indispensabile, seppure in forme radicalmente nuove, almeno per sopravvivere nello scontro fra le grandi potenze, a cui non possono opporsi solo calcoli opportunistici: si può lottare solo se si ha una diversa visione di se stessi e dell’ Umanità.

 

 

2.L’Europa autentica

 

 

Oggi più che mai, nessuno si prende veramente cura dell’Europa, intesa quale insieme di popoli concreti, con le loro terre, le loro culture, le loro ambizioni, le loro rivendicazioni, in leale, ma ferma, competizione, con il resto del mondo, senza pretese colonialistiche ma anche senz’ alcuna tolleranza per i “diktat” da parte di chicchessia.

 

Nel fondo della loro anima, questi nostri popoli non s’identificano, né con il mitizzato, ma fortunatamente inesistente, “ceto medio”, che si pretenderebbe decerebrato e facile preda della demagogia, né con l’ipocrita retorica millenaristica e puritana, che ha predicato per secoli libertà, fraternità ed eguaglianza, per tendere possibili, in realtà, un generalizzato razzismo, la Tratta Atlantica, il Trail of Tears, il terrore rivoluzionario e la bomba atomica, né, infine con le smargiassate dei tanti pseudo-rivoluzionari, che, da sinistra o da destra, hanno esaltato per decenni le lotte di liberazione di tutti i popoli del mondo, ma non ne hanno avviata neppure una, che sarebbe spettata proprio a loro: quella dell’ Europa.

 

Ma qual’ è l’”anima” del nostro Continente?

 

 

Rumiz vorrebbe che si “narrasse con l’anima” il nostro Continente. Ma siamo sicuri che quei pochi che, come lui, stanno cercando di farlo, stiano raccontandoci l’Europa vera, quella che emerge chiaramente dalle nostre culture e dai nostri monumenti, e non il, ben diverso, “Occidente”? Già Freud lamentava che “la coscienza europea” occultasse l’ “identità Europea”:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 il radicamento dell’ Europa nelle religioni monoteistiche, nella tecnica o nella sintesi liberal-democratica volutamente non definisce l’ Europa nella sua essenza, bensì si limita ad enumerare dei fenomeni comuni a vari Continenti. Come tale, esso non serve per guidare il comportamento degli Europei così come l’“American creed” guida quello degli Americani.

 

Vogliamo invece parlare qualche volta d’Ippocrate, di Leonida, di Dante, di Podiebrad, del “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire, della “finlandizzazione” di   Czartoryski, dei “Buoni Europei” di Nietzsche, della “Religione della Libertà” di Croce,  della Costituzione Europea di Galimberti, della “Sfida Americana” di Servan-Schreiber? Questi sono i rari personaggi, momenti e passaggi in cui l’Europa è stata evocata apertamente e specificamente, secondo l’ insegnamento di Chabod, come alternativa ad altri modelli: gli “Europaioi” definiti come liberi nel senso di “autonomoi”, l’Italia come “giardin dell’ Impero”; il patto pacifico fra i sovrani, seguendo l’esempio unitario della Cina; la “Nazione Cristiana” di Novalis e di Alessandro I; la “Force de Frappe” gaulliana. Tutte cose cancellate invece dalla memoria collettiva attraverso scelte politiche ufficiose dei Governi tenute praticamente segrete, come quella operata dai Ministri della Cultura di Blois, consistente precisamente nell’ignorare la storia dell’ Europa prima del 1945.

 

Secondo  questa cosiddetta “memoria condivisa”, l’ integrazione europea nascerebbe all’ improvviso, come per miracolo, per il solo effetto dello spavento per le atrocità della II Guerra Mondiale. L’identità europea sarebbe quindi soltanto la sommatoria delle ideologie che si sono imposte a partire da quella.  Ma, a quel punto, come fare a dare delle  priorità al governo dell’ Europa,

 

 

3.Prepararsi al peggio


Al di là di ogni considerazione europea, questa “tattica del pazzo” costituisce un pericolo permanente per la sopravvivenza dell’ Umanità, perché la drammatizzazione artificiale di ogni trattativa, tipica dei negoziati finanziari o forensi, trasposta in campo geopolitico, può portare fino alla guerra totale.

