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L’AUTONOMIA STRATEGICA DELL’EUROPA CONTRO LA TERZA GUERRA MONDIALE PARTE II: PERCHE MAI L’AMERICA DOVREBBE “GUIDARE IL MONDO”?

Presentazione del nuovo team di politica estera di Joe Biden

Contrariamente a quanto sostiene la retorica mondialista, l’autonomia degli Stati-Civiltà e la comunità internazionale non sono affatto due principi contrapposti, mentre lo sono globalismo e universalismo.

Una qualche forma di comunità internazionale che permetta di affrontare in modo negoziato i grandi problemi del mondo  è resa  più necessaria  che mai dal sorpasso delle macchine sull’uomo, che rende indispensabile un forte potere decisionale umano contro le macchine, per scongiurare lo scenario delineato nelle opere di Asimov, nel quale le “Tre Leggi della Robotica” non riescono ad essere applicate neppure dalla Federazione Mondiale, a causa delle insufficienze delle sue imbelli classi dirigenti:
“Come facciamo a sapere quale sia veramente il bene supremo dell’ umanità, Stephen? Noi non abbiamo a disposizione il numero infinito di dati che hanno a disposizione le Macchine(Asimov, “Conflitto Evitabile”)”

Solo con questo riallineamento alle realtà del 21° secolo il progetto federalista potrà acquistare un senso concreto e divenire realistico. Infatti,la Federazione Mondiale, che fino ad oggi appariva addirittura inquietante perché molto simile ad una tirannide incontrastabile ed eterna (cfr. Rousseau e Kant), appare ora nella sua vera luce, per così dire, “catecontica”, vale a dire quale unica possibile alternativa alla Megamacchina digitale governata da alcuni “guru” della Silicon Valley (Barcellona).

Questo scenario, sempre più ravvicinato a mano a mano che passano gli anni, anziché evolvere nel senso della Pace Perpetua, si confonde in modo impressionante con quello della “guerra senza limiti” lanciata dall’ Occidente contro il resto del mondo sulle orme di Huntington, che include il “Regime Change”, la cyberguerra, la militarizzazione dello spazio, la corsa agli armamenti, ma soprattutto “la guerra  fra le macchine intelligenti”, di cui  scriveva De Landa già 40 anni fa.

Un punto che non era chiaro fino a poco fa, soprattutto agli Europei, era che la collaborazione internazionale non esclude, bensì implica un sano funzionamento del “Principio di Sussidiarietà” anche a livello mondiale: in concreto, l’“autonomia strategica” di ciascuno dei grandi degli Stati-Civiltà, di cui parla il Presidente Macron. Intanto, la diversità di vedute fra le grandi culture deriva, non già da una “défaillance” del sistema ideale di organizzazione del mondo, bensì dall’ intrinseca fallibilità della ragione umana, che fa sì che, su qualunque questione, ma soprattutto su quelle decisive, vi sia necessariamente una divergenza di opinioni. E proprio perché non si riesce a stabilire chi abbia ragione, è salutare una conflittualità fra le varie concezioni del mondo. Coloro che invocano la democrazia (ma meglio sarebbe dire il pluralismo) come metodo euristico di ricerca della verità, non possono poi certo rifiutarsi di applicare lo stesso principio sul piano internazionale, dove oggi non vige certo la democrazia internazionale, e un solo Stato si arroga privilegi inauditi, che mai nessuno nella storia aveva preteso. Certamente, la “società dell’1% non è in possesso della verità assoluta o dei “valori universali”, e deve quanto meno discutere dei massimi problemi con le altre grandi civiltà.

Quest’esigenza di pluralismo era stata espressa nel modo più chiaro dal Corano,  nella forma della “comunità dei Popoli del Libro”. La politica americana del “Regime Change”, esaltata ancora recentemente da Pompeo, come pure la tendenza della UE a impartire lezioni al resto del mondo, mirano invece proprio ad eliminare questa dialettica, rendendo “inevitabili solo le Macchine Intelligenti”, come affermava,  nel racconto di Asimov, la Presidentessa della Regione Europea dello Stato Mondiale.

Tra l’altro, la molla segreta, per il Complesso Informatico-Militare,    per la realizzazione di queste ultime, è che solo esse sono in grado di sopravvivere alla guerra chimica, nucleare e batteriologica, sì che la Terza Guerra Mondiale segnerà, come minimo, la presa del potere da parte delle macchine stesse  (vedi il film “Terminator II”).

Questo totalitarismo digitale lo si vede per altro già in opera nella persecuzione implacabile dei whistleblowers, che osano contrastare il controllo mondiale del sistema informatico-militare, mettendo in tal modo in pericolo il suo sistema d’ intelligence per la IIIa Guerra Mondiale. Tutte cose già viste nei films distopici, come ad esempio “Rollerball”.

Quindi, lungi dall’ essere un’espressione di provincialismo e di egoismo (non parliamo poi di “nazionalismo”), l’autonomia strategica di ciascuno “Stato-civiltà” concretizza la necessità di sostenere il portato della propria cultura quale elemento utile alla soluzione dei problemi mondiali di oggi e di domani. Non è infatti vero che il materialismo volgare di un Mercier e, oggi, di un Pinker, sia l’approccio più efficace per affrontare i problemi della società della complessità, che ha bisogno di un dibattito a tutto tondo fra le più sofisticate scuole di pensiero. Ciascuno aspira legittimamente ad essere il “Trendsetter del Dibattito Globale”, come Ursula von der Leyen vorrebbe fosse l’ Europa. Perché questo sia possibile, occorre però partire non già della visione “angelistica” (per dirla con il Papa) che piaceva tanto agli “Occidentalisti”, perché, sostenendo che la Storia fosse ormai finita,  rendeva l’ Europa imbelle (“senza il rispetto” degli altri), bensì dalla nostra specifica concezione del mondo, che ci porta a guardare con sospetto al mito della Fine della Storia, perché quest’ultima sarebbe la realizzazione in termini materialistici (per Sant’Agostino, in termini manichei, per Mac Luhan, sotto la forma dei Media), della promessa messianica:  precisamente  ciò che San Paolo chiamava “il Mistero dell’ Iniquità”, cioè l’ eterogenesi dei fini.

L’ Europa deve tendere, sì, a un nuovo umanesimo digitale, ma questo, lungi dall’ essere un’apologia del “sublime tecnologico”,  dev’essere realisticamente capace di tenere sotto controllo le Macchine Intelligenti e i GAFAM, non già arrendersi alla loro antropologia,  e negoziare con le altre parti del mondo un trattato internazionale quale quello proposto dal ministro degli esteri Wang Yi,  che stabilisca regole comuni a livello mondiale per il controllo sull’ Intelligenza Artificiale.

Di questo dovrebbe farsi portatrice l’Europa se vuole veramente essere il “trendsetter del dibattito globale”.

Essa, proprio perché, in esito a un processo di maturazione intellettuale, è giunta a non credere più nella mistificazione della Pace Perpetua, ha un interesse vitale a evitare la Terza Guerra Mondiale, a cui invece gli altri Continenti (e, in particolare, gli Stati Uniti) si stanno preparando a ritmo accelerato, perché, da un lato, questa guerra porterebbe alla presa del potere da parte delle macchine, e, dall’ altra, perché, come ribadito senza tregua nel documento del Parlamento Europeo, l’ Europa sarebbe certamente il campo in cui si combatterebbero gli altri Continenti, innanzitutto a causa dell’ inaudito armamentario militare che vi stazionano, confrontato con l’assoluta inefficienza del seppur costosissimo sistema militare europeo, e che comunque non potrebbe certamente non essere oggetto del “first strike” di qualunque potenza che dovesse scontrarsi con gli Stati Uniti.

L’”autonomia strategica” dovrebbe servire proprio a svincolarci a tempo dai rischi mortali che ci fa correre l’attuale assetto della NATO, e ancor più la preparazione, in corso, della III Guerra Mondiale.

La terza guerra mondiale sarebbe combattuta in Europa

1. L’ Europa e la Terza Guerra Mondiale

Questa preoccupazione per una guerra imminente è certamente al centro del documento dell’Ufficio Studi del Parlamento, che, paradossalmente, propone in sostanza di avviare  anche in Europa un programma di preparazione pre-bellica come quella in corso nelle Grandi Potenze, e di cui fanno parte, non soltanto la corsa agli armamenti, la militarizzazione dello spazio, le sanzioni e i dazi, ma anche il controllo degl’investimenti esteri, e la crescente censura e repressione ideologica.

E’ significativo che gli Stati Uniti, in funzione della preparazione della Terza Guerra Mondiale sul suolo europeo, ci chiedano inoltre di sacrificare  proprio i principali business che potrebbero risollevare le nostre sorti economiche, rendendoci autonomi: il North Stream, il G5, la Via della Seta …, e abbiano tentato addirittura d’ imporre al Vaticano di denunziare l’accordo con la Cina. L’equivoco di fondo consiste proprio nell’affermazione ricorrente di Trump, secondo cui l’America starebbe difendendo l’Europa dalla Russia e dalla Cina, sicché gli Europei avrebbero l’obbligo di contraccambiare finanziariamente, ma anche politicamente (ancora la “dialettica servo-padrone” di Aristotele e di Hegel!). Trump ha affermato che Angela Merkel non ha saputo rispondere su questo punto, ma, essendo “una donna furba”, si è limitata a sorridere. In effetti, la risposta l’aveva fornita già, 40 anni  fa, Franz Joseph Strauss: “non vedo perché 200 milioni di Americani debbano difendere 500 milioni di Europei da 300 milioni di Russi”.

Ma anche Biden, appena eletto, si sta affrettando a fare sapere che anche per lui, come Obama, pena che l’America debba “guidare i mondo”.