 

Ma anche a prescindere da Trump, scrive Roberto Castaldi su “L’Espresso”, oggi “l’Europa è un vuoto di potere, una bassa pressione, intorno a cui si concentrano crisi geopolitiche”, e questo costituisce un ulteriore pericolo. Tuttavia, c’è da chiedersi se i vetusti suggerimenti proposti da  Castaldi, come la comunitarizzazione della “Force de Frappe” (che pure sarebbe da se sola una rivoluzione), siano sufficienti in un momento dominato, come il nostro, dalla cyberguerra e dalle guerre asimmetriche, di fronte alle quali i pochi missili nucleari francesi, contrariamente che ai tempi di De Gaulle (quando erano “à tous les azimuts”, cioè puntati anche contro gli USA), sono oramai ben poca cosa.

 

Infatti, come scrive su “La Stampa” Gianni Vernetti, il declino dell’egemonia americana porterà a un conflitto per il controllo del nostro Continente, a cui gli Europei devono essere preparati, per non subirlo passivamente, bensì per divenirne, al contrario, i vittoriosi protagonisti. Dunque, è forse un problema già il fatto che Trump sia molto titubante a tener fede alla clausola (per altro puramente cartacea) dell’ art. 5 del Trattato NATO, che impegna i firmatari alla difesa reciproca contro attacchi di terzi, ma ben  più grave è che Trump abbia qualificato gli Europei come “dei nemici”. Chi, infatti, dopo De Gaulle, ha approntato strumenti di difesa “à tous les azimuths”, vale a dire anche contro un’eventuale aggressione americana (che sarebbe coerente con certi atteggiamenti di Trump)?

 

Speriamo che tutto possa risolversi pacificamente, con l’accettazione di quel naturale riorentamento progressivo dell’ Europa verso l’Eurasia, tanto aborrito da Brzezinski e da Bannon, che permetterà  in primo luogo di rovesciare pacificamente l’innaturale rapporto di forze all’ interno dell’ Occidente. Segnaliamo per altro anche l’interessante scelta, da parte di due intellettuali belgi, di arruolarsi come volontari nelle truppe del loro Paese, col deliberato proposito di acquisire quelle competenze militari che forse saranno purtroppo necessarie agli Europei in quel frangente: “si vis pacem, para bellum”. Basti pensare a come è stato facile destabilizzare, con le “primavere arabe”, cinque importantissimi Stati a noi vicini, provocando una micidiale guerra internazionale, più lunga della Seconda Guerra Mondiale.

 

4.Le elezioni del 2019

 

 

Visto che tanto i “sovranisti”, quanto gli “europeisti”, si stanno preparando a presentarsi come coalizioni possibilmente coerenti alle prossime Elezioni Europee, spero che tanto gli uni, quanto gli altri, porgano orecchio a questi nostri argomenti. Né gli uni, né gli altri, devono dimenticare che se, insieme, essi coprono la totalità del Parlamento Europeo, invece, l’enorme maggioranza degli Europei non è rappresentata da nessuno dei loro uomini : alcuni, perchè appartenenti a Paesi Europei non facenti parte della UE; gli altri, perchè, pur potendo votare per il PE, si rifiutano maggioritariamente di farlo, essendo contrari alle politiche di tutti gli attuali partiti organizzati, tutti egualmente indifferenti alle vere sorti dell’ Europa e mossi da ben altri interessi.

 

 

A queste centinaia di milioni di Europei, occorrerà proporre, come afferma l’omonimo manifesto firmato da molti intellettuali europei tra cui Rémi Brague e Chantal Delsol, “Un’Europa a cui possiamo credere”.

PROTEZIONISMO E INFORMATICA, In margine alla multa di Google

L’’imporsi dell’ informatica come fenomeno centrale del XXI Secolo ha stravolto,  già di per sé, molti dei presupposti -filosofici, politici, economici e giuridici- delle società contemporanee, a partire dalle idee di libertà, di Stato e di concorrenza, rendendo obsolete, tra l’altro, le vecchie ideologie e le vecchie scuole economiche e giuridiche. E’evidente, infatti, che le Big Five non sono soltanto delle imprese, ma corrispondono anche, contemporaneamente,  a ciò che un tempo erano     gli Stati, le Chiese e i servizi segreti. Difendere l’Umano contro i Big Data e l’uomo artificiale richiede molta più energia e ingegnosità che non difendere i cittadini  separatamente contro lo Stato, la Chiesa o la repressione poliziesca, come si era fatto nel ‘600 con l’Habeas Corpus, nel ‘700 con il Toleration Act, o nell’ Ottocento con le costituzioni liberali.

Per questo le Autorità americane stanno giustamente ripensando all’intero impianto della legislazione antimonopolistica, nata proprio in America per difendere, prima che i consumatori, la stessa democrazia, la quale non può coesistere con un potere preponderante, superiore a quello di Stato, Chiesa e polizia messe insieme. Infatti, le Big Five spiano quotidianamente ciascuno di noi, a cominciare dal Papa e dal Presidente degli Stati Uniti, manipolano le elezioni in tutti i Paesi del mondo, ma soprattutto in America, rivendono i nostri dati acquisendo un potere economico che permette loro di acquistare aziende aerospaziali e interi territori, catene editoriali e fabbriche automobilistiche, catene distributive e fabbriche di robot: distruggendo l’intero ceto imprenditoriale e gran parte di quelli tecnici e operai, in tutto l’ Occidente.

Ma, per fermare le Big Five, non resta che ricreare la concorrenza (per esempio, quella dei concorrenti europei che oggi non ci sono).

La polemica forzata di Trump contro la decisione della Commissione ha se non altro il pregio di mettere in evidenza una serie di verità lapalissiane che tutti hanno preferito ignorare per molti decenni. Al di là dei mutevoli e mistificati rapporti in politica interna, vi è una sostanziale convergenza fra, da un lato, il perpetuarsi dello strapotere delle Big Five, e, dall’ altra, le politiche protezionistiche, aperte o nascoste, dello Stato Americano, di oggi e di ieri.

1.L’informatica quale arma suprema del XXI Secolo

Dato, infatti, il carattere centrale dell’ informatica nella società di oggi, e, soprattutto, di domani, essa rappresenta oggi l’arma suprema, superiore perfino a quella nucleare. Come ha detto il Presidente Putin, “chi controlla l’ Intelligenza Artificiale controlla il mondo”. Questo l’avevano scritto per primi Eric Schmidt e Jared Cohen, membri del CdA di Google: “mentre,  nel XX Secolo, era stata la Lockheed a guidare l’America alla conquista del mondo, nel XXI secolo, questo compito spetterà a Google”. D’altra parte, questo lo sapeva per primo il Department of Defence americano, che, in piena Seconda Guerra Mondiale, aveva lanciato “AAA Predictor”, un programma che aspirava  nientemeno che a prevedere le mosse del nemico. Se non è questa l’Intelligenza Artificiale! E, nello stesso modo, lo sapevano  i vertici del PCUS, che, dal 1983, avevano affidato la decisione della eventuale rappresaglia nucleare, a un sistema informatico detto “OKO” (Occhio).

E’ questo il motivo per cui tutti gli Europei (Governi, Istituzioni, partiti, imprenditoria) non hanno mai fatto nulla contro lo strapotere delle Big Five, concepito come una semplice e logica estensione della cessione agli Stati Uniti del diritto di pace e di guerra. Ed è questo per cui il seppur modesto attacco odierno della Commissione alla Google viene descritto da Trump come un’insopportabile prevaricazione degli Europei, che va repressa al più presto.

L’approccio di Trump si differenzia perciò da quello di Obama solamente per lo stile. L’Amministrazione Obama si era illusa di rendere irreversibile il predominio delle Big Five (e, quindi, del proprio Complesso Informatico-Militare), attraverso il TTIP e il TTP, mettendo al bando  come “protezionismo” ogni misura volta a rafforzare le nascenti industrie europea e giapponese del Web Poiché non si sono potuti stipulare i due trattati, si è scelto ora il rude approccio di Trump: non potete multare la Google (seppure applicando la normativa antitrust, che è un prodotto del liberismo giuridico americano) perché la Google è americana, e gli Europei stanno già  traendo fin troppi  vantaggi (quali?) dalla cooperazione con l’America. L’atteggiamento di Trump è simile a quello del lupo nella favola di Esopo/Fedro e Lamartine, in cui  questo  animale divora l’agnello dopo averlo accusato di una colpa irrisoria e comunque impossibile (avere sporcato l’acqua d’un ruscello quando in realtà era l’agnello ad essere a valle del lupo).

2.L’insostenibilità della subordinazione europea

Addirittura, l’insufficienza economica, a parere di tutti, della multa miliardaria comminata a Google dalla Commissione, rispetto all’ enormità dei danni causati dall’ impresa, mette a nudo l’insostenibilità di un tipo di rapporto, fra Europa e America, fondato su una totale sproporzione di potere. Infatti, già soltanto  mantenendosi entro i ristrettissimi limiti del diritto europeo positivo (ripetiamolo, di origine americana) esisterebbero  strumenti ben più efficaci, come l’”order to divest”, che nessuno si sogna però neppure di suggerire. Ricordo che questa soluzione era stata applicata fin dagli inizi dell’antitrust americano a conglomerate, come la Standard Oil, ben meno minacciose che non le Big Five di oggi. Quanto poi alle diatribe euro-americane, avevo avuto modo già negli anni ’70 di assistere ad un “order to divest” piuttosto discutibile, quello contro la SKF svedese (per cui lavoravo), evidentemente per favorire i suoi concorrenti americani.