Il fatto è che questa pretesa messianica è insita nell’identità americana, sicché partiti o presidenti non possono discostarsene. E questo “guidare il mondo” consiste nel trascinare un certo numero di Paesi (spesso europi) in avventure neo-coloniali per mantenere e ampliare il loro “impero nascosto” (Corea, Irak, Afghanistan, Iraq, Libia)…

Tutti i capitoli del documento del Parlamento Europeo citato nella prima puntata del post si riferiscono senza mezzi termini, anche se nella solita “langue de bois”, alla preparazione bellica: “approvvigionamento energetico e sicurezza”; “azioni nell’ estero vicino”; “sanzioni”; “l’industria della difesa e il mercato della difesa”; “”Reattività della EU nei campi della sicurezza e della difesa”. Pur non negando che, di fronte allo scriteriato smantellamento delle capacità belliche degli Europei, s’imponga un rafforzamento, ma soprattutto una razionalizzazione, del sistema europeo di difesa, il vero modo in cui l’Europa potrebbe divenire un trendsetter del dibattito mondiale sarebbe quello di coordinarsi con la politica estera e di difesa del Vaticano, che ha dimostrato la sua incredibile efficacia impedendo addirittura, con la lettera del Papa a Putin, l’entrata in guerra in Siria degli Stati Uniti, e rinnovando, nonostante gli attacchi di Pompeo, l’accordo con la Cina sulla nomina dei vescovi.

Mi vengono in mente quegli esempi di cultura neutralistica che sono, da un lato, i manuali distribuiti ai cittadini  svedesi negli anni ’70,  intitolati “Om kriget komer” (“Se viene la guerra”) e (“Inte samarbejde” “Non collaborate”), e il libro del Gruppo Abele di quello stesso periodo “Per un’ Europa Inconquistabile”. Certo, oggi tutto ciò andrebbe aggiornato con un manuale di resistenza digitale alla guerra chimica, nucleare e batteriologica, oltre, ovviamente, che alla cyberguerra.

Gli Stati Civiltà rivendicano una continuità millenaria

2.L’Europa come Stato-Civiltà

Intanto, per “ricompattare il fronte interno”, si sta rivelando centrale, per tutte le potenze del mondo, il concetto di identità, che gli Stati-Civiltà si giocano soprattutto sulla continuità storica. Ed è qui che alcuni teorici cinesi, come Zhang Weiwei, hanno ragione circa il carattere esemplare della Cina, in quanto essa è, a oggi, l’unico Stato sub-continentale culturalmente, militarmente e tecnologicamente autonomo, che possa vantare una “Translatio Imperii” di 5000 anni, sorretta da una, seppur limitata, compattezza etnica (l’”etnia titolare” Han, a cui non sono comparabili le 56 minoranze etniche). Tutti gli altri aspiranti hanno dei limiti in confronto alla Cina. Degli Stati Uniti è insufficiente la popolazione, molto dubbia l’eredità storica, e debolissima l’egemonia WASP. Dell’ India, sono deboli sia il sistema economico, sia la compattezza etnica. All’ Unione Europea mancano autonomia, popolazione, compattezza etnica e culturale. Alla Russia e alla Turchia mancano la popolazione e l’indipendenza culturale dall’ Europa…

In particolare, secondo Wang Weiwei, “la Cina è quello che sarebbe l’Europa se l’Impero Romano non si fosse mai dissolto”.  E’ chiaro quindi, per contrasto, perchè l’Europa di oggi è un vaso di coccio fra vasi di ferro, e che pertanto, se essa vuole veramente acquisire la propria ”autonomia strategica”, deve rafforzarsi “in tutte le direzioni” (“à tous les azimuts”, come voleva De Gaulle): rapporto con America, Russia, Turchia e Cina, autonomia digitale, rafforzamento dell’ identità culturale…

Non per nulla LIMES parte dalla citazione di Mozi, secondo cui perfino il tradizionalismo di Confucio, che si riferiva alla dinastia Zhou, non risaliva abbastanza indietro. Questo dubbio vale ovviamente ancor più per l’Europa. Si deve partire dalla Dichiarazione Schuman o dal Manifesto di Ventotene?Dalla “pace Perpetua” di Kant o dal “Gran Dessin” di Sully? Dal “De Monarchia” di Dante o da Carlo Magno? Dalle Termopili, dalla cultura “Yamnaya” o da quella danubiana? Comunque sia, oggi in Cina s’è diffuso il culto dell’ Imperatore Giallo, inesistente in passato. Anche se non va così indietro, anche la lotta in corso negli Stati Uniti è una battaglia culturale per luna memoria culturale, dove quelle che si scontrano sarebbero, per Dario Fabbri, quelle nordista e sudista, la cui attualità non è mai passata di moda, perché in realtà ne celerebbe un’altra: quella fra l’élite WASP della Costa Orientale e il Midwest di origine piuttosto germanica.

Di questa “Memory Warfare” a livello mondiale  fa parte  ovviamente anche un rinnovato dibattito sull’ identità europea, di cui si faceva stato  nel post precedente, e che, come nello studio di LIMES, si può e si deve integrare con il dibattito sulle identità russa e turca (ma anche britannica, polacca israeliana,, ecc…), intese quali sotto-identità europee, che avrebbero potuto, e dovuto, essere integrate in un’ Europa più vasta, se solo si fosse avviata prima quella riflessione sull’ autonomia strategica di cui tanto si parla in questi ultimi giorni. Né Russia, né Turchia, né Regno Unito, né Polonia, né Ungheria,  sarebbero oggi in conflitto permanente con l’Unione Europea, ma, anzi,  farebbero parte di un quella  “Casa Comune Europea” di cui parlavano Gorbaciov e Giovanni Paolo II, se non avessimo esasperato deliberatamente  i nostri partners orientali, in modo da poterli poi presentare come una sorta di “nemici ereditari”. A Gorbaciov si negarono quegli aiuti finanziari che invece non erano mancati alla URSS assolutamente totalitaria del passato; a Jelcin si negò perfino la dignità; a Putin si negò la possibilità di collaborare in modo determinante, com’egli si offriva di fare, alla costruzione dell’Unione Europea. Questo fu fatto al Paese più grande d’ Europa, da cui sono arrivati gli Indoeuropei, i Turchi, gli Ungheresi, che ha creato San Pietroburgo, l’Ermitage, il Bol’shoi, che ha prodotto Pushkin, Cechov,Ciaikovskij, Dostojevskij, Tol’stoj, Stravinskij, Sol’zhenitsin, e che costituisce il grande polmone verde grazie a cui l’ Europa respira…:l’”arroganza romano-germanica” denunziata un secolo fa dal Principe Trubeckoj nel suo fondamentale “Europa e umanità ”. Le trattative per l’adesione della Turchia sono durate oramai 43 anni.

Mentre non si richiedeva alcuno sforzo particolare alla Turchia dei colonnelli, e si era chiuso un occhio sul colpo di Stato di Gülen, invece, dalla Turchia democratica di Erdogan si richiedono continue prove di democrazia. Questo, da uno Stato che racchiude le più antiche vestigia della civiltà europea, da Göbekli Tepe a Çatal Hüyük,  da Hattuşas a Troia, da Smirne a Efeso, da Alicarnasso al Monumentum Ancyranum, da San Paolo alle Sette Chiese dell’ Asia Minore, da Costantinopoli al Fanari…, ch’ è stato presente in mezza Europa per alcuni secoli, e, infine, che possiede il maggiore esercito europeo dopo gli Stati Uniti. E’ quindi chiaro che la riflessione sull’autonomia strategica dell’Europa non possa prescindere  anche da una rivisitazione del rapporto con la Russia, la Turchia, l’Inghilterra, la Polonia, l’Ungheria e Israele,  indispensabile per fare dell’ Europa una grande potenza, veramente autonoma. Come risposto a suo tempo da Walesa e Jelcin, che, cioè, né la Polonia, né la Russia, avevano bisogno di “entrare in Europa”, perché c’erano già da millenni, così anche Erdogan potrebbe (e, a mio avviso, dovrebbe) ricordare, agli Europei Occidentali, Goebekli Tepe, Catal Huyuk, Hattusas, Troia, Mileto, Efeso, Pergamo, Tarso, Bisanzio, Nicea… Già Erodoto ricordava che la Principessa Europa non era mai venuta nel Continente Europeo, visto che Zeus l’aveva portata a Creta, e poi era andata in Caria. Lo stesso Erodoto affermava, in quelle stesse pagine, che Greci ed Asiatici dovevano finirla di rapirsi reciprocamente le principesse…

Paradossalmente, simili negligenze sono state commesse anche circa la pluralità delle nazioni britanniche, circa il ruolo dell’aristocrazia inglese e ungherese, quello della Chiesa polacca, la Repubblica polacco-lituana, l’ Halakhà, il “superomismo ebraico”…

Tutte cose che avevamo scritto già fin dal 1° volume di “10000 anni”, “Patrios Politeia”.

Ma, ancor oltre, occorrerà una ricerca sull’ identità che vada al di là dei balbettamenti della bozza di Costituzione mai ratificata. Così come la Cina va addirittura oltre i “San Jiao” (Taoismo, Confucianesimo e Buddismo), per riallacciarsi anche alle religioni popolari e locali,  e all’Imperatore Giallo, così l’Europa deve andare oltre la semplice giustapposizione di alcune glorie passate (ebraismo, cristianesimo, rinascimento, illuminismo), come nella bozza di costituzione di Giscard, per vedere ciò che sta loro dietro, valea dire  la “Dialettica dell’ Illuminismo” che incomincia fin dall’ incontro dei popoli europei con l’ Oriente.

Alle scarse icone “europee” che sono state proposte dal “mainstream” (Pericle, Costantino, Carlo Magno, Dante, Kant, Spinelli, Giovanni Paolo II), occorre aggiungerne tante altre, come Gilgamesh, Abramo, Mosè, Ulisse, Ippocrate, Erodoto, Leonida, Socrate,  Cesare, Augusto, San Paolo, Tertulliano, Sant’Agostino, Podiebrad, Montesquieu, Napoleone, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi, Galimberti, De Gaulle…).

La Russia è Europa

2. Il Nuovo Meccanismo Democratico Europeo quale strumento di auto-affermazione identitaria.

Infine, per poter essere veramente autonomi, occorrerà anche darci (come chiarito in un precedente post), una governance veramente europea, che non ricalchi la costituzione (formale e materiale) americana (ma neppure quella cinese, saudiana o iraniana), bensì l’Antica Costituzione Europea, con il Papato e l’Impero, i Regni e le Corone, i Paesi e le Città, di cui parlavano de las Casas e Machiavelli,  Montesquieu e Tocqueville. Mi chiedo se Iberia e Gallia, Britannia e Roma, Germania e Sclavinia, Costantinopoli e Russia, non debbano costituire un livello intermedio fra Europa e Stati Nazionali, con le competenze degli attuali Stati Membri, mentre all’ Europa dovrebbe essere affidato (come un tempo all’ Imperatore), solo il compito di ricercare, approfondire, gestire e difendere, l’Autonomia Strategica dell’Europa nei confronti del resto del mondo (il Praetor Peregrinus contrapposto al Praetor Urbanus). In tal modo si soddisferebbero tanto le esigenze “federalistiche” dell’“Europe Puissance”, quanto quelle “sovranistiche” del mantenimento del ruolo degli Stati nazionali per le questioni “più vicine ai cittadini”.I grandi Stati “regionali” potrebbero essere competenti in materia di programmazione economica e, politiche culturali, legislazione-quadro e, grandi imprese e politiche sociali. Certo che il livello “vicino agli interessi dei cittadini” tanto reclamato da tutti, non può essere, nell’attuale mondo altamente complesso, se non uno dei livelli inferiori, e necessariamente non dei più importanti. Ecco come risolvere il problema del “sovranismo”.

Finirebbero dunque le confusioni oggi imperanti fra campanilismo, nazionalismo e imperialismo, che ci portano a confondere questioni locali come l’endemico conflitto fra Fiamminghi e Valloni, quelle nazionali come l’indipendenza catalana, la Crimea e le acque dell’ Egeo, e quelle mondiali, come i “rischi esistenziali” per l’intera Umanità, senza poterne risolvere nessuna.

Quanto alle stesse modalità di contrapposizione politica, di scelta per le cariche, alle qualità richieste, al tipo di personale, al “cursus honorum”, questi dovrebbero essere differenziati per i diversi livelli, con variazioni per età, per cultura, per il sequenziamento delle cariche, in modo da garantire motivazione, correttezza, competenza, abilità, di ciascuno in base a ciò ch’è chiamato a fare.

Tutto questo comporterebbe comunque di rovesciare integralmente la decisione, assunta dal Consiglio dei Ministri di Blois, di limitare la continuità storica dell’ Europa alla Seconda Guerra Mondiale e al Dopoguerra, e di riaprirla invece, come si fa in Cina e in Russia, alla storia antica e alla preistoria, che, da noi, cominciano con il Medio Oriente e la sintesi fra Cacciatori-Raccoglitori, Civiltà Megalitiche, Civiltà Danubiana e Kurgan. Solo così si eviterebbero gli odi intestini attuali fra  familisti e post-umanisti, Est e Ovest, nostalgici dei totalitarismi e progressisti messianici, fra irredentisti e imperialisti, fra religiosi e laicisti, fra nordici e mediterranei…Infatti, si comprenderebbe finalmente in che cosa abbia consistito fin dal principio l’ “Unità nella diversità”.

In ogni caso, è assurdo che, mentre la Cina rivendica 5000 anni di storia, Israele i Patriarchi, l’America e la Russia vorrebbero essere gli eredi dell’ Impero Romano, la Turchia di quello bizantino e gl’Islamici del Califfato, l’Europa si autolimiti agli ultimi 70 anni, così riducendo, come minimo,  enormemente il proprio “appeal”.

In un’epoca come la nostra in cui tutti (WASPS e Afro-Americani, Indios e “laici alla francese”, Catalani e Ossis, Polacchi e Turchi, Russi e Curdi, Hindu e Han) rivendicano orgogliosamente la loro identità,  solo avendo alle spalle una cultura radicata nei millenni e su un’area vasta gli Europei potrebbero dare la loro adesione complessiva a una costruzione necessariamente complessa come un’Europa “plurale”, di cui oggi nessuno ha la neppure la forza intellettuale di abbracciare i contorni. Per questo mi ripropongo di terminare al più presto anche il secondo e il terzo volume di “10.000 anni”, un libro oggi più che mai necessario per l’educazione del popolo europeo.

Ma su tutto ciò torneremo in un prossimo post e nella stessa proiezione del nostro programma culturale.

3.L’atteggiamento del Papa come modello  di  autonomia strategica europea.

L’importanza di una visione storica “de longue durée”, per dirla con Braudel (quale dovrebbe avere l’ Europa), è dimostrata innanzitutto dall’esempio della Chiesa, la cui forza deriva in gran parte dal non aver essa di fatto mai rinnegato le infinite correnti che ne hanno alimentato da millenni, e ancora alimentano, la cultura: dagli archetipi dei popoli pre-alfabetici, al mono-politeismo primitivo, alle tradizioni medio-orientali, presenti ovunque nel Vecchio Testamento, a quelle classiche che alimentano i Vangeli, alla filosofia antica che traspare dalle Lettere degli Apostoli e dalla patristica, fino a quelle persiane ed ebraiche dell’ Apocalittica, e alle indubbie influenze islamiche sulla filosofia cristiana del Medioevo, per continuare con l’esoterismo orientale nella cultura pre-moderna, le influenze cinesi nella dottrina dello Stato, nella teologia e nella tecnica dell’ Età moderna, e continuando ancora con il romanticismo slavo, la filosofia moderna e il pensiero teologico sudamericano, che hanno trovato espressione negli ultimi pontefici. Il principio “extra Ecclesia nulla salus” non implica affatto una negazione di questa  “poliedricità” come la chiama il Papa, perché è la Chiesa stessa ad essere stata poliedrica da sempre, e la funzione decisiva della Chiesa permette proprio al Cristiamesimo di sopravvivere nonostante la sua poliedricità.  Grazie ad essa, la Chiesa può continuare a dialogare con tutti, essendo essa di fatto il “trendsetter del dibattito globale”. del Anzi, essa è l’unica organizzazione religiosa organizzata antichissima e universale (Katholiké), e grazie a questo può interloquire con gli sciamani e i sacerdoti shintoisti, con i guru induisti e i monaci buddhisti, con i rabbini e gli ulema.

Per questo, l’idea delle “radici cristiane” è stata, come scrivevo in “Patrios Politeia”, un autogoal, perché le radici del Cristianesimo sono ovunque (non solo in Europa), quella cattolica è l’unica Chiesa veramente presente, oggi, ed ovunque, dal Midwest trumpiano alla costituzione indigenista colombiana, da San Pietro a Zagorsk, dalla Siria al Zhejiang…  

In definitiva, la Chiesa continua con il rinnovo dell’accordo con la Cina, che Trump voleva stoppare, tracciando così un percorso che difficilmente l’Unione potrà non seguire (“il Trendsetter del dibattito globale”, appunto).

Unico neo: l’assenza di una teologia specificatamente europea, come quella nord-americana di Hecker, quella latinoamericana di Puebla e Aparecida, quella asiatica di Panikkar. Giovanni Paolo II e l’allora cardinale Ratzinger avevano diffuso l’esortazione post-sinodale “Ecclesia in Europa”, ma nessuno l’ha raccolta. Oggi, il Papa torinese-porteño finisce per portare con sé una cultura sudamericana che non può supplire a una inesistente “theologia europaea”.

L’autonomia strategica presuppone il controllo dell’ intero ecosistema digitale

4Autonomia strategica e autonomia digitale

Come giustamente scrive Aresu su Limes, ”A un certo punto, la nozione di ‘sovranità tecnologica’ è entrata nei discorsi dei leader europei, Lo European Political Strategy Centre (Epsc), think tank interno alla Commissione europea fondato da Jean-Claude Juncker col mandato di occuparsi di ‘governance anticipatoria’, probabile disciplina alchemica, definisce la sovranità tecnologica come ‘la capacità europea di agire in modo indipendente nel mondo digitale’, Tale sovranità andrebbe basata su meccanismi difensivi per salvare l’innovazione e strumenti offensivi per promuovere l’economia europea.“

Tuttavia, dopo il discorso di Breton su questo tema, il dibattito dei think thanks si è allargato, verso la più generale “autonomiastrategicavoluta da Macron, scatenando l’ira degli Americani.Tyson Baker, direttore dell’ Aspen Institute tedesco, ha accusato l’Unione Europea “di aver avviato una guerra tecnologica nonché di alimentare una visione russo-cinese della tecnologia”. Peccato che gli Stati Uniti avrebbero dovuto prevedere questo “effetto collaterale” quando hanno scatenato l’isterismo contro gl’investimenti cinesi. Se autonomia ha da esserci, questa dev’essere verso tutti: Huawei, ma anche Microsoft, ZTE, ma anche Google, Ant, ma anche Facebook… Forse, però, neppure i propugnatori dell’“autonomia tecnologica” hanno capito ch’essa presuppone di  avere una propria cultura digitale, una propria intelligence, proprie piattaforme, reti e clouds, indipendenti -certo, anche dalla Cina, ma prima di tutto, dagli Stati Uniti, che oggi controlla totalmente il mondo digitale, i nostri dati e le nostre telecomunicazioni-. L’avvio di Gaia-X è un buon inizio, ma non ci garantisce certo una rapida tempistica di recupero. Anzi, secondo Euractiv, il progetto sarebbe un diabolico “window dressing” per permettere ai GAFAM  di prosperare come non mai alle spalle dei contribuenti europei, schiacciando per sempre le nostre imprese.

Venendo infine alla famigerata questione del G5, occorre ricordare che la Cina sta già creando il suo G6, e che una soluzione di “autonomia strategica” consisterebbe già solo nel creare, più modestamente, un campione europeo Nokia-Erikson, il quale, accettando l’offerta di Huawei, si comprasse in blocco (con il Recovery Fund) la tecnologia G5, così divenendo autonoma, tanto dalla Cina, quanto dagli Stati Uniti. Stupisce che non si parli mai di una soluzione così semplice e così a portata di mano, mentre invece si continua ad ipotizzare un controllo americano su Nokia ed Erikson..

Osserviamo infatti i dati del mercato mondiale delle reti:

Market share estimates for 5G base stations
Supplier2019 market share2020 market share
Ericsson30%26.5%
Huawei27.5%28.5%
Nokia24.5%22%
Samsung6.5%8.5%
ZTE6.5%5%
Other5%9.5%
   

Qualora Ericsson e Nokia si fondessero sotto il controllo della BEI e della Commissione, ed acquisissero dalla Huawei la tecnologia 5 G (con la Huawei che si concentrerebbe sulla 6G), gli Europei dominerebbero i mercati maturi, mentre i Cinesi manterrebbero la leadership su quelli futuri, ma con la speranza, per gli Europei, di poterli raggiungere in un domani, e di godere, intanto, dell’ assoluta sicurezza dei dati, nei confronti tanto della Cina, quanto dell’ America (che non si raggiungerebbe invece  certo con la “golden share”, né con anacronistiche  esclusioni dagli appalti in Europa).

Su una cosa la posizione americana è corretta: la questione del G5 è anche una questione strategica, come lo sono oramai tutte le questioni digitali, perché, come messo in evidenza da trent’anni da Manuel de Landa, oggi guerra e informatica sono la stessa cosa, in quanto, quando un missile nucleare impiega 25 minuti a raggiungere l’obiettivo, la difesa globale non può essere affidata se non al sistema informatico. Ma quest’argomentazione prova troppo. Se sono strategici, perché funzionali al comando missilistico nucleare, i sistemi di trasmissione dei segnali, a maggior ragione lo sono le piattaforme che raccolgono i dati, i cavi che li trasmettono e i server che li immagazzinano, vale a dire l’intera informatica. Ma purtroppo, oggi, nulla, dalla medicina ai media, dalla cultura alla politica, dall’economia alla famiglia, si muove senza informatica, Ergo, se tutto ciò che attiene all’informatica interessa direttamente il Pentagono, allora tutta la nostra vita dev’essere non solo controllata da NSA, ma anche influenzata da Cambridge Analytica, in modo che noi ci muoviamo, o come disciplinati soldatini dell’ Impero Occidentale, o come bersagli di quello orientale.

Soluzione che è evidentemente, come hanno dimostrato i casi Echelon, Prism, Wikileaks, Tax Web  e Schrems,ma anche i recenti scandali dell’ intercettazione da parte dell’ intelligence tedesca e danese a favore degli Americani, in radicale contrasto (ancora più delle armi autonome o del riconoscimento facciale), con tutti i principi giuridici di cui si vanta l’Unione, incarnati nella Dichiarazione  Europea di Diritti, nelle Costituzioni nazionali, nella legislazione antitrust e nel DGPR. Questo tanto più in un momento, come questo, in cui perfino l’Amministrazione americana fa finta (anche se in modo più credibile della UE) di frenare lo strapotere di Google (con l’azione appena proposta dal Dipartimento di Giustizia presso il Tribunale Distrettuale di Washington, mentre invece la Commissione Europea si è vista rigettare la tanto attesa azione contro Apple).

L’esser venuta alla luce l’assoluta disapplicazione di questi principi costituisce  tuttavia oramai almeno l’ apertura di una possibilità di soluzione del problema.

CRISTIANESIMO-CINA: un rapporto che prosegue da più di 1000 anni

Riportiamo qui di seguito il comunicato pubblicato  dell’ Osservatore Romano che annuncia il rinnovo dell’ accordo del 2018 sulla nomina dei vescovi, venuto a scadenza ed osteggiato violentemente dal Governo americano.

Premetteriamo una nota di carattere storico, in modo da permettere ai “nostri quattro lettori” di meglio comprendere il significato di lungo termine dell’ evento, che trascende le polemiche sollevate, per esempio, dal Segretario di Stato americano, Pompeo.

Infatti, il Cristianesimo si auto-concepisce come “universale”. e “cattolico” significa precisamente questo, tant’è vero che l’espressione “cattolico” è anteriore allo scisma d’Occidente. Di fatto, la Chiesa cattolica è l’unica organizzazione religiosa mondiale presente da più di 2000 anni, e il Cristianesimo in generale è nato in Asia, si è sviluppato lungo le Vie della Seta ed è presente fin dal suo inizio nel Mediterraneo, Caucaso, Persia, India, e, da più di un millennio, in Asia Centrale e Cina (in pratica, tutta l’ Eurasia),

Di converso, lo “Stato-civiltà” cinese esiste da 5000 anni (pensiamo all’ Imperatore Giallo), e ha occupato una parte importante dell’ Asia, irradiandovi la sua civiltà. Sarebbe stato così impossibile che quei due soggetti storici non si incontrassero, e, particolare, che non partecipassero, ciascuno a modo proprio, alla Belt and Road Initiative, che costituiscono l’attualizzazione delle antiche Vioe della Seta lungo le quaali il Cristianesimo si è diffuso.

Ovviamente, in tutti questi anni,  i rapporti fra Cristianesimo e Cina, fra diverse confessioni cristiane e non, fra l’ Europa e la Cina, ecc.., hanno subito incessanti trasformazioni, con alti e bassi, ma l’importante è che essi continuino, nell’ ottica di contribuire a una migliore comprensione, non soltanto fra diverse civiltà e comunità, ma anche in generale degli uomini nei confronti di se stessi, della propria ragion d’essere e dei propri problemi

La stele nestoriana, di epoca Tang

1.Il Cristianesimo sulle Vie della Seta

La storia del Cristianesimo si svolge, fino al Medioevo, esclusivamente lungo le Vie della Seta. Già nel vecchio Testamento, Abramo proveniva da Ur dei Caldei e si trasferiva ad Harran (quindi, percorreva l’antica Via Regia degli Assiri), mentre gli altri Patriarchi si recavano in Egitto, per poi tornare, con Mosè, in Galilea, e unirsi, con la Regina di Saba, ai Sabei e agli Etiopi (dome narra il Debra Nagast).  Dopo di che, la Vita di Gesù, preannunziata dalla venuta dall’ Oriente dei Magi, e preceduta dalla Fuga in Egitto,  si svolge in Palestina. Paolo di Tarso è anatolico; egli e San Pietro vengono martirizzati a Roma, Sant’Andrea in Russia e San Tommaso a Chennai, lungo la Via delle Spezie.

I primi regni cristiani furono quelli della Cappadocia, del Caucaso, dell’ Egitto e dell’ Etipia, dove si tradusse la Bibbia in aramaico, in copto e gheez. L’apocalisse fu scritta a Patmos, di fronte le coste anatoliche, ibncorporandio le tradizioni apocalittiche persiane ed ebraiche,  e destinata alle Sette Chiese dell’ Asia Minore, ove si svolsero i primi concili. La Chiesa Orientale trae origine da Costantinopoli. Il più grande concilio nestoriano fu quello di Ctesifonte, con cui l’imperatore persiano assegnò ai Nestoriani le diocesi dell’ Asia.

L’Islam nasce nell’ Higiaz con influenze cristiane orientali. Partendo dalla Sogdiana, i Nestoriani fecero proselitismo fra i regnanti cinesi, turcofoni e mongoli, fino ad essere riconosciuti come una religione dell’ impero Tang, stabilendo la propria sede patriarcale a Xian, traducendo la Bibbia e producendo i Sutra di Gesù.

Quando i Tang smisero di riconoscere le “religioni straniere”, i nestoriani si trasferirono in Mongolia.

Il trasbordo in Occidente dell’ideologia imperiale cinese: Laozi, i Gesuiti e gl’Illuministi

2.Le missioni cattoliche

Nel 1245, in seguito alle conquiste in Europa del Khan Ögödei, Papa Innocenzo IV aveva inviato, a partire dal 1245, presso il suo successore, per proporre un accordo, diversi religiosi, tra cui   il francescano Giovanni da Pian del Carpine, ch’erano, però,   tornati  in Italia nel 1247 senza risultati politici, ma  lasciandoci invece il suo libro “Historia Mongalorum”, una delle prime opere medievali su quell’impero. Grazie a un’altra di queste opere, il “Milione”, le missioni in Cina della famiglia Matteo, Niccolò e Marco Polo sono divenute   le più famose, e la Cina aveva acquisito il fascino che la caratterizza ancor oggi, legato alla dimensione unica della sua civiltà.  Il Gran Khan aveva richiesto al Pontefice, attraverso i Polo, l’invio di un’ importante missione, richiesta  però sostanzialmente non soddisfatta dalla seconda missione, quella di Marco.

Nel 1288, mentre Marco Polo era ancora attivo in Cina,  papa Nicola IV  aveva affidato  a Giovanni da Montecorvino il compito di fondare missioni nell’Estremo Oriente, fra cui quella in Cina. Nel 1299 fra’ Giovanni aveva dunque costruito la prima chiesa di Khān Bālīq (Pechino),  traducendo poi  anche il Nuovo Testamento ed il Libro dei Salmi. Clemente V  aveva inviato poi altri sette frati francescani (molto meno di quanto desiderato dal Gran Khan) con compito di aiutarlo e di consacrarlo arcivescovo di  Pechino e “sommo vescovo” di tutta la Cina.

Buddha-Gesù

3.Il ruolo dei Gesuiti

Era stata poi la volta dei gesuiti Michele Ruggieri e Matteo Ricci, arrivati in Cina nel 1582. Ricci, che   si era stabilito a Pechino nel 1601,
scrisse numerose opere in Cinese per promuovere e presentare la religione cristiana, ma anche l’Europa in generale e la sua cultura tecnica e umanistica, pubblicando tra l’altro  il primo mappamondo di tipo occidentale scritto in Cinese. Fu anche l’iniziatore del primo progetto di dizionario cinese-latino, il cosiddetto «dizionario Ricci», che costituì la base concettuale dei “Riti Cinesi”.

Per più di cent’anni, la missione gesuitica svolse una fondamentale funzione di collegamento fra le culture cinese e occidentale, diffondendo in Cina la cultura matematica, astronomica ed artistica  europea (in particolare, Giovanni Castiglione fu pittore e architetto di corte), e,  in Europa, quella linguistica, filosofica e artistica cinese. Grazie a loro si diffuse in Europa lo stile cinesizzante, e i “philosophes” illuministi -in particolare Leibniz, Voltaire e Fresnais-, diffusero il mito della Cina, presentata, nelle loro opere, come un modello per le monarchie illuminate, in particolare per quelle di Luigi XIV e Federico II di Prussia. La “Controversia dei Riti”, con cui parti della Chiesa contestavano ai Gesuiti, tra l’altro, la traduzione della Bibbia e il culto degli antenati, si estese ben oltre il mondo ecclesiale, coinvolgendo tutta la cultura europea fra il ‘600 e il ‘700, su tutti i grandi temi -della filosofia, della teologia, della storia, della politica e della linguistica-, avendo per conseguenza la chiusura della missione dei Gesuiti in Cina e contribuendo addirittura allo scioglimento dell’ Ordine.

Le attuali Vie della Seta

4.Altre missioni

La chiusura della missione gesuitica non escluse nell’Ottocento e Novecento la presenza di altre missioni, cattoliche e protestanti, che influenzarono, nel bene come nel male, i rapporti fra la Cina e il Cristianesimo. Basti pensare alla forte influenza protestante sui Taping e sul Kuomingtang-, come pure al ritiro della condanna dei Riti Cinesi per le pressioni, su quello italiano, dell’ allora Governo collaborazionista.

Dopo il 1949, il Cattolicesimo,come tutte le religioni, poté operale solo sotto il controllo dell’Amministrazione degli Affari religiosi  e all’ interno dell’ Associazione del Cattolici Patriottici, che mira alla “sinicizzazione” della Chiesa Cattolica (sulla falsariga di quanto era avvenuto con la Chiesa nestoriana e quanto avviene con le Chiese protestanti). Sinicizzazione che prende di mira, più  che gli aspetti propriamente religiosi, quelli lato sensu culturali, come lo stile esotico dei luoghi di culto (chiese o moschee), l’ uso dell’ Arabo e di abiti islamici, e  questioni di prestigio (dimensione di templi, minareti o croci …).

L’attuale accordo costituisce finalmente una ripresa  delle antiche relazioni, grazie anche al fatto che Francesco è il primo papa gesuita. Per i motivi che precedono, sarebbe sviante ricondurre le discussioni  attualmente  in corso in Occidente sul nuovo accordo, a circoscritte questioni di carattere contingente, dovendo vedersi in esse invece il portato di una problematica di lungo periodo, che incide sull’idea stessa che i vari popoli hanno delle civiltà e della loro coesistenza.

Le Vie della Seta antiche

Da “l’Osservatore Romano” del 16/20/2020

Rinnovato per due anni l’Accordo Provvisorio tra Santa Sede e Cina

L’annuncio in un comunicato diffuso dalla Sala Stampa: “L’avvio è stato positivo, grazie alla buona comunicazione e collaborazione tra le parti”. Pubblichiamo un articolo che esce su L’Osservatore Romano di oggi per spiegare le ragioni della decisione

L’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, riguardante la nomina dei Vescovi, è stato firmato a Pechino il 22 settembre 2018. Entrato in vigore un mese dopo, con la durata di due anni ad experimentum, l’Accordo, dunque, scade oggi. In prossimità di tale data, le due Parti, hanno valutato vari aspetti della sua applicazione, e hanno concordato, tramite lo scambio ufficiale di Note Verbali, di prolungarne la validità per altri due anni, fino al 22 ottobre 2022. Il rinnovo, quindi, dell’Accordo Provvisorio sembra essere un’occasione propizia per approfondirne lo scopo e i motivi.

Lo scopo principale dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi in Cina è quello di sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo in quelle terre, ricostituendo la piena e visibile unità della Chiesa. I motivi principali, infatti, che hanno guidato la Santa Sede in questo processo, in dialogo con le Autorità del Paese, sono fondamentalmente di natura ecclesiologica e pastorale. La questione della nomina dei Vescovi riveste vitale importanza per la vita della Chiesa, sia a livello locale che a livello universale. Al riguardo, il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, afferma che “Gesù Cristo, pastore eterno, ha edificato la santa Chiesa e ha mandato gli apostoli, come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Gv 20,21), e ha voluto che i loro successori, cioè i vescovi, fossero nella sua Chiesa pastori fino alla fine dei secoli. Affinché poi lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione”. (Lumen Gentium, 18).

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03/10/2020

Parolin: quello con la Cina è un accordo cercato da tutti gli ultimi Papi

Questo insegnamento fondamentale, che riguarda il ruolo peculiare del Sommo Pontefice all’interno del Collegio Episcopale e nella stessa nomina dei Vescovi, ha ispirato le trattative ed è stato di riferimento nella stesura del testo dell’Accordo. Ciò assicurerà, poco a poco, cammino facendo, sia l’unità di fede e di comunione tra i Vescovi sia il pieno servizio a favore della comunità cattolica in Cina. Già oggi, per la prima volta dopo tanti decenni, tutti i Vescovi in Cina sono in comunione con il Vescovo di Roma e, grazie all’implementazione dell’Accordo, non ci saranno più ordinazioni illegittime.

Bisogna tuttavia rilevare che con l’Accordo non sono state affrontate tutte le questioni aperte o le situazioni che suscitano ancora preoccupazione per la Chiesa, ma esclusivamente l’argomento delle nomine episcopali, decisivo e imprescindibile per garantire la vita ordinaria della Chiesa, in Cina come in tutte le parti del mondo. Recentemente, l’Em.mo Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, intervenendo su “La Chiesa cattolica in Cina tra passato e presente” al Convegno svoltosi a Milano il 3 c.m., in occasione del 150° anniversario dell’arrivo dei missionari del Pime in Henan, ha fatto presente che sull’Accordo Provvisorio sono sorti alcuni malintesi. Molti di questi sono nati dall’attribuzione all’Accordo di obiettivi che esso non ha, o dalla riconduzione all’Accordo di eventi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina che sono ad esso estranei, oppure a collegamenti con questioni politiche che nulla hanno a che vedere con l’Accordo stesso. Ricordando che l’Accordo concerne esclusivamente la nomina dei Vescovi, il Cardinale Parolin si è detto consapevole dell’esistenza di diversi problemi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina, ma anche dell’impossibilità di affrontarli tutti insieme.

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29/09/2020

Santa Sede e Cina, le ragioni di un Accordo sulla nomina dei vescovi

La stipulazione dell’Accordo, dunque, costituisce il punto di arrivo di un lungo cammino intrapreso dalla Santa Sede e dalla Repubblica Popolare Cinese, ma è anche e soprattutto il punto di partenza per più ampie e lungimiranti intese. L’Accordo Provvisorio, il cui testo, data la sua natura sperimentale, è stato consensualmente mantenuto riservato, è frutto di un dialogo aperto e costruttivo. Tale atteggiamento dialogante, nutrito di rispetto e amicizia, è fortemente voluto e promosso dal Santo Padre. Papa Francesco è ben cosciente delle ferite recate alla comunione della Chiesa nel passato, e dopo anni di lunghi negoziati, iniziati e portati avanti dai suoi Predecessori e in una indubbia continuità di pensiero con loro, ha ristabilito la piena comunione con i Vescovi cinesi ordinati senza mandato pontificio e ha autorizzato la firma dell’Accordo sulla nomina dei Vescovi, la cui bozza peraltro era stata già approvata da Papa Benedetto XVI.

Il Cardinale Parolin ha sottolineato che l’attuale dialogo tra Santa Sede e Cina ha radici antiche ed è la continuazione di un cammino iniziato molto tempo fa. Gli ultimi Pontefici, infatti, hanno cercato ciò che Papa Benedetto XVI ha indicato come il superamento di una “pesante situazione di malintesi e di incomprensione”, che “non giova né alle Autorità cinesi né alla Chiesa cattolica in Cina”. Citando il suo predecessore Giovanni Paolo II, scriveva nel 2007: “Non è un mistero per nessuno che la Santa Sede, a nome dell’intera Chiesa cattolica e – credo – a vantaggio di tutta l’umanità, auspica l’apertura di uno spazio di dialogo con le Autorità della Repubblica Popolare Cinese, in cui, superate le incomprensioni del passato, si possa lavorare insieme per il bene del Popolo cinese e per la pace nel mondo” (Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi, ai Presbiteri, alle Persone Consacrate e ai Fedeli laici della Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese, N. 4).

Da parte di alcuni settori della politica internazionale si è cercato di analizzare l’operato della Santa Sede prevalentemente secondo un’ermeneutica geopolitica. Nel caso della stipula dell’Accordo Provvisorio, invece, per la Santa Sede si tratta di una questione profondamente ecclesiologica, in conformità a due principi così esplicitati: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia” (Sant’Ambrogio) e “Ubi episcopus, ibi Ecclesia” (Sant’Ignazio di Antiochia). Inoltre, c’è la piena consapevolezza che il dialogo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese favorisce una più proficua ricerca del bene comune a vantaggio dell’intera comunità internazionale.

Proprio con questi intendimenti, l’Arcivescovo Paul R. Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, ha incontrato il Sig. Wang Yi, Consigliere di Stato e Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, nel pomeriggio del 14 febbraio 2020, a Monaco di Baviera, a margine della 56^ edizione della Conferenza sulla Sicurezza, anche se di fatto, il loro primo incontro personale, benché non ufficiale, era avvenuto in occasione di una Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York.  Occorre notare che ambedue gli incontri hanno avuto luogo nel contesto della diplomazia multilaterale che agisce in favore della pace e della sicurezza globale, cercando di cogliere ogni segnale, anche minimo, che permetta di sostenere la cultura dell’incontro e del dialogo.

Come reso pubblico dalla Santa Sede, nel corso del colloquio svoltosi in Germania sono stati evocati i contatti fra le due Parti, sviluppatisi positivamente nel tempo. In tale occasione, poi, si è rinnovata la volontà di proseguire il dialogo istituzionale a livello bilaterale per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del Popolo cinese. Si è auspicata, inoltre, maggiore cooperazione internazionale al fine di promuovere la convivenza civile e la pace nel mondo e si sono scambiate considerazioni sul dialogo interculturale e i diritti umani. In particolare, è stata evidenziata l’importanza dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi, ora prorogato, con l’auspicio che i suoi frutti siano sempre maggiori, in base all’esperienza maturata nei primi due anni della sua applicazione.

Per quanto riguarda i risultati finora raggiunti, sulla base del quadro normativo stabilito dall’Accordo, sono stati nominati due Vescovi (S.E. Mons. Antonio Yao Shun, di Jining, Regione autonoma della Mongolia Interna, e S.E. Mons. Stefano Xu Hongwei, a Hanzhong, Provincia di Shaanxi), mentre diversi altri processi per le nuove nomine episcopali sono in corso, alcuni in fase iniziale altri in fase avanzata. Anche se, statisticamente, questo può non sembrare un grande risultato, esso rappresenta, tuttavia, un buon inizio, nella speranza di poter raggiungere progressivamente altre mete positive. Non è possibile trascurare il fatto che negli ultimi mesi il mondo intero è stato quasi paralizzato dall’emergenza sanitaria, che ha influenzato la vita e l’attività, in quasi tutti i settori della vita pubblica e privata. Il medesimo fenomeno ha influito, ovviamente, anche sui contatti regolari tra la Santa Sede e il Governo cinese e sulla stessa attuazione dell’Accordo Provvisorio.

L’applicazione dell’Accordo, con l’effettiva e sempre più attiva partecipazione dell’Episcopato cinese, dunque, sta avendo una grande importanza per la vita della Chiesa cattolica in Cina e, di riflesso, per la Chiesa universale. In tale contesto, si colloca anche l’obiettivo pastorale della Santa Sede, di aiutare i cattolici cinesi, a lungo divisi, a dare segnali di riconciliazione, di collaborazione e di unità per un rinnovato e più efficace annuncio del Vangelo in Cina. Alla comunità cattolica in Cina – ai Vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e ai fedeli – il Papa ha affidato in modo particolare l’impegno di vivere un autentico spirito di amore fraterno, ponendo dei gesti concreti che aiutino a superare le incomprensioni, testimoniando la propria fede e un genuino amore. É doveroso riconoscere che permangono non poche situazioni di grande sofferenza. La Santa Sede ne è profondamente consapevole, ne tiene ben conto e non manca di attirare l’attenzione del Governo cinese per favorire un più fruttuoso esercizio della libertà religiosa. Il cammino è ancora lungo e non privo di difficoltà.

La Santa Sede, con piena fiducia nel Signore della storia, che guida indefettibilmente la sua Chiesa, e nella materna intercessione della Ss.ma Vergine Maria, Madonna di Sheshan, affida al sostegno cordiale e, soprattutto, alla preghiera di tutti i cattolici questo passaggio delicato e importante, auspicando che i contatti e il dialogo con la Repubblica Popolare Cinese, che hanno maturato un primo frutto nella firma dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi e la proroga di oggi, contribuiscano alla soluzione delle questioni di comune interesse ancora aperte, con particolare riferimento alla vita delle comunità cattoliche in Cina, nonché alla promozione di un orizzonte internazionale di pace, in un momento in cui stiamo sperimentando numerose tensioni a livello mondiale 22 ottobre 2020, 12:00.”

UNA SVOLTA GEOPOLITICA FONDAMENTALE: L’ACCORDO VATICANO-CINA

Roma e la Cina sono da sempre le due grandi realtà universali e speculari che condividono, ai due estremi della Via della Seta, la guida dell’“Isola del Mondo”, quell’ Eurasia che, secondo Mackinder, Gumilev e Brzezinski, è condannata ineluttabilmente a determinare le sorti del globo.

I momenti salienti di questo incontro storico erano stati:

-l’avvio formale dei commerci sulla Via della Seta, al tempo degl’imperatori Nerva e Han Wudi, quando fu introdotta nella lingua Cinese l’ espressione “Da Qin” (Grande Cina), per indicare Roma, l’ Italia e l’ Impero Romano (80-90 d.C.);

-la traduzione/adattamento in Cinese, da parte del Patriarca Rabban (Aluoben), delle Sacre Scritture (635 d.C.);

-il riconoscimento , da parte dell’ Imperatore Taizong,  del Nestorianesimo come religione dell’ Impero Cinese della dinastia Tang (638 d.C.);

-le conquiste di Cinggiz Khan, con l’acquisizione di un potere dominante della Chiesa nestoriana attraverso le Imperatrici della tribù karaita (1200);

-le missioni presso i Mongoli di Giovanni da Pian del Carpine (1245) e di Guglielmo di Roebroek (1254);

-l’arrivo a Pechino di Marco Polo (1265);

-la traduzione, da parte dell’Arcivescovo di Pechino, Giovanni da Montecorvino, delle Sacre Scritture nella lingua dei Mongoli (1305);

-l’arrivo a Pechino di Matteo Ricci (1601);

-la traduzione della Bibbia in Cinese e l’introduzione dei Riti Cinesi (17° Secolo)

-le opere di Athanasius Kircher(1670), Lecomte (1687)e Quesnais (1767) sulla Cina;

Dopo il fallimento dell’esperimento dei Riti Cinesi (1742), vi era stato un lungo periodo di gelo, corrispondente, prima, al periodo del colonialismo straniero in Cina, e, poi, all’ affermazione del potere comunista.

Per altro, forme di sincretismo erano rimaste vive in Cina, e il divieto, per gli ecclesiastici cattolici,  di partecipare ai “Riti Cinesi” fu abolito nel 1939 nei territori occupati dai Giapponesi.

Con l’avvento del regime comunista, i cattolici, come i fedeli di altre confessioni straniere, erano stati costretti ad aderire all’ associazione del Cristiani Patriottici, che decideva autonomamente sulla nomina dei vescovi.

Sotto la presidenza del Presidente Xi Jinping, si è assistito a un crescente interesse del Governo cinese per la religione, concepita anche come forma di educazione della comunità nazionale e come elemento di coesione sociale. Questo ha portato al pullulare d’iniziative religiose, tanto nell’ ambito delle Tre Scuole tradizionali cinesi, quanto della Religione Popolare, quanto, infine delle religioni straniere presenti tradizionalmente in Cina: Islam e Cristianesimo.

Questo rinnovamento non è avvenuto senza conflitti (come del resto lo erano stati l’ingresso del Nestorianesimo, la Controversia dei Riti, il tentativo di fusione fra Cristianesimo e Confucianesimo operato dai Taiping, e, infine, i concordati con il Manchukuo e i Giapponesi).

La questione è tutt’altro che irrilevante perché la “traduzione” delle sacre Scritture in Cinese ha comportato una vera e propria “prassi translinguistica”, inclusiva, da un lato, dell’individuazione di equivalenti cinesi di tutti i concetti biblici di origine medio-orientale o classica, e, dall’ altro, di una diversa strutturazione delle opere stesse secondo la forma del sutra (jing) buddhista.

Inoltre, una trasfusione meccanicistica dei concetti biblici nel contesto cinese, quale quella tentata dal Movimento Taiping aveva provocato una moltiplicazione dei contenuti messianici e polemici presenti in ambedue le tradizioni, e una conseguente deflagrazione politica e sociale che alla fine fu veicolo dell’occupazione straniera.

In particolare, nelle regioni con forti presenze islamiche o cristiane, si è assistito a un braccio di ferro tra chi esalta il ruolo delle comunità religiose prevalenti, e il Partito che tenta di limitarne le pretese. Questa controversia si è manifestata in particolare intorno all’ attività edificatoria di edifici di culto.

1.Aspetti geopolitici

In considerazione di queste premesse, credo che, per quanto grande sia l’importanza dell’accordo dal punto di  vista pastorale, il suo vero significato possa essere colto solamente tenendo conto  dei suoi aspetti geopolitici.

Infatti, l’ascesa della Cina a prima potenza mondiale (se non altro a pari merito con gli USA), pronosticata da vari Autori e divenuta ormai il programma ufficiale del Partito Comunista Cinese, implica una così profonda rivoluzione culturale, ideologica, geopolitica ed economica, che questo ulteriore passo, apparentemente marginale, è atto a impattare, con le sue onde concentriche, varie aree della vita del mondo intero: cultura, tecnologia, geopolitica, commercio internazionale…

Dal punto di vista culturale, il riconoscimento di un ruolo particolare della Cina per il Cristianesimo mondiale, sulla scia delle antiche missioni nestoriane e gesuitiche,  apre la strada all’ elaborazione di una teologia cattolica cinese, sulla falsariga di quella elaborata al suo tempo da Matteo Ricci (“Il vero significato del Signore del Cielo”);

Dal punto di vista tecnologico, l’incontro del Cristianesimo con l’univesro digitale asiatico apre la strada ad una riflessione approfondita sugli aspetti umanistici della rivoluzione informatica, con utili spunti anche per ciò che concerne un approccio europeo alla rivoluzione stessa(cfr. “La Civiltà Cattolica”);

Dal punto di vista geopolitico, l’accordo rende più facile il dialogo fra l’ Europa e la Cina in un  momento, come questo, in cui la pressione del presidente Trump rende più necessario che mai un riorientamento verso l’ Eurasia degli scambi culturali ed economici dell’ Europa.

Dal punto di vista tecnico-giuridico, si tratta di un accordo provvisorio, siglato al livello dei due vice delle diplomazia cinese e, rispettivamente, vaticana. Esso è concentrato sulla procedura per la nomina dei vescovi, che, seguendo la falsariga delle procedure in vigore nell’ Ancien Régime, prevede una proposta dei nominativi da parte delle comunità ecclesiali (fra i quali è determinante, in Cina, l’ Associazione dei Cristiani Patriottici), e l’avallo, o meno, di queste scelte da parte del Pontefice. L’accordo non comprende alcun riferimento ai rapporti diplomatici fra Cina e Stato della Città del Vaticano. Si prevede tuttavia che esso costituisca il preludio al riconoscimento reciproco fra Repubblica Popolare Cinese e Vaticano.

L’accordo, poco pubblicizzato, è stato firmato nonostante l’opposizione aperta del vecchio Cardinale Zen, che si è fatto portavoce delle classiche critiche alle aperture alla Cina da poarte del mondo anglosassone. Critiche concentrate sulla libertà di religione e su un presunto dovere della Chiesa di promuovere valori e modi di vita occidentali.

La questione della supremazia dell’ Imperatore o del Papa era stato al centro dei rapporti fra Cina e Vaticano fin dalle prime ambasciate papali presso i Mongoli (popolo già parzialmente nestoriano e i coi sovrani erano addirittura imparentati con l’imperatore bizantino). Esemplare la risposta che l’Imperatore Küyük (sotto influenza cristiana, ma non cattolica, bensì nestoriana) aveva dato, nel 1245, alla lettera del Papa consegnatagli da Giovanni da Pian del Carpine:“Voi nazioni d’ Occidente , voi credete di essere i soli cristiani e disprezzate gli altri popoli. Come potete sapere a chi Dio si degna di usare misericordia? Noi che adoriamo Dio, con la forza di Dio abbiamo conquistato tutta la terra dall’ Oriente all’ Occidente”.

Si noti che anche oggi si pone un problema importante dei rapporti con altre confessioni cristiane (in particolare, quelle protestanti), molto più attive in Cina di quella cattolica, anche e soprattutto grazie al supporto dei sino-americani. Un fenomeno simile a quanto sta accadendo in America Latina, e soprattutto in Brasile, che ben s’inserisce nella rivalità fra Vaticano e Presidenza americana, che ha il suo nervo scoperto alla frontiera del Rio Grande.

Nello stesso modo, vi è anche un impressionante parallelismo fa questa mossa della diplomazia vaticana e la strategia di quella italiana, che, negli stessi giorni della sigla dell’accordo Vaticano-Cina, siglava, a sua volta, un protocollo per una politica comune in Africa.

Si allega gli articoli che illustrano l’accordo pubblicati su “l’Osservatore Romano”, come pure il comunicato, comparso contemporaneamente sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico

2.Articoli de “L’Osservatore Romano”

a)P. Sergianni su accordo Santa Sede-Cina: una crescita di fiducia che fa ben sperare

Un’assoluta continuità tra Francesco e i suoi predecessori, in particolare san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, per quanto riguarda il dialogo con la Cina. Lo conferma padre Antonio Sergianni, grande esperto in materia. “Ora – dice – bisogna puntare sulla formazione”

Adriana Masotti – Città del Vaticano

 

Tutti in Cina sanno che tra la Santa Sede e il loro grande Paese è stato firmato un accordo e “da parte di tanti l’attesa era forte”: lo afferma a Vatican News, padre Antonio Sergianni, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), per 24 anni in Cina e, ai tempi della “Lettera ai cattolici cinesi” di Papa Benedetto XVI, membro della sezione cinese di Propaganda Fide.

Gli auspici di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

Un accordo importante quello firmato il 22 settembre scorso, ma preparato da diverse tappe di avvicinamento tra la Santa Sede e la Cina. C’è dunque continuità tra Papa Francesco e l’orientamento dei Papi precedenti, in particolare, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI…

  1. – Assolutamente sì. Questo accordo svela tutto il suo significato se ci rifacciamo alla Lettera alla Chiesa in Cina di Papa Benedetto del 2007, lettera in cui il Papa descrive la situazione della Chiesa in Cina, parla dell’unità della Chiesa, delle tensioni, della dottrina sull’episcopato. E parla apertamente di questo dialogo: fa riferimento addirittura al Concilio Vaticano II quando dice che il rispetto e l’amore devono estendersi anche a coloro che pensano e agiscono diversamente, perché questo facilita il dialogo con loro. Poi, per due volte, Papa Benedetto nella Lettera cita San Giovanni Paolo II che auspicava apertamente il dialogo con la Chiesa in Cina. “ Auspico – diceva Papa San Giovanni Paolo II – l’apertura di uno spazio di dialogo con le autorità della Repubblica popolare cinese in cui superare le incomprensioni del passato”. E lo stesso Papa Benedetto nella Lettera, proprio parlando della nomina dei vescovi, riprendeva questo auspicio di dialogo e diceva: “Auspico che si trovi un accordo sulla nomina dei vescovi”.

Probabilmente lei avrà sentito in questi giorni qualche commento da parte cinese riguardo all’accordo. Qual è stata l’accoglienza in Cina, tra i fedeli, e in generale tra la gente? So che ne ha parlato anche la tv cinese…

  1. – Sì, l’accordo è stato accolto dalla gioia dei fedeli. Ho saputo che un vescovo perdonato dal Papa ha invitato i presbiteri della sua zona a celebrare l’evento, e sono stati contenti.  Certamente era tanta l’attesa. Due settimane fa ero in Cina, ho potuto incontrare delle persone – sacerdoti, vescovi e anche rappresentanti del governo -, e tutti mi dicevano che aspettavano con grande attesa questa firma; anche con qualche perplessità, però c’era una grande speranza e una grande attesa della Chiesa. Certo, ci sarà ancora da soffrire – dicevano loro – ma se rimane e aumenta un clima di fiducia, si potranno superare le difficoltà future.

La legittimazione dei vescovi nominati dal governo, la rottura con la situazione che vedeva due comunità in contrasto, fanno, secondo lei, giustizia delle sofferenze patite da tanti che hanno voluto mantenere sempre la comunione con Roma, spesso pagando di persona?

  1. – Tanti hanno sofferto per la Chiesa e per la fedeltà a Cristo. E la Lettera stessa di Benedetto lo riconosce e lo apprezza, e questo rimane:  il dolore di chi ha sofferto per Cristo nessuno può cancellarlo, rimane un tesoro prezioso. Certo, guardare avanti non vuol dire cancellare il passato. In una dinamica di fede la vita nasce dalla Croce: la Risurrezione è frutto della Croce. Cristo, risorgendo, non ha negato la sua morte, ma l’ha trasformata. E Papa Benedetto diceva, a proposito di questa sofferenza: “Esprimo la mia fraterna vicinanza. Intensa è la gioia per la vostra fedeltà a Cristo, fedeltà che avete manifestato a volte anche al prezzo di grandi sofferenze”. Spesso i tesori sono “fonte di vittoria” dice il Papa, anche se al momento possono sembrare un fallimento. Chi ha sofferto per Cristo ne riceverà ricompensa. Anzi, io penso che questo accordo sia anche il frutto di quelle sofferenze.

Questo accordo, secondo lei, potrà favorire o permettere la crescita della Chiesa cattolica in Cina?

  1. – Io sono sicuro di sì. Non è un tocco di bacchetta magica che risolve tutti i problemi immediatamente, ma alla lunga farà crescere la Chiesa. Prima di tutto, favorirà concretamente quel processo di riconciliazione che passa attraverso il perdono e aumenta un’autentica comunione. Esige un travagliato sforzo di riconciliazione. Però, con questo accordo, si tolgono tanti ostacoli a questo processo di riconciliazione e quindi aumenterà. Poi, se essere ottimisti o pessimisti di fronte al futuro…  Io mi ricordo soltanto che una volta Papa Benedetto a questa domanda mi rispose – perché rispose proprio a me – parlando della situazione della Chiesa in Cina, rispose che l’ottimismo e il pessimismo sono due categorie mentali, umane, troppo strette. Il cristiano – disse – ha la certezza che la storia è guidata da Dio e pertanto guarda alle situazioni, di fatto, con speranza. Se la Chiesa è arrivata, non con pochi travagli, a questo passo, c’è da sperare che giovi in futuro a tutti. Certamente aiuterà la crescita della Chiesa in Cina, certamente.

E si può ipotizzare anche una maggiore circolazione di notizie tra Roma e i fedeli cinesi?

  1. – Certamente. È una misura che aumenterà il clima di fiducia, la conoscenza reciproca, gli scambi di informazione, la circolazione dei vescovi. Questo sarà uno dei primi frutti che verrà da questa firma, perché della Cina si conosce poco in Europa: della situazione concreta, reale che vivono i nostri fratelli cinesi. Però, aumentando il clima di fiducia anche tra le autorità vaticane e quelle cinesi, ci sarà una maggiore circolazione di idee e di persone, di incontri, di iniziative, e piano piano tutto questo aiuterà. Non dall’oggi al domani: è un processo. Questa firma è un anello, un passo: è l’anello di una catena, di un processo, che poi deve svilupparsi piano piano.

Sappiamo che c’è una maggiore fiducia della Chiesa verso la Cina. C’è anche, immagino, un aumento reciproco di questa fiducia, altrimenti l’accordo non ci sarebbe stato …

  1. – Senz’altro. Se il governo accetta questo accordo che lascia l’ultima parola al Papa sulla nomina dei vescovi, vuol dire che gli dà fiducia. Ha accettato la costituzione di una nuova diocesi; ha accettato il perdono di questi vescovi; ha accettato che il Papa esercitasse la sua funzione di guida spirituale e gerarchica nella Chiesa cattolica in Cina. Se ha accettato questo, vuol dire che gli ha dato fiducia.

A proposito delle nomine dei vescovi, quale sarà ora la prassi? Quanto spazio ci sarà per la libertà di azione del Papa? I vescovi ordinati in passato, in comunione con Roma, saranno riconosciuti anche dal governo?

  1. – I dettagli dell’accordo non si conoscono. Certamente ci sono, sono stati studiati. Da quello che si sa, sarà una prassi condivisa. La Santa Sede accetta, come soluzione provvisoria – da vedere, da migliorare – che il processo di designazione dei candidati, dei vescovi, avvenga dal basso, dalle comunità ecclesiali, anche con un intervento degli organismi statali. Mentre il governo, da parte sua, accetta che la decisione finale, cioè se un candidato non è gradito, non è ritenuto all’altezza da parte del Papa, accetta la decisione finale, cioè si ricomincia da capo. Questo è quello che appare, però i dettagli non sono conosciuti. Tuttavia, c’è il fatto che accetta che l’ultima parola sulla nomina spetta al Pontefice; quindi la nomina dei vescovi viene lasciata al Successore di Pietro. Per quanto riguarda i vescovi ordinati da Roma e non riconosciuti dal governo, certamente ci sarà un processo di riconoscimento. Si andrà a vedere caso per caso, certamente questo è uno dei problemi da risolvere. Questa firma è una base, è una condizione per risolvere dei problemi che ancora sono sul tappeto, e sono tanti. Un’altra questione importante è quella della formazione. Adesso più che mai il punto fondamentale è la crescita e la qualità della fede; aiutare le coscienze dei fedeli a maturare nella fede, perché tutto è nell’ambito della fede. Non è un discorso politico: è un discorso pastorale, ecclesiale, di fede. Il problema è la formazione dei presbiteri che sono isolati,  il sostegno ai vescovi che sono isolati … Quindi sarà una sfida anche per il Vaticano, aumentando la capacità di contatti, di aiutarli nella formazione.

 

 

b)Santa Sede – Cina. L’Osservatore Romano: Una data nella storia

Un’intesa annunciata destinata ad entrare nella storia anche se prevedibilmente non cesseranno interpretazioni contrastanti e opposizioni. E’ la penna del direttore de L’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, a ripercorrere – nel giorno dell’accordo provvisorio tra Santa Sede e Pechino – storia e prospettive del cristianesimo in Cina, dove le prime tracce del Vangelo risalgono ad una stele eretta nel 781 a Xi’an

Giovanni Maria Vian

È certo destinata a entrare nella storia la data del 22 settembre: per la firma, a Pechino, di un accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi tra Cina e Santa Sede preparato da decenni di lunghe e pazienti trattative, mentre il Papa inizia la sua visita nei paesi baltici. Bergoglio è infatti arrivato in Lituania proprio nelle stesse ore in cui, a migliaia di chilometri di distanza, i suoi rappresentanti hanno raggiunto una tappa certo non conclusiva ma che già ora appare di grande importanza per la vita dei cattolici nel grande paese asiatico.

Un’intesa annunciata

L’intesa era annunciata e, anche se prevedibilmente non cesseranno interpretazioni contrastanti e opposizioni, la notizia è molto positiva e subito ha fatto il giro del mondo. Il Pontefice riconosce inoltre la piena comunione agli ultimi vescovi cinesi ordinati senza il mandato pontificio, con l’intento evidente di assicurare uno svolgimento normale della vita quotidiana di molte comunità cattoliche. Come conferma il provvedimento simultaneo che costituisce a nord della capitale una nuova diocesi, la prima dopo oltre settant’anni.

La stele eretta a Xi’an

Si tratta dunque di una tappa davvero importante nella storia del cristianesimo in Cina, dove le prime tracce del Vangelo sono antichissime, attestate da una stele eretta nel 781 a Xi’an, nel cuore dell’enorme paese. Sul grande monumento, alto quasi tre metri e scoperto agli inizi del Seicento, si legge infatti il racconto in caratteri cinesi e siriaci dell’arrivo, già nel 635, sulla cosiddetta via della seta, di missionari cristiani giunti probabilmente dalla Persia. E i loro nomi sono incisi sulla roccia calcarea, insieme all’annuncio della “religione della luce”, con una sintesi delle vicende di questa minuscola comunità corredata da altre decine di nomi, e con un’esposizione della dottrina cristiana poi affidata a centinaia di libri tradotti e diffusi nei secoli seguenti.

Le missioni di francescani e gesuiti 

La storia di questa straordinaria tradizione si prolunga poi, oscillando tra fioriture inattese e persecuzioni, sino a incrociarsi con le missioni, soprattutto francescane, inviate da pontefici e da sovrani cristiani europei, a partire dalla seconda metà del Duecento, per circa un secolo. Agli inizi dell’età moderna è il nuovo ordine dei gesuiti, punta di diamante della Riforma cattolica, a divenire protagonista delle missioni in Cina, da Francesco Saverio a Matteo Ricci, per ricordare soltanto i nomi più noti di una serie che ha pochi paragoni nella storia della diffusione del Vangelo.

Irrigidimenti dottrinali, invidie e contrasti

Intromissioni politiche, irrigidimenti dottrinali, invidie e contrasti tra ordini religiosi complicano però notevolmente l’opera dei missionari. Questa viene ostacolata dalla disastrosa controversia sui riti cinesi trascinatasi fin verso la metà del Settecento, un secolo più tardi dai condizionamenti imposti dalle potenze coloniali, e infine da ripetute persecuzioni, anche nel corso del Novecento.

Nel 1926 i primi vescovi cinesi

Solo nel 1926 vengono ordinati dallo stesso Pio XI a Roma i primi vescovi cinesi, mentre vent’anni più tardi è il suo successore a stabilire la gerarchia cattolica nel paese. Questi “due fatti della storia religiosa della Cina”, definiti “simbolici e decisivi”, vengono ricordati il 6 gennaio 1967 nell’omelia per l’Epifania, appassionato elogio del paese, da Paolo VI, che poco più di un anno prima nel discorso alle Nazioni Unite aveva chiesto l’ammissione della Cina comunista nell’organizzazione. Ed è proprio Montini ad arrivare “per la prima volta nella storia”, durante le ore trascorse a Hong Kong (allora sotto il controllo britannico), in territorio cinese. “Per dire una sola parola: amore” esclama il Papa. E aggiunge, vedendo lontano: “La Chiesa non può tacere questa buona parola; amore, che resterà”.

 

3.Comunicato del MISE:

“La missione del Sottosegretario Michele Geraci in Cina si è conclusa con il raggiungimento dell’intesa sul testo del Memorandum of Understanding negoziato da MISE e dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme cinese, la NDRC, per la collaborazione tra Italia e Cina in Paesi terzi.

L’accordo è stato reso possibile solo grazie al costante dialogo condotto da MAECI, Ambasciata d’Italia in Cina e MISE, e rappresenta un primo importante risultato della neo-costituita Task Force Cina, voluta dal Ministro Di Maio e guidata dal Sottosegretario Geraci. Un primo esempio di come l’approccio sistemico porti a risultati concreti.

“Ringrazio – ha dichiarato Geraci – l’Ambasciatore Sequi e tutto il team dell’Ambasciata per aver assicurato la conclusione del negoziato, che prelude alla firma del Memorandum of Understanding da parte del Vice Presidente del Consiglio e Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio.”

In forza di tale Memorandum, Italia e Cina si impegnano a ricercare aree di cooperazione congiunta in Paesi terzi. Un primo obiettivo di questa nuova forma di collaborazione sarà l’Africa, il continente che è destinato, con la sua prorompente demografia e le sue prospettive di crescita economica, ad attirare sempre maggiore attenzione dei Paesi europei, e dell’Italia in particolare, sia per gestire il fenomeno migratorio, sia per aprire nuovi mercati al nostro sistema imprenditoriale nonché per condividere insieme ai paesi africani le sfide sulla strada dello sviluppo, della crescita economica e della sostenibilità.”