Ma c’e di più: sempre secondo la stessa teoria liberistica, lo Stato deve intervenire nell’ipotesi di un “fallimento del mercato”. Ebbene, questo è appunto il nostro caso, perché, senza un aiuto dello Stato (o meglio dell’ Unione Europea), un’industria europea del web non sorgerà mai, e, quindi, in Occidente non sorgeranno mai dei concorrenti delle Big Five come Alibaba o Baidu in Cina .E giacché, senza un’industria informatica autonoma, non è possibile, né una politica di difesa, né un’industria delle comunicazioni, né un sistema commerciale efficiente, né un’industria dei trasporti, ecc…, se l’ Europa non si dota della sua autonoma  industria del web, essa sarà condannata a una decadenza rapidissima, sul genere di quella che stiamo già sperimentando in Italia, dove da più di un decennio,  la “crescita”, mai superiore all’ 1%, non compensa neppure l’inflazione programmata. Non per nulla, l’Italia costituisce un caso estremo di rinunzia a tutte le tecnologie di punta: dall’ informatica (ricordiamo il caso Olivetti), al nucleare (vedi referendum), alle portaerei (vedi il caso delle nostre portaelicotteri), alla propulsione aerospaziale (caso Fiat Avio). Un’Italia priva delle industrie di punta è condannata a non offrire più alcun posto di lavoro interessante, soprattutto per gl’intellettuali, i managers, gl’ingegneri, i finanzieri, i legali, perché questi si concentrano ovunque là dove c’è un potere effettivo: intorno alla Silicon Valley, a Shenzhen, al Pentagono, al Cremlino,  a Wall Street, a Gerusalemme, a Pechino, a Riad….Qui restano solo posti da politici di second’ordine, da burocrati esecutori, da camerieri, da contabili e  lavoratori manuali in attesa di essere sostituiti dai robot…

La difesa d’ufficio che il Presidente Trump sta facendo di Google conferma che si tratta di una lotta per la sopravvivenza fra le economie americana ed europea. D’altronde, il caso di Cambridge Analytica dimostra che anch’egli, come già Obama, non avrebbe vinto le elezioni senza l’appoggio determinante delle Big Five. Dove poi l’influenza russa, per altro non dimostrata e non specificata, sarebbe stata infinitesimale rispetto a quella, confessa, di Facebook e di suoi partners.

Urge un’azione da parte della società civile per fare pressione sulle Autorità Europee. Se l’Unione Europea non saprà tutelare i suoi cittadini contro questa che è la minaccia più grave nei confronti della nostra libertà e della nostra stessa sopravvivenza, non vedo come essa possa rivendicare una qualsivoglia legittimità democratica, e come faccia a evitare il prevalere di forze che promettono (sinceramente o meno), nuovi assetti, radicalmente diversi.

 

DOPO IL G7: è il momento di agire

Il G7 non poteva concludersi in un modo più significativo – con una grottesca rissa in cui i membri degli ex “sette Grandi” si lasciano fra insulti e minacce-. Il colmo è costituito dalla provocazione iniziale di Trump, che ha proposto di ri-invitare la Russia (a suo tempo cacciata per volontà degli Stati Uniti), a cui hanno risposto la Russia stessa, che ha precisato di preferire l’ Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, e gli Europei, che hanno rifiutato di associarsi all’ invito.

1.Carattere surreale del G7 

Non poteva finire se non così, viste le premesse concettuali sbagliate. Che senso ha costituire un gruppo di Paesi che riunisce meno di 800 milioni di abitanti su una popolazione mondiale di 7 miliardi e mezzo (invitando il Canada, che ne ha appena 25, e l’ Italia, che ha un PIL inferiore non solo a quello della Cina, ma anche a quello della Spagna), e pretendere che decida sulle grandi questioni del mondo, alla faccia della democrazia internazionale e delle Nazioni Unite?

Il carattere surreale del G7 è stato messo in evidenza anche dalla concomitanza della riunione in Canada  con il vertice di Qingdao dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, a cui ha partecipato tutta l’ Eurasia, e in cui si è decisa l’ammissione anche dell’ India e del Pakistan.

Il primo a rendersi conto dell’ irrealtà del G7 è stato proprio il presidente Trump, che ha deciso di affossarlo e ridicolizzarlo con una marea di sgarbi, arrivando in ritardo e partendo in anticipo per incontrare il dittatore nordcoreano, al punto che il premier canadese Trudeau ha parlato di “un insulto”(tra l’altro, nel summit, Trump gli aveva rinfacciato l’incendio di Washington nel 1814 da parte delle truppe canadesi).

La debolezza del G7 è la stessa di tutte le iniziative internazionali degli Stati Uniti, che partono nel nome del progresso universale guidato dagli Stati Uniti, ma vengono sistematicamente rinnegate da questi ultimi non appena esse possono dare qualche vantaggio agli altri Paesi.

Per questo, l’alternanza dei presidenti piace tanto negli Stati Uniti: per attribuire alla responsabilità  successivi leader  quei  cambiamenti di casacca che sono iscritti nel DNA del loro imperialismo, ambiguo come tutti gli universalismi. Paritetici fintantoché resiste un insuperabile dislivello fra dominanti e dominati, nazionalisti non appena questo dislivello rischia di colmarsi. L'”isolazionismo” corrisponde a questa seconda fase, in cui si rinnegano i patti stipulati nei periodi espansionistici.

2.Una simbiosi sempre più difficile

Oggi, Trump si sente offeso del fatto che ( suo avviso), i Paesi occidentali dovrebbero il loro preteso benessere alla protezione da parte degli Stati Uniti, ma si permettano, da un lato di contribuire meno alla difesa dell’ Occidente, e, dall’ altro, di esportare con maggiore successo degli USA. Premesso che, se l’ Europa non facesse parte del sistema americano e spendesse per la Difesa quanto spende  ora (cioè quanto Cina e Russia messe insieme), ma in modo autonomo, sarebbe oggi una grande potenza ed esporterebbe ben di più, nei settori della cultura, dell’ informatica, dell’industria aerospaziale e della difesa, senza pagare tributi all’ America in termini di acquisti militari (vedi F35), di mantenimento di centinaia di basi, di “guerre umanitarie”, di immigrazione, di apertura alle multinazionali del web e della consulenza, anche lo squilibrio della bilancia americana dei pagamenti è stato voluto dagli USA come forma semi-schiavistica di dominio mondiale, in particolare nei confronti della Cina, verso la quale, negli anni 80, si subappaltò la quasi totalità dei prodotti delle multinazionali per sfruttare il basso costo della mano d’opera.

Oggi, gli Stati Uniti sono uno Stato imperiale, dove prosperano solo le funzioni che servono all’ Impero (il cosiddetto sistema “QUANGO”:politica, informatica, cultura, servizi segreti, finanza, difesa…, mantenute dai “satelliti”), e tutti gli altri boccheggiano. Tuttavia, con la riduzione del suo ruolo imperiale, perfino le attività strategiche stanno incontrando difficoltà. Di qui la missione di Trump: distruggere ciò che è stato fatto, per ritentare un’ennesima strategia egemonica. Missione impossibile, perché i rapporti di forza a livello mondiale sono cambiati, e il blocco di potere eurasiatico, sempre più coeso, ha sottratto all'”Occidente” un’ampia parte del mondo (circa la metà in termini di popolazione, un po’ meno in termini di PIL).

Di qui il frenetico nervosismo di Trump.

Oggi, la palla sta nel campo egli Europei, che, di fronte alle oscillazioni delle grandi Potenze, sono finalmente liberi di scegliere il loro destino, e, in primo luogo, le loro alleanze. Altro che fare l'”esame del sangue” a ogni forza politica per controllare il suo “livello di fedeltà” alla NATO!

Però, occorre urgentemente che gli Europei alzino un poco lo sguardo, dalle miserie quotidiane (come il deficit spending e la ripartizione dei migranti), per alzarlo verso l’ avvenire del mondo : la libertà di tutti i Popoli,l’ umanità vs. la tecnica, la nuova cultura multiculturale e multipolare….

Solo così si rimedierebbe anche all’interminabile declino economico, rendendo l’ Europa capace di commerciare su un piede di parità con il resto del mondo.

 

L’EUROPA E GL’IMPERI DOPO LE ELEZIONI RUSSE

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese e  le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

4.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai 5ome una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti