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FINE DELLE GRANDI NARRAZIONI O SCONTRO FRA NUOVE NARRAZIONI?

L’obiettivo del Postumanesimo è l’ Apocalisse

La gravità dello stallo dell’integrazione europea è dimostrata dal fatto che perfino il Movimento Europeo lo denunzia oramai continuamente , non lesinando critiche ai vertici dell’ Unione (vedi newsletter allegata).

Anche autori sostanzialmente allineati con il Mainstream, come Massimo Cacciari, sparano oramai a zero sull’ “establishment”.

L’11 settembre, Cacciari aveva pubblicato su “La Repubblica” un articolo dal o titolo “L’ Europa non pensa più”. Titolo significativo, che documenta il disorientamento gravissimo in cui versa l’establishment europeo fino dalla caduta del Muro di Berlino.  A mio avviso, non è esatto che l’Europa non pensi più: è, piuttosto, che l’establishment non può più utilizzare oltre il tempo massimo gli stereotipi inventati callidamente alla caduta del Muro di Berlino per frenare la naturale rivincita del potere europeo (l’”Europe Puissance” di Giscard d’ Estaing) in seguito alla caduta del ricatto bipolare , e, non avendone saputi costruire altri credibili, si rivolge al pubblico europeo con discorsi palesemente incoerenti, basati su puri giochi linguistici, che vengono giustamente assimilati allo stop cerebrale denunziato da Macron nella NATO.

Ulrike Guérot vede il futuro come molto conflittuale

1.Dalle ideologie sette-ottocentesche al comunitarismo

Il crollo del  socialismo reale aveva implicato altresì la destabilizzazione del sistema occidentale, che, nella specularità con il blocco socialista, trovava una ragion d’essere e una legittimazione nella comune adesione al messianesimo immanentistico, chiudendo così la porta ad altre alternative storiche.

In questa luce, on risulta comprensibile anche la radicalizzazione l’esplosione dei comunitarismi americani: i fanatici dell’”American Creed” come Trump contro gli Afrocentristi. Infatti, la decadenza dell’ America come baluardo contro il comunismo ha fatto perdere agli Americani la fede messianica nel Destino Manifesto, come pure il senso di sicurezza derivante dall’ appartenenza a un popolo eletto. Ciascuno cerca, dunque, ora rifugio nella propria identità ancestrale: WASPS e sino-americani, latinos e afro-americani…

I primi, chiedono, con il Presidente Trump, che, nelle scuole, si cambino i programmi di storia per esaltare il contributo dato all’ America al progresso della Modernità; i secondi sono trincerati dietro il “Progetto 1619”, che mira a porre in luce quanto, della storia americana, sia contrassegnato dalla conquista, dallo schiavismo, dalla spoliazione, dalla discriminazione e dall’ ipocrisia.

Con il comunitarismo degli anni ‘80,la “Gemeinschaft” di Toennies vinceva su tutti i fronti contro la “Gesellschaft” hegeliana. Il caso più eclatante era però quello delle “Comunità Europee” che vsvano fatto di tutta l’ Europa un fascio di comunità. Già erano nati (e/o rinascevanono) infatti ovunque, in omaggio al principio della “Différence” derridiana, nuovi pensieri politici (come il “Novij Russkyi Konzervatizm” e lo “Jeni Osmancilik”), non più eredi della Rivoluzione Francese come erano state le vecchie, strumentali, “Ideologie” criticate già sul nascere, come astratte e parziali, da Napoleone e da Carlo Marx. Un esito certo non previsto da molti, e traumatico a causa del carattere religioso (direi anzi fideistico) di quelle ideologie, ben messo in evidenza ancora recentemente dal Nelson, un carattere che le rende rigide (come si suol dire con un orribile neologismo, “non negoziabili”).

Che i diversi nuovi comunitarismi, dall’ortodossia ebraica all’islam politico, da Solidarnosc al neo-ottomanismo,  costituissero anche un’ implicita sfida alla egemonia “occidentale” (perché negavano l’universalità dei suoi valori) era del tutto prevedibile (e compreso perfettamente  per esempio da coloro che avevano osteggiato Gorbaciov, Walesa e Jelcin, per non ammettere delle “via nazionali” slave verso l’Europa).Il comunitarismo aveva, già in quegli anni, influenti seguaci in tutte le latitudini, da Israele al mondo islamico e indico, per poi porsi alla base di Solidarnosc e dei regionalismi europei. Perfino le Repubbliche post-sovietiche si erano autoproclamate, per “rivalità mimetica”, “Comunità di Stati Indipendenti”.

Solo l’Europa, muovendo in controtendenza, aveva chiamato, con il Trattato di Lisbona, la propria organizzazione “Unione Europea”, eliminando il glorioso nome di Comunità Europee. Ciò era avvenuto in gran parte per un’espressa domanda della Gran Bretagna, che aveva obbligato ad espungere addirittura dal Trattato inno e bandiera, per togliere all’ Unione ogni carattere identitario. Il punto era, ed è, che l’unico comunitarismo ammesso è quello americano, sì che forme diverse di comunitarismo non sono ammissibili, perchè farebbero ombra all’ identità americana. Tuttavia, ora, dopo la Brexit, il comunitarismo europeo dovrebbe prendersi la sua rivincita.

Ciò ha portato a un’ovvia debolezza dell’ identità europea, che per le sue origini e caratteristiche è distinta da quella americana,  delegittimando in particolare  le radici eurasiatiche dell’ Europa a favore di quelle occidentali, e di mantenendo gli Europei centro-orientali in uno stato di minorità.

Oggi ci si lamenta della rivolta del Donbass, dell’annessione della Crimea, dell’ appoggio della Turchia a Serraj, dell’estremismo religioso di Kaczynski e della guerra di Orban contro Soros, ma si dimentica quanto il rifiuto di legittimare la Perestrojka, l’Europa Orientale e la Turchia Europea abbia a contribuito ad esacerbare tutti i nostri partner, inizialmente sostenitori quasi fanatici dell’ integrazione europea. Basti pensare all’ articolo di Putin sulla prima pagina de “La Stampa” di Torino per il 50° anniversario dell’Unione Europea,

Da allora, sono iniziati l’attacco all’Ossezia, la denigrazione della Russia, il boicottaggio delle trattative di adesione della Turchia e via discorrendo.

La Russia starebbe destabilizzando l’ Europa, Semmai, quella che oggi è destabilizzata è l’America, e l’ Europa non può trarne che un vantaggio.

In “Paneuropa”, Coudenhove Kalergi aveva già lanciato un progetto molto chiaro di federalismo mondiale

2. Borrell: “Multipolarismo senza consenso”? o “Multipolarismo multuculturale”?

Le recenti prese di posizione dell’Alto Rappresentante Borrell circa l’”autonomia strategica dell’ Europa” ci spingono a un’ulteriore, anche se breve, riflessione su questo cruciale passaggio della nostra identità culturale.

Secondo Borrell,  si assiste al“l’emergere di un mondo multipolare con sempre più attori ma senza che ci sia un vero consenso intorno ad essi”. Ricordiamo che l’ Europa si era sempre schierata a favore di un mondo multipolare, ma con l’arrière pensée ch’esso sarebbe  stato anche monoculturale, cioè copertamente occidentale. Invece, oggi un consenso culturale c’è, eccome, ma sta proprio (ovunque, anche in America) nell’opposizione contro l’egemonia occidentale ammantata dall’ ideologia del progresso (il cosiddetto “Washington Consensus”). È ciò che Borrell definisce “un mondo multipolare senza multilateralismo”, ma.che,in realtà, è un mondo al contempo multipolare e multiculturale. Che altro infatti è il multiculturalismo se non il tanto deprecato relativismo culturale, che ritiene che possano, e debbano, partecipare, alla configurazione del mondo, non soltanto i messianesimi occidentali, ma anche le filosofie orientali e i popoli pre-alfabetici, l’ Islam e il politeismo dell’ Asia Meridionale e del Giappone. Le Nazioni Unite debbono essere il foro in cui si confrontano le diverse visioni del mondo.

Borrell dimentica anche di precisare che l’attuale segmentazione del mondo in centri di potere sempre più confliggenti fra di loro deriva esclusivamente dalla volontà dell’ America, che, per evitare i vincoli posti al suo messianesimo dalle Nazioni Unite, ha lanciato le “guerre umanitarie” (Irak, Afghanistan, Libia) senza l’avallo delle stesse, fondandosi invece solo sulle “coalitions of the Willing”, vale a dire fasci di accordi bilaterali minoritari. Con ciò prima legittimando, poi promuovendo attivamente, una politica di “giri di Walzer” simile a quella che aveva portato alla Ia e alla IIa Guerra Mondiale. A questo punto, come stupirsi se gl’interlocutori degli Stati Uniti si sono visti spinti in tutti i modi a far leva ciascuno sulla propria specifica identità per contare di più nel mondo multipolare?

Di fronte a questa obiettiva realtà mondiale, l’obiettivo dichiarato da Borrell (“livellare il campo di gioco tra gli Stati, dar vita a norme e standard applicabili allo stesso modo per tutti gli attori globali in modo da rendere più eque le loro relazioni commerciali, economiche”)è, a nostro avviso, al contempo, troppo poco ambizioso, troppo astratto, e, comunque, ampiamente mistificante. Durante tutti questi 70 anni, “livellare il campo di gioco” ha significato in realtà aprire la strada ai poteri forti (concentrazioni editoriali e cinematografiche, industrie del web, servizi segreti, grandi famiglie, eserciti delle grandi potenze),  in modo che potessero  occupare sempre più interstizi in tutte le società, impedendo ai diversi popoli e alle diverse culture di dare i proprio contributo al futuro del mondo attraverso un’equa partecipazione ideologica, professionale, economica e politica. Abbiamo avuto così il pensiero unico, i GAFAM, Echelon, Prism, la Società dell’ 1%, la perpetuazione dell’ occupazione dell’ Europa…Perché mai dovremmo spianare la strada ai GAFAM che sono allo stesso tempo sette, chiese, servizi segreti, Stati nello Stato?

In particolare, in Europa, “livellare il campo da gioco”  è stato solo un paravento evitare la nascita di Campioni Europei, lasciando libero il campo ai giganti americani (Ford, General Motors, General Electric, Boeing, Lockheed, IBM, i GAFAM), per ritardare sine die la nascita di una cultura europea e di un esercito europeo..

In realtà, l’Unione si è resa complice, con la sua politica fiscale, antitrust e di outsourcing, del predominio tirannico dei GAFAM, e, con la sua critica ossessiva delle politiche dei Pasi extraeuropei, delle effettive forme di repressione esistenti nel nostro Continente: dalle leggi memoriali al capitalismo della sorveglianza, dalla negazione della cittadinanza alle minoranze nel Baltico alla detenzione sine die del Governo catalano e di Assange.

Fra i vecchi imperi ci sono anche quelli che hanno fatto la storia d’Europa

3.La rivincita dei vecchi imperi

“Il ritorno dei vecchi imperi” che Borrell vorrebbe scongiurare altro non è che l’espressione più appariscente   di quella resistenza delle altre parti del mondo contro la manovra livellatrice dell’ “Impero nascosto” di cui parla Immerwahr, quella in esito della quale nel 2001 lo slogan corrente era “siamo tutti americani”.

Infatti:

a)il solo vero impero, erede del “sogno di Serse” di conquistare l’Europa per essere pasri agli Dei,  è oggi più che mai quello americano;

b)gli altri “Stati civiltà” di cui si parla in Cina, vale a dire gli Stati semi-continentali capaci di esprimere le specificità di una propria cultura, possono ovviamente sorgere più facilmente dove in passato sono esistiti degl’imperi, intendendo, con questo termine, degli Stati sovrannazionali che s’identificavano, anziché con un’etnia, con un modello di umanità, ma non devono necessariamente identificarsi con la hybris achemenide;

c)anche l’idea originaria del federalismo europeo era quella di attribuire un qualche carattere imperiale, nell’ambito di una  “Translatio Imperii” biblica e classica, all’ Unione Europea, sulla scia di Voltaire, di Coudenhove Kalergi e dello stesso Spinelli, ma questo storico obiettivo era stato travolto dall’ideologia “angelistica” affermatasi dopo la caduta del Muro di Berlino, secondo cui l’Unione Europea sarebbe stata, come dice Borrell, “il rifiuto del potere”;

d)multilateralismo significa la possibilità di tutti i popoli di operare a livello mondiale su un piede di parità, e questo è appunto il primo obiettivo dell’Unione europea, ma ciò non è mai avvenuto in pratica perché tutte le grandi decisioni sul piano mondiale sono state sempre determinate dai soli Stati Uniti, anche per l’autolesionistico “rifiuto del potere” da parte degli Europei;

e)L’Unione Europea, soggetto nuovo che però ha dietro di sé una storia antichissima, ha oggi esattamente lo stesso problema di tutti gli altri Stati-Civiltà: come fare sentire la propria voce sui futuri assetti del mondo a dispetto del debordante potere dell’unico “Impero Nascosto”. E il primo a saperlo dovrebbe essere, per la sua carica, proprio Borrell, il quale si trova tutti i giorni confrontato all’impossibilità, per le Istituzioni europee, di creare, come tutti invece si aspetterebbero,  una loro “civiltà digitale”, alternativa a quella, imperante, della “Singularity” e della sorveglianza , e che vedono le proprie iniziative, come quelle sul clima o in Iran, cassate brutalmente dagli Stati Uniti;

f) la cosiddetta “rivincita dei vecchi imperi”  costituisce anche l’abbozzo del tentativo concreto  di superare un’altra difficoltà denunziata da Borrell, quella del “proliferare degli Stati sovrani”, che rende impossibile un dialogo coerente a livello mondiale. La creazione di grandi Stati-Civiltà, uniti ciascuno dal fatto di rappresentare una determinata tradizione culturale (esempi tipici, gli USA e la Cina), permette un dibattito trasparente e alla pari, fra soggetti dotati di adeguata forza, competenza e motivazione;

g) alcuni dei “Vecchi imperi” (Turchia, Russia) sono in realtà delle sub-sezioni dell’Europa, che, nel corso dei millenni, avevano  rivendicato per sé la translatio imperii biblica e romana (la “seconda e la terza roma”), così come Song e Jin avevano rivendicato quella sinica, e abbassidi e fatimidi quella islamica. Ma anche Spagna, Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Polonia e Ungheria sono resti di vecchi imperi, ed è per questo ch’essi rivendicano ancor oggi una qualche forma “sovranità internazionale” (vedi la repressione dell’indipendenza catalana e scozzese, la “francofonia”, le bandiere della Rzeczpospolita a Minsk…). L’Europa non può tener conto solo dei suoi sedicenti “Stati Membri” (che comunque sono anch’essi troppo numerosi), ma deve dare un ruolo effettivo nella governance  e distinto alle sue grandi Regioni storiche, alle microregioni e alle città, che corrispondono alle vecchie Monarchie, Corone, Stati e Città.

h)Come spiega Immerwahr nel suo “Impero Nascosto”, la “creazione di principi e ruoli universali” è stato il capolavoro del Presidente americano Hoover, che, attraverso la standardizzazione, ha assoggettato il mondo. Tuttavia, il rendere tutto standardizzato elimina l’umano, che è imperfezione e soggettività, a favore della macchina, che è tutta logica e principi.

L’Europa senza potere è un’Europa dove il potere ce l’hanno gli altri

4.Il “rifiuto del potere”: causa prima dell’anarchia europea

L’intervento di Borrell parte, come del resto interventi simili da parte di altri esponenti europei, dalla convinzione che il motore primo dell’ Unione Europea sia stato il rifiuto del potere.

Quest’affermazione è, intanto, poco credibile, perché qualunque uomo politico, e qualunque organizzazione politica, non può che ricercare il potere, altrimenti non esisterebbe, né si guadagnerebbe da vivere.

In secondo luogo, essa è in netto contrasto con i grandi fautori dell’ integrazione europea, da Dubois a Podiebrad, da Sully a Saint Pierre, da Voltaire  Nietzsche a Spinelli, da Giscard d’ Estaing a Joschka Fischer. In particolare,  Spinelli rivendicava l’amore per il potere quale motivazione prima del suo impegno politico, Giscard rivendicava l’ “Europe Puissance” e Fischer la ”Selbstbehauptung Europas”.

In realtà, il “rifiuto del potere” (emerso nel discorso europeo solo dopo la trasformazione in “Unione”) costituisce sostanzialmente  da sempre il programma del movimento anarchico, e dunque è normale che, da quando esso è divenuto anche quello dominante nell’ Unione Europea, noi viviamo ora nel caos che vediamo ogni giorno, con il Complesso Informatico-Militare che spadroneggia impunito (come testimoniano le sentenze Assange, Schrems e Apple), con la Turchia e la Grecia che si minacciano di guerra e l’Italia che partecipa alle manovre navali su ambedue i fronti, con un Recovery Fund che non è ancora stato approvato dal Parlamento Europeo, mentre intanto i ministeri degli Stati Membri affastellano milioni di progetti irrealizzabili, anziché presentare i pochissimi utili.

Che i vertici europei rifiutino di esercitare il loro potere è un regalo eccezionale ai nemici dell’Europa, un regalo troppo bello per essere casuale.

L’Europa dovrebbe difendere l’umano contro il complesso informatico-militare

5. Un’ Europa che rifiuta il potere tradisce la sua missione

In un precedente blog, avevamo scritto: “All’Europa spetterebbe dunque, all’ interno di questa sfida mondiale, grazie al suo tradizionale attaccamento alla libertà, una  specifica ‘missione’ prioritaria: quella d’ inventare (o reinventare) una cultura capace di tenere a freno le pretese totalitarie del sistema macchinico, opponendo ad esse la ‘prassi liberante’ propria dell’Umano (Burgess, Kubrick, Barcellona). Tuttavia, l’attuale cultura occidentale, imperniata sul sansimonismo, sull’etica puritana, sui miti deterministici dell’’intelligenza collettiva’ e del ‘lavoratore’, non è la più adatta a generare questo nuovo tipo di uomo, signore e padrone del mondo macchinico. L’Europa si trova perciò oggi in un vicolo cieco.

L’attuale debolezza politica, culturale e militare del Continente non può costituire una scusa, ma, anzi, deve costituire uno stimolo per l’impresa memorabile di ‘rovesciare il tavolo’. Per essere all’altezza della situazione, la cultura deve ritornare ai valori ‘assiali” della saggezza, della filosofia, ‘dell’’humanitas’, che l’accomunano alle altre antiche civiltà, contrapposti al ‘banauson ergon’ (quel ‘lavoro bruto’ che oggi si identifica con le macchine intelligenti, mentre il lavoratore-macchina sta finalmente sparendo dall’ orizzonte).”

Quando Cacciari scrive che “ l’ Europa non pensa più”, cioè non è più in grado di definire adeguatamente  se stessa,  è proprio perché, a partire dalla sua trasformazione in Unione Europea, avvenuta con il Trattato di Lisbona, essa aveva tentato impropriamente  di assumere, quale propria ideologia, precisamente quella del “Rifiuto del Potere”, un fine, cioè,  che non era, né quello proprio  della tradizione europea, né quello ch’era stato  enunziato all’inizio alle Comunità Europee, né, infine, quello che si richiederebbe ora, nel XXI secolo, di fronte alle sfide della Transizione Digitale, bensì un fine eterodiretto, rientrante in ultima analisi nel progetto della modernità americana: l’omologazione mondiale. Se gli Europei rifiutano il potere, ma in sostanza sostengono il potere americano, quest’ultimo riuscirà a domare anche i popoli più cocciuti, e ci sarà veramente la Fine della Storia, cioè la sottomissione dell’uomo alla macchina (la Singularity).

Oggi, non essendo  completato neppure ancora il controllo dell’Europa, le forze che avevano patrocinato la “rinunzia al potere” sono rimaste disorientate, e non hanno ancora trovato  una propria linea difensiva, mentre neppure il resto (maggioritario) dell’ Europa, diseducato da quel periodo di egemonia conformistica, è riuscito ancora a far emergere una sua adeguata classe dirigente.

Coincidenza fra l’Europa senza potere e l’ideologia californiana

6.Da dove viene  questo rifiuto?

L’idea della Fine della Storia ha un’origine antichissima, da ricercarsi presumibilmente nell’ apocalisse zoroastriana (“Frasho Kereti”), ed è trasmigrata in modo carsico, nel corso dei  millenni, fra l’apocalittica ebraica, le eresie cristiane e  islamiche e il chiliasmo materialista moderno di Lessing  e postmoderno di Kurzweil.

Essa si era nuovamente concretizzata per la prima volta come vero e proprio progetto politico, dopo la sfortunata spedizione di Serse in Grecia, sotto la forma dell’ “American Creed” di Friske (il “Destino Manifesto”), sboccato infine nel postumanesimo dell’ Ideologia Californiana. Quest’ ultima è poi andata in crisi all’ inizio del XXI secolo di fronte alla resistenza opposta dall’ Islam politico e del sovranismo russo (i cui esiti si vedono ancor oggi in Afghanistan, in Turchia e in Ucraina), sì che l’establishment americano era stato costretto ad escogitare nuove strategie per permettere la sopravvivenza del progetto. Così, mentre Fukuyama “si rimangiava” la sua tesi, secondo cui la Fine della Storia sarebbe oramai avvenuta, Samuel Huntington teorizzava lo scontro di civiltà. Sono venuti poi il TTIP e il TTP, e, infine, l’ “America First”. Fin dall’ inizio l’Europa  il ruolo in quel progetto, pilotato dall’ America,  è stato  passivo: dalle Rivoluzioni Atlantiche, al taylorismo e fordismo, fino alla Guerra Civile Europea e all’ordine di Yalta. Cacciari scrive che “Vi fu chi comprese che la fine del tragico Novecento offriva all’ Europa una grande e irripetibile occasione per affermare una propria nuova, originale ‘centralità’.”.  In particolare, l’Unione Europea, rimasta sconcertata dalle politiche dei due Bush e di Clinton, aveva tentato d’inserirsi in quei tentativi di revisione dell’ideologia occidentale “Anche riscoprendo una sua ’storia segreta’, voci inascoltate della sua tradizione”, vale a dire  riprendendo  a proprio vantaggio la retorica americana dell’ “esportazione della democrazia”, descrivendo se stessa quale l’ultimo vero erede della tradizione chiliastica occidentale,  e spacciando abusivamente la propria storia come una “success story” sul cammino della pace universale (trascurando così Suez, la guerra greco-turca, l’IRA, l’Afghanistan, la Transnistria, la ex Yugoslavia, Tskhinval, l’Irak,la Libia). In particolare, Jeremy Rifkin aveva teorizzato la “translatio” del Sogno Americano nel Sogno Europeo. Quindi, una riedizione aggiornata dell’ idea “funzionalistica”, secondo cui l’integrazione parziale dell’ Europa avrebbe aperto la strada all’ integrazione mondiale, secondo la logica deterministica della “Teoria della Sviluppo”di Rostow.

L’idea attuale della Commissione, quella di essere un “Trendsetter nell’ elaborazione delle norme”  vorrebbe forse riprendere quella tentazione. Si tratterebbe quindi, ben lungi dal preteso “utopismo” dei federalisti,  di un rifiuto del loro realismo politico, tentando invece di rimettere in circolo il chiliasmo dei “funzionalisti”, che assomiglia oggi molto al postumanesimo dell’ideologia californiana (a cui l’accomuna la stessa matrice filosofica).

La Fine della Storia è la vittoria del Sogno di Serse

7. La via non percorsa: quella del Federalismo Integrale

Il richiamo indiretto fatto negli anni 80 e 90, per rivitalizzare l’Europeismo reso esangue dal funzionalismo,  al “federalismo integrale” di Grotius, Althusius, Tocqueville, De Rougemont, Marc e Olivetti e a quello politico spinelliano,   avvenne   purtroppo in un modo estremamente reticente (Michel Albert), perché questi erano  già stati sconfitti dal funzionalismo sotto la spinta degli Stati Membri, di Monnet e di Schuman.

L’informatica, era divenuta in quegli anni la nuova frontiera della terza guerra mondiale (la “giustizia infinita” lanciata da Bush e descritta più appropriatamente dagli strateghi cinesi come “guerra senza limiti”, e dal Papa come “terza guerra mondiale a pezzi”), come  avevano dimostrato Stux, Echelon e Prism. Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google,  aveva precisato che l’essenza  della Fine della Storia era la “Singularity Tecnologica”, cioè  il ritorno dell’ Universo all’ Uno  grazie alle tecnologie informatiche ( l’”Unus Sumus”  di cui parla Cacciari): un’idea  che trova i suoi precedenti nel Buddismo e nella Qabbalà. In quella fase, Schidt e Cohen (membri del Consiglio di Amministrazione della stessa società), scrivevano, sulle rovine della Baghdad ingiustamente bombardata e conquistata, che oramai Google aveva sostituito Lockheed nella guida dell’ America alla conquista del mondo (The New Digital Age).Veniva così dichiarato pubblicamente che la Fine della Storia, ovvero la Pace Perpetua, era il progetto dei GAFAM, e che tutti coloro  -fossero essi Saddam o Assange, Gheddafi o Manning, Morales o Snowden-, dovevano oramai essere eliminati o resi inoffensivi (cfr. caso Olivetti).

Anche  la pretesa dell’Unione d’ incarnare l’”autentico” Sogno Americano veniva  messa i ombra dal progetto dei GAFAM. Comunque, questi avevano trovato ben presto il modo di convivere con le Istituzioni europee (non diversamente che con il Partito Comunista Cinese). A maggior ragione, in questo contesto, trovava difficoltà a materializzarsi un ruolo specifico per gli Europei  perché l’Unione Europea era stata esclusa deliberatamente dalla civiltà digitale, e le Istituzioni, contrariamente al Governo cinese, non facevano nulla per rialzare il  suo profilo in questo campo.

Inoltre, mentre il “funzionalismo” tradizionale dell’Unione Europea era  già un embrionale esempio di “governo delle regole”, e quindi predisposto verso il  “Governo delle Macchine” oggetto della Singularity, il  federalismo integrale tradizionale dell’ Europa  costituisce una forma altamente sofisticata di “governo degli uomini sugli uomini”, e, come tale, incominciava già allora a stridere con il progetto americano di globalizzazione tecnocratica. Basti pensare all’approvazione del GDPR da parte delle Istituzioni europee, una vera bomba a orologeria per i rapporti euro-atlantici, di cui solo ora si incomincia a percepire la portata.

L’Europa è riuscita ad essere il “trendsetter del dibattito mondiale”?

8.Al di la del conflitto con la Cina, il federalismo mondiale

Negli stessi anni, l’inaudito sviluppo della Cina  portava allo scavalcamento dell’America in molte fondamentali  tecnologie, quali i computer quantici, le valute elettroniche, i social network, l’ingegneria medicale, i social networks, i treni ad alta velocità. Questo  provocava  di riflesso a sua volta una frenata nello sviluppo sul piano mondiale della Società del Controllo Totale americana (con esiti diversi per la Cina, la Russia, l’India e Israele). Oggi è la Cina a rivendicare l’eredità del “sogno Americano” (“Zhongguo Meng”), anche se le sue tradizioni culturali le rendono impossibile realizzarlo con la stessa radicalità.

In questo scenario sovraffollato, l’Europa non sa più quale spazio occupare, né dal punto di vista fattuale, né da quello concettuale. Dal punto di vista fattuale, il mondo è dominato dalla nuova guerra fredda voluta da Trump (che ora si ritorce contro l’ America). Da quello concettuale, si contrappongono un nuovo maccartismo americanocentrico e il progetto eurasiatico della Via della Seta, che sfocia nella negazione di un ruolo provvidenziale degli Stati Uniti (“la sola nazione indispensabile”), mirando addirittura a  ridimensionare gli stessi fino al livello di uno qualunque fra i grandi Stati-civiltà che si contendono il ruolo di comprimari nel mondo.

Il vecchio federalismo europeo “funzionalistico” era sempre stato favorito in quanto indeboliva l’ Europa, impedendole di divenire un soggetto politico forte, e, quindi, capace di dialogare alla pari con le grandi potenze. Dal punto di vista del multiculturalismo eurasiatico, un “federalismo integrale” europeo forte costituirebbe il parallelo del federalismo mondiale veramente multiculturale come era stato concepito da De las Casas e Coudenhove Kalergi, e a cui aspirano oggi Cina e Russia. Questo tipo di federalismo era sempre stato al centro della storia dell’identità europea: dal tribalismo dei popoli dei Kurgan e medio-orientali, al cetualismo delle poleis, alle leghe, agl’imperi occidentali, delle “repubbliche aristocratiche”, ai progetti premoderni e moderni di federazione. Il Federalismo Mondiale non può sussistere senza Stati che vogliano e possano federarsi; degli “Stati-Civiltàche accettino il pluralismo delle culture. Oggi, l’unico Stato che sia, e si senta, tale, è la Cina, e non è un caso ch’essa svolga un ruolo così centrale nel mondo di oggi. Gli altri quattro Stati-civiltà che aspirano a questo ruolo, presentano ciascuno dei notevoli inconvenienti. L’America vorrebbe  rappresentare l’unico impero mondiale pur continuando a mantenendo il potere entro la limitatissima “Società dell’1%” (WASP), vale a dire pochi milioni di persone. L’India non riesce ad avere una propria identità “forte” perché insanabilmente divisa fra religioni, etnie e caste. La Russia rappresenta adeguatamente l’eredità dei Popoli delle Steppe, ma, mancando di un’adeguata popolazione ed avendo confini indefiniti, è costretta, per sopravvivere, ad acettare la conflittualità impostale dall’ esterno. L’Europanon sa più , appunto, ciò che vuole, non è uno Stato ed è in completa balia degli Stati Uniti dal punto di vista culturale, militare e politico.

Il federatore dev’essere il popolo europeo

 9.Quale  “federatore”?

Cacciari individua, fra le carenze dell’integrazione europea attuale,  l’assenza di un federatore.  A mio avviso, questo federatore c’è. Anzi, il termine “federatore” era  stato coniato (precisamente dal Generale De Gaulle), per designare questo “federatore esterno”: gli Stati Uniti, vero motore dell’ integrazione europea, con il Senatore Fulbright, che aveva fatto approvare dal Senato una mozione a favore della Federazione Europea; con il direttore della CIA, Donovan, che finanziava il Movimento Europeo di Churchill;  con il Segretario di Stato, Dean Acheson, che, piombato inaspettatamente l’ 8 maggio a Parigi, aveva riscritto l’ultima versione della “Dichiarazione Schuman”;  con lo studio Cleary and Gottlieb, che aveva  scritto i Trattati Europei per conto di Jean Monnet; con  la NATO a cui hanno dovuto aderire i Paesi dell’ Est Europa prima di poter aderire all’ Unione Europea. Gli Stati Uniti non hanno invece mai tollerato la nascita di un “Federatore Interno”. Basti vedere i casi di De Gaulle e di Gorbaciov.

Inoltre, gli Stati Uniti non riconoscono l’ Unione Europea, con la quale nessun presidente americano ha mai dialogato, come un partner del loro stesso livello. Invece, il presidente Xi Jinping s’incontra periodicamente con i vertici europei, e il ministro degli esteri Wang Yi ha dichiarato a Roma, al termine dell’incontro con il Ministro di Maio, che la Cina vuole un’Unione Europea forte e unita. Infatti, aggiungiamo noi, solo un’Europa che abbia rapporti culturali, tecnologici ed economici intensi con tutto il mondo potrà alimentare concretamente il proprio federalismo integrale, e, come tale, costituirsi in soggetto solido e autonomo, alternativo, e comunque allo stesso livello, degli Stati Uniti. Per questo vi è tanta avversione, negli ambienti atlantici, contro il Papa gesuita, contro Huawei e contro il North Stream, che, attraverso rapporti trasversali, rafforzano la posizione negoziale dell’ Europa.

Barcellona vs. Cacciari: il Katechon contro “la Cosa Ultima”

10. L’Europa come Katechon

A mio avviso, sta proprio in questa situazione  di tensione generalizzata il lato positivo della transizione in corso nell’ Europa di oggi, la quale ultima, grazie ad essa, è passata in una decina di anni, dal più estremo fanatismo  per la Fine della Storia (“siamo tutti americani”), ad una prima, seppur timida,  messa in dubbio del “politicamente corretto” occidentale. L’evoluzione storica ha infatti dimostrato che l’unico senso concreto che poteva avere quel richiamo ossessivo all’ unità della “comunità internazionale” (oltre ad essere ovviamente in contrasto con il tanto conclamato pluralismo europeo) era quello della Singularity Tecnologica, l’unità fra uomo e macchina, che infatti, mai fu perseguita con tanta decisione come in quegli anni.

Nel suo articolo, Cacciari richiama ,fra gli altri, come possibile fonte culturale di un’ Europa culturalmente autonoma, lo scrittore settecentesco tedesco Efraim Lessing. Orbene, l’interpretazione lessinghiana delle radici cristiane dell’Europa come preparazione della Modernità in cui, secondo il Primo Programma Sistemico dell’Idealismo,  l’uomo si salverebbe da solo con” una nuova scienza”, porta implicitamente al governo mondiale da parte dei Big Data e dell’ Intelligenza Artificiale.

Concordo tuttavia che, per sostanziare il Federalismo Integrale, occorra un richiamo, come scrive Cacciari,  ad aspetti nascosti della tradizione culturale europea, ma mi rivolgo, per questo, in una direzione diversa da quella a cui Cacciari pensa citando Lessing e Goethe. A mio avviso, infatti, l’accademia. e la cultura ufficiale in generale hanno privilegiato indebitamente  (per quanto manipolandone i significati), solo certi autori, come Platone, Tucidide, l’ Apocalisse, Dante, De Maistre, Locke, Hegel, Marx, Tocqueville, Nietzsche, Popper, Rostow, Teilhard de Chardin,…, letteralmente oscurandone altri, pur centrali nella storia della cultura europea, come Sinliqiunnini, Socrate, Aristotele, i Padri della Chiesa, la Scolastica,  De Las Casas, Machiavelli,  i Gesuiti, Pascal, Montesquieu, Dostojevskyj,  l’ “Italian Thought” dell’ inizio del XX Secolo,  Burgess, Anders, St.Exupéry, McLuhan…. Secondo  questi autori, mentre la pretesa di unificare sacro e profano nell’unità finale suona addirittura anticristica (vedi “il Grande Inquisitore”), la Città di Dio e la Città dell’ Uomo debbono procedere in parallelo, per “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”.

Ricordiamo che il riconoscimento che la teologia della fine della storia porta alla Singularity tecnologica ha indotto alcuni autori recenti, e, in primis, il secondo Fukuyama e l’ultimo Barcellona, a ipotizzare la necessità di un Katèchon. Soprattutto Barcellona ha concepito l’ Europa come Katechon.  Costoro hanno visto la riduzione dell’utopia a ideale normativo non già come un’ inspiegabile rinunzia, bensì come la conseguenza logica della concezione europea della laicità.

I whistleblowers sono ancora perseguitati, e noi non li stiamo aiutando

 11.Dopo “Schrems 2”: dare ospitalità a Snowden e Assange

Come conseguenza di ciò che precede, mentre Cacciari ei vede la situazione attuale come la fine del pensiero dell’ Europa, io invece la vedo come il concreto avvio di una situazione nuova, in cui  questa incomincia a liberarsi dai lacci e lacciuoli -culturali, ideologici, tecnologici, politici e militari-  che la tenevano avvinta al progetto chiliastico americano, per avviarsi su un inedito cammino di riflessione culturale, di maturità politica e di autonomia storica. Come abbiamo visto, l’Europa ha dismesso anche l’immotivata presunzione di autodefinirsi come la patria della “modernità occidentale” cominciando a concepirsi, come dice la Commissione, solo più come come “il trendsetter del dibattito mondiale”. Un dibattito che deve evidentemente essere aperto a tutte le culture, senza preconcetti o primogeniture.

In questo senso, le sentenze della Corte di Giustizia nelle due cause Schrems, e i 101 ricorsi proposti dall’organizzazione di Schrems dinanzi alla autorità nazionali di tutela dei dati contemporaneamente alla Global Initiative for Data Protection proposta da Wang Yi costituiscono l’annunzio del tipo di battaglia che si apre dinanzi noi, proprio nell’ area sensibilissima dei dati, in cui i popoli del mondo non accettano più di essere soggetti passivi dell’ America e dei GAFAM, ma pretendono di godere di una reale parità di trattamento in quest’area, che è decisiva per l’avvenire del mondo.

Invece d’inventarsi ruoli astratti e mistificanti su temi superati dalla storia, l’Unione dovrebbe concentrarsi  sul dare attuazione pratica a quanto richiesto autorevolmente  dalla Corte di Giustizia con le sentenze Apple a Schrems: porsi alla testa di una lotta senza quartiere contro la dittatura antropologica e culturale, poliziesca e militare, ideologica, politica, sociale ed etica, del Complesso Informatico-Militare.

Primo passo: dare ospitalità ai Whistleblowers che tanto hanno patito, e ancora patiscono, per avere contestato la società della sorveglianza, e che hanno chiesto (inutilmente) di essere ospitati in Europa. E, in primo luogo, se sarà liberato, a Julian Assange, di cui non è ancora finita l’incredibile odissea poliziesca.

Virgilio Dastoli

ALLEGATO

Newsletter n.29/2020 del Movimento Europeo in Italia – Sfide interne ed esterne per l’Unione europea

I silenzi di Ursula von der Leyen

Dedichiamo una parte importante della newsletter al lungo discorso sullo stato dell’Unione  pronunciato davanti al Parlamento europeo a Bruxelles il 16 settembre dalla Presidente Ursula Von der Leyen.

Come per Eduardo De Filippo, se ci si consente il paragone, si potrebbe parlare del colore delle parole e della temperatura dei silenzi.

Vogliamo concentrarci qui sulla temperatura dei silenzi limitandoci a due aspetti essenziali del futuro dell’Unione europea: la dimensione sociale e la Conferenza sul futuro dell’Europa lasciando a Fabio Masini un’analisi critica sulle priorità in materia di politica estera..

Il primo aspetto concerne il pilastro sociale e cioè la lotta alle diseguaglianze che non può essere risolta solo dal fiume di danaro che dovrebbe scorrere dalla sorgente di Bruxelles verso i paesi membri e suddividersi in sette rami diversi in parte sotto forma di prestiti (la maggioranza), in parte sotto forma di sovvenzioni dirette ma in parte attraverso programmi europei la cui destinazione nazionale non è garantita in partenza.

La pandemia non ha avuto effetti solo sull’economia e sulle finanze dei nostri paesi ma sui modelli delle nostre società a cominciare dal ruolo del lavoro, la mobilità, il tempo libero, il gap generazionale, le pari opportunità, i rapporti tra le città e le aree interne, le politiche di inclusione, gli effetti della società digitale e dello sviluppo della robotica, l’uso di strumenti come il blockchain che è andato ben al di là della diffusione dei bitcoin e infine – last but not least – il tema della democrazia economica.

La temperatura del silenzio nel discorso sullo stato dell’Unione può essere rapidamente verificata sia perché il 14 ottobre si terrà il “vertice sociale tripartito” fra istituzioni europee e parti sociali (rappresentanti dei lavoratori e imprenditori) che, ai tempi di Jacques Delors, era l’occasione per mettere sul tavolo proposte precise della Commissione sulla dimensione sociale, sia perché l’attuale Commissione presieduta da Ursula von der Leyen (che è stata ministra del lavoro in Germania) si è per ora limitata a dire e a proporre un metodo di sviluppo del Pilastro Sociale – adottato “solennemente” a Göteborg nel novembre 2017 – fondato su “piani di azione” e non su strumenti giuridicamente vincolanti  o finalmente rispettosi della clausola sociale orizzontale introdotta all’art. 9 nel Trattato sul  funzionamento dell’Unione europea.

L’idea dei piani d’azione è stata lanciata dalla Commissione europea in una comunicazione pre-pandemia del gennaio 2020 su cui vi è stata un’ampia consultazione e ci si poteva immaginare che dalle parole si passasse ai fatti e cioè a proposte legislative.

Il silenzio del 16 settembre è stato invece assordante e, nella lettera di intenti per il 2021 inviata al Presidente del PE David Sassoli e alla cancelliera Angela Merkel, Ursula von der Leyen preannuncia ventisette iniziative legislative ma solo un altro piano di azione sul Pilastro Sociale, su una garanzia per l’infanzia, su una strategia per l’occupazione e per l’economia sociale.

La seconda temperatura del (quasi) silenzio riguarda la Conferenza sul futuro dell’Europa, un’idea piuttosto vaga che fu lanciata da Emmanuel Macron il 4 marzo 2019 e che si sarebbe dovuta concludere alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi nella primavera del 2022.

Il Parlamento europeo ha considerato che la Conferenza potesse essere uno spazio per affermare la sua leadership e tentare di riaprire il cantiere dell’Unione europea chiedendo una riforma dei trattati a più di dieci anni dall’entrata in vigore di quello di Lisbona nel dicembre 2009.

Apparentemente bloccata dalla pandemia, la Conferenza non è partita perché sono molto distanti le posizioni fra il Parlamento europeo e i governi non solo sul principio della revisione dei trattati (che è condiviso per ora solo dal governo austriaco che vorrebbe ridare agli Stati delle competenze attribuite all’Unione) ma sulla governance (e cioè su chi deve presiederla), sui suoi tempi, sulle modalità del coinvolgimento della società civile e sul destino delle sue proposte.

Alla Conferenza Ursula von der Leyen ha dedicato trenta parole in quindici pagine dicendo che una delle sue missioni – “nobili e urgenti” – sarà la questione delle competenze in materia sanitaria. Non una parola sulla Conferenza è stata invece spesa in altre parti del discorso sul futuro dell’Unione che pur richiederebbero una riforma che potremmo chiamare costituzionale.

Possiamo immaginare che il solido pragmatismo tedesco abbia portato lentamente la Presidente della Commissione europea a riflettere sui rischi che una Conferenza promossa sulla base di un più che minimo comun denominatore fra Parlamento e governi possa diventare rapidamente uno spazio all’interno del quale scaricare tutte le questioni del “potere costituito” (e cioè delle decisioni che dovrebbero essere prese dalle istituzioni sulla base dei trattati e delle procedure attuali) lasciando da parte il “potere costituente” (e cioè tutto quel che deve essere fatto al di là dei trattati).

Le materie – “nobili e urgenti” – da sottoporre al potere costituente non mancano e sono state messe in evidenza in questi mesi di pandemia: la capacità fiscale dell’Unione europea e le risorse proprie (due parole chiave assenti nel discorso sullo stato dell’Unione), la governance dell’UEM per risolvere quella che Carlo Azeglio Ciampi chiamava la sua zoppìa, la paralisi nella politica estera e della sicurezza ivi compresa la dimensione della difesa per la prevalenza assoluta del metodo intergovernativo, l’integrazione differenziata e cioè il tema dell’Europa a due velocità, l’inadeguata ripartizione delle competenze e last but not least il tema della incompleta democrazia europea.

Speriamo che la temperatura del silenzio della presidente Ursula von der Leyen sulla Conferenza per il futuro dell’Europa preluda ad un suo atto di rottura dell’apparente pax  interistituzionale e degli inutili tri-dialoghi fra i presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio europeo e della Commissione europea.

Speriamo soprattutto che il Parlamento europeo comprenda rapidamente il tempo perso nella ricerca di un minimo comun denominatore con il Consiglio europeo e con il Consiglio e proponga alla Commissione una via alternativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa, infragilita anch’essa dalle conseguenze del COVID-19, un’alternativa che passi dall’incontro fra la democrazia rappresentativa e quella partecipativa affinché questa legislatura diventi finalmente costituente per costruire una “unione vitale in un mondo fragile”.

La Conferenza sul futuro d’ Europa dev’essere fatta dal popolo europeo

CANTIERI D’EUROPA

WEBINAR DEL 4 LUGLIO SUI RAPPORTI FRA UE E CINA


XI-VON DER LEYEN: “IL DIALOGO PIU’IMPORTANTE PER LA UE DAL PUNTO DI VISTA STRATEGICO E IL PIU’CARICO DI SFIDE”

Il secondo webinar della serie “Cantieri d’ Europa Virtuali” sta suscitando più interesse del previsto a causa dei concomitanti sviluppi del dialogo fra UE e Cina.

La teleconference fra Xi e Von der Leyen, nonostante le apparenti ripetizioni di scene già viste, ha rappresentato un sostanziale passo in avanti, perché, da parte cinese, si è data una spinta senza precedenti al ruolo dell’Europa nel mondo, accettando un dialogo alla pari fra UE e Cina, che è una grande potenza, mentre, da parte europea, si è giunti ad affermare che “il dialogo con la Cina è il più importante, tanto dal punto di vista strategico, quanto da quello delle sfide”.

Ambedue i concetti sono assolutamente nuovi. Intanto, né America, né Cina, avevano mai accettato di trattare la UE come loro pari, preferendo sempre il dialogo con gli Stati membri, Dall’altro, gli Europei avevano sempre sostenuto che, per quanto importante possa essere il dialogo con Cina e Russia, quello veramente importante resta quello con l’America. Oggi, quando Trump chiama l’Europa e la Germania “delinquent” e minaccia dazi su tutti i nostri prodotti, il dialogo con la Cina è oramai una pura e semplice necessità. Certo non dovrà essere condotto  con un atteggiamento d’ inferiorità, bensì, come sta per altro già avvenendo, su un piede di parità. Se nel chiuso del summit il presidente cinese non ha dato garanzie chiare, ricordando anche l’importanza della posizione europea nei negoziati sullo status di Pechino al Wto, poco dopo l’agenzia di Stato Xinhua ha scritto che Cina e Ue si sono impegnate a concludere sugli investimenti entro la fine del 2020. Tuttavia, per pressare la Cina, durante il vertice è stata evocata la possibilità di una video conferenza a settembre tra von der Leyen, Michel, Merkel e Xi. Utile anche a verificare se sarà possibile recuperare il summit di Lipsia con tutti i leader europei destinato alla firma dell’intesa al momento rinviato causa pandemia.

E’ stata superata anche la barriera ideologica, quella che ha fatto affermare in passato che “la Cina è un rivale sistemico” e a Borrell che ”oramai è chiaro che abbiamo valori diversi”. Ma è proprio per questo che il dialogo s’impone più che in altri campi. Il nocciolo duro del dialogo interculturale sta proprio  nel confronto fra i diversi valori nel pieno rispetto delle diversità. Se Europa e Cina hanno diversi valori è perché le stesse loro logiche sono diverse. Concetti come “Datong”, “Taiping”, “Tianxia”, “Li” e “Fa” sono semplicemente intraducibili nelle lingue europee. Ma, se si vuole coesistere e collaborare, bisogna sforzarsi di capire gli altri,  se necessario anche studiando i caratteri cinesi, la mitologia indù e giapponese, le teologie ebraica e islamica.

D’altronde, questo fa parte delle migliori tradizioni europee, come nella Luminosa Dottrina di Da Qin sulla Stele di Xi’An, nel “Trattato sull’ amicizia” o nel “Vero Significato del Signore del Cielo” di Matteo Ricci, nel “Du despotisme de la Chine” di Bouvais, nei “Novissima Sinica” di Leibniz, nel “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire, nel “Westoestlicher Diwan” di Goethe, nella “Ballad of East and West” di Kipling, nell’ “Hadji Murad” di Tol’stoj, nella “Butterfly” di Puccini,  nella “Shagané” di Esenin, nel “Siddharta” di Hesse, nei “Pisan Cantos” di Pound, nella “Turandot” di Puccini…

Anche qui, come in ogni altro campo, siamo di fronte a un enorme gap culturale, che  l’Asia, ma, soprattutto, l’Europa, dovranno colmare al più presto per poter essere in grado di fronteggiare, su adeguate basi, le difficilissime sfide che, come ha affermato Ursula von der Leyen caratterizzano il rapporto con la Cina.

Non per nulla abbiamo chiamato questo blog “DaQin”, che, in Cinese antico e classico, significava “Roma”, “Italia”, “Impero Romano” o “Cristianesimo”, e un altro blog, su questo stesso sito, “Turandot”. Invitiamo perciò i nostri lettori a seguire ulteriori approfondimenti su “Turandot” (e anche su “Technologies for Europe”).

Sarebbe ora che, nel formulare i nuovi progetti scolastici italiani ed europei (“Piano Scuola”, “Educazione alla Cittadinanza”), si tenesse finalmente conto di questo gap, e si ricalibrassero corrispondentemente i programmi.

ATTENZIONE!

Per evitare i problemi tecnici evidenziatesi nel Webinar del 9 maggio, il 4 Luglio si userà la collaudatissima piattaforma Zoom.

Le coordinate  ZOOM della manifestazione sono:

Il link (https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09 ) e la coppia meetingID+password sono equivalenti tra loro.Nel senso che il link è già di per sé un metodo di accesso “one click” alla conferenza.

Ecco il programma:

PROGRAMMA (PROVVISORIO)

CANTIERI VIRTUALI D’ EUROPA 2020

Webinar 4 luglio, ore 10 :

Verso il Trattato per la protezione degl’investimenti :

Xi Jinping riconosce il ruolo dell’ Unione Europea

Dopo 50 anni dall’avvio dei rapporti diplomatici fra Italia e Cina, la rapidissima ascesa di quest’ultima, dalle distruzioni di più di 100 anni di guerra, fino a una posizione  all’avanguardia mondiale della tecnologia e dell’economia,  ci fa comprendere che, per tornare a padroneggiare l’evoluzione della propria storia, anche  gli Europei  devono  avviare una loro autonoma concettualizzazione della post-modernità, e, in particolare, del contributo che i grandi Stati-civiltà come la Cina possono dare  per superare l’’”impasse” ideale e pratico in cui si dibatte l’Umanità.

Anche se il previsto trattato sulla protezione degl’investimenti è stato posticipato, e la Commissione ha evidenziato più le criticità che non gli elementi positivi, la teleconference fra Xi Jinping e Ursula von der Leyen ha costituito l’avvio di un dialogo su un piede di parità fra UE e Cina.

Questo dialogo con l’Asia, verso cui l’Europa sembra oramai avviata, serve innanzitutto a comprendere l’utilità attuale degli “Stati-civiltà” e delle loro culture, senza trascurare il ruolo di Paesi, come l’Italia, che sono stati da sempre a mezza strada fra uno Stato Civiltà e una nazione etno-culturale. Basti pensare all’ equivoco uso di ”Rum”, Da Qin, “Hroma”,”Rom”, per indicare tanto Roma, quanto l’Italia, l’Impero Romano, la Chiesa Cattolica e l’Europa.

Ursula von der Leyen ha definito il rapporto con la Cina come “strategico” e “colmo di sfide”. Infatti, pur nell’incommensurabilità e autonomia delle diverse identità continentali, l’Italia e l’Europa possono recuperare, come vorrebbero l’Unione e la stessa Chiesa, un ruolo di riferimento a livello mondiale, ma  solo traendo, dalle culture dell’Epoca Assiale, la forza per controllare la società delle macchine intelligenti. Per fare ciò, l’Europa ha bisogno di un umanesimo digitale non subordinato culturalmente  al Complesso Informatico-Militare, come quelli sviluppati nelle varie, diverse, regioni dell’Asia contemporanea.

La collaborazione culturale, tecnologica, economica e politica -da inaugurarsi nei prossimi mesi con l’Asia, e, in primo luogo, con la Cina, dovrebbe fornire all’Europa almeno parte di quegli elementi concettuali, di know-how, finanziari e volontaristici, che le mancano per divenire anch’essa un nuovo, originale, Stato-civiltà. In particolare, il “pacchetto digitale” in gestazione a Bruxelles avrebbe bisogno, per divenire una concreta realtà, di una robusta iniezione di riflessione interculturale e di tecnologie da tutti i Paesi. Basti pensare anche, che oggi il 50% dei brevetti depositasti presso l’Organizzazione della Proprietà Intellettuale sono di origine cinese.

Con il tanto criticato MOU sulla Via della Seta, l’Italia ha fornito un esempio che ora sta seguendo la stessa Unione.

Dal punto di vista pratico, la Cina sta fornendo, in questa fase di recessione,  un supporto ineguagliabile alla ripresa dell’ economia europea, con i suoi massicci acquisti di Airbus e con l’accordo a permettere alla Volkswagen di divenire azionista di maggioranza delle imprese cinesi che producono e vendono il 40% dei suoi prodotti

ore 10, Introduzione, di Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Consiglio del Movimento Europeo in Italia

Ore 10,30 Alberto Bradanini, già ambasciatore italiano a Pechino: I rapporti politici, economici e commerciali fra Italia e Asia

Ore 11,00 Liu Pai, giornalista del China Media Group, Italian Department, Lo sviluppo delle relazioni sino-italiane negli ultimi anni.

Ore 11,30 Giuseppina Merchionne, Responsabile dell’Ufficio di Rappresentanza della Cina del Nord-Ovest a Milano,  L’esperienza di una vita nel dialogo interculturale Italia-Cina

(Ore 12,00  Giovanni Cubeddu, Direttore di Cinitalia, Il giornalismo come strumento di dialogo fra Italia e Cina?)

Ore 13,00 Domande e Dibattito

Modera Riccardo Lala, Presidente dell’Associazione Culturale Diàlexis

OLD-NEW FINANCIAL APPROACHES FOR EUROPE

Walther Rathenau, the author of “The New Economy”

When people say that, after Coronavirus, nothing will remain the same, they refer first of all to economy.According to us, this must go much further, first of all inb the financial sector.

Indeed, we seealready now, in many directions, some signs of change, though balanced by the eternal conservatism of our establishments. From one side, digital currencies are altering already now several aspects of traditional economies, especially as concerns digital payments in China, where digital has become, within the framework of the new web economy of the “BATX”, the prevailing means of payment. Their role has been powerfully enhanced by Coronavirus, because the digital network of Alipay has become the key instrument of virus tracking, and digital payments, not involving the physical handling of money, have been a powerful means of prevention, so to become mandatory in high risk situations like the one of Wuhan.

From another point of view, the whole structure of the economic philosophy underpinning the Euro has been eroded, first of all by Quantitative Easing, then by the ongoing generalized economic crisis, already present before Coronavirus, but worsened by the same. This has brought about the need to find out new thinking modes, which we will outline here, and on which we will revert in the forthcoming publications of Associazione Culturale Diàlexis.

The new Chinese Central Banl Digital Currency: a model worldwide

1.Central Banks Digital Currencies

On May 23, Partha Ray and  Santanu Paul have written, in the Indian newspaper “The Hindu”, a detailed article highlighting the crucial, and revolutionary, features of the new Chinese digital currency.

It is worth wile going through this report, for picking up information and ideas which would be useful also, and especially, for Europe:“While the world is grappling with the fallout of COVID-19 and speculating on how far China can be blamed for the pandemic, a silent digital revolution is taking place in China. On April 29, 2020, the People’s Bank of China (PBoC), the country’s central bank, issued a cryptic press release to the general effect: ‘In order to implement the FinTech Development Plan (2019-2021), the People’s Bank of China has explored approaches to designing an inclusive, prudent and flexible trial-and-error mechanism. In December 2019, a pilot programme was launched in Beijing. To intensively advance the trial work of fintech innovation regulation, the PBoC supports the expansion of the pilot program to cover the cities of Shanghai, Chongqing, Shenzhen, Hangzhou, Suzhou, as well as Xiong’an New Area of Hebei, by guiding licensed financial institutions and tech companies to apply for an innovation test.’ “

In media reports, in the recent past, China has emerged as the capital of the crypto ecosystem, accounting for nearly 90% of trading volumes and hosting two-thirds of bitcoin mining operations. The People’s Bank of China tried hard to curtail this exuberance but achieved limited success.

The benefits of Central Banks Digital Currencies (CBDC) are:

-paper money comes with high handling charges and eats up 1% to 2% of GDP, which can be spared;

-by acting as an antidote for tax evasion, money laundering and terror financing, CBDCs can boost tax revenues while improving financial compliance and national security;

-as a tool of financial inclusion, direct benefit transfers can be instantly delivered by state authorities deep into rural areas, directly into the mobile wallets of citizens who need them

-CBDCs can provide central banks an uncluttered view and powerful insights into purchasing patterns at the citizen scale

A digital currency would be beneficial especially for Europe, which has a dramatical need to increase is own cash creation power without borrowing on international markets. The expertise of the PBoC could be transferred through cooperation within the framework of the new Investment Treaty, whose scope should be enlarged to various aspects of economic cooperation, alongside the path of the Italian Silk Road MOU.

An investigation carried out by the Bank for International Settlements shows that most Central Banks are working out hypotheses of digital currencies, but China is the pioneer, as in all other social innovations and technologies..

Rudolf Hilferding, the theorist of the State-monopoly capital

2.An inversion of attitudes between Europe and USA about strong and weak currrencies

The stress since the start of the Euro had been on the idea of “stability”, -whilst, on the contrary, the monetary policies of the FED and of the Bank of China were stigmatized as politicized and volatile-. Such stress has been reversed by the most recent attitudes of European Institutions.

The ECB had already had recourse, against its natural inclination, to Quantitative Easing, after that Abe and Obama had already made massive use of this instrument following to the Subprime crisis, so rendering it “politically correct”. At the occasion of the Coronavirus crisis, the ECB has made recourse again, more than before, to this instrument, so resulting to be the major source of emergency liquidity in favor of Member States. Now we have a further panoply of emergency and recovery funds, which do not comply any more with the preceding monetary orthodoxy, and that could, and should, open the way to the total reversal of past policies .

Now, it is US president Trump, that, for the sake of preserving the role of the dollar as the reserve currency by excellence, is extolling the virtues of stability, as compared with the weakness of Euro and of Yuan .

This necessitated abrupt change of the European financial policy, though maintained, uo to now, within a strict political and ideological control, cannot avoid to shadeimportant doubts on the traditional metapolitical grand narrative of Euro.

According such narrative, this currency was a cornerstone of the European integration because it embodied to the utmost extent the stability goal attainable by the preeminence of economy over politics, which purportedly was the civilizational achievement of the European Union, rendering it superior to any other political form in history (including the United States). This hegemony of economics corresponded to the ideal of “Douce Commerce” expressed by Benjamin Constant as the landmark of representative constitutionalism, which, by this way, was supposed to set the concrete bases for the “Eternal Peace”, which, according to Kant, would have been grounded on the preeminence of merchant values on the ones of glory a and honour, typical of old monarchies.

Europe could have achieved such goal of “Douce Commerce” because, as stated eventually by Juenger and Schuman, WWII would have shown to Europeans the necessity of avoiding wars, and, therefore, to find a peaceful organization of Europe. Such peaceful Europe would have required giving up strong national identities, and the related cultural atmosphere oriented towards war. This was even the characteristic which distinguished Europe from U.S. (for Kagan, “Europe coming from Venus, US from Mars”). According to this narrative, US hegemony constituted even a blessing, avoiding to Europe the burdens of war and allowing to it to carry out that historical experiment.

Following to a mix of marxist determinism and Rostow’s Development Theory, mainstream Euro ideology maintained that wars are a by-product of economic contradictions. In particular WWII would have been the outcome of Weimar inflation and Great Depression, which, by disenfranchising the German middle-classes, had created the psychological background for Nazi revisionism. By contrast, the new stability policies of the Federal Republic would have been the main instrument for preventing the falling back of Europe, and especially of Germany, into the “cultural atmosphere” of the Thirties (the “Destruction of Reason” described by Lukàcs), which had rendered the Axis possible.

The problem for these theorists is now that the present fall of the economic background set up with the Euro could make possible a disenfranchisement of middle classes parallel to the one of the Thirties and their orientation towards populism, which, at its turn, could make possible the rebirth of violent forms of empowerment (“Selbstbehauptung”).

Albeit the ideological Byzantinism of the above narrative is self-evident, there is something true in its reasoning. The end of the illusion of an unprecedented richness of Europeans, which has been so well cultivated in post-WWII Europe – by the ERP, by the mythologies of neo-realism and of dolce-vita, of welfare State and Occidentalism, had been seriously set in doubt by the 1973 Oil Crisis, by the crises of the Twin Towers and of Subprimes and by the comparative reduction of Europe’s GNP as compared with China and developing countries. The higher growth rate of such countries not having given up to their sovereignty and to a realistic orientation of their ruling classes have shown that Rostow’s Development Theory is not apt to explain the real economic trends of the world.

The need, by European Institutions, to follow , for salvaging European economy, paths alternative to monetarist orthodoxy, such as Quantitative Easing, monetization of debt, deficit spending, State aids, shows that there is no unavoidable trend in world economy, and that Europeans are free again to choose their economic destiny.

According to me, the case of Italy is the most perspicuous. Italy’s economy had grown at a very fast pace before and during the two world wars because the ambitions of the unified State had led it automatically towards expansionism and militarism. Eventually, the huge industrial structures and widespread industrial culture created for the needs of war had purposefully not been destroyed by the Allies because they would have resulted to be too useful after the war. The conversion of Europe from a war economy to a consumption society had brought about the so-called “Italian Miracle”. Unfortunately, since it was just an epiphenomenon of wars, such “Economic Miracle” finished less than 30 years after the war (in 1973, with the Oil Crisis), even if this abrupt end was masked by the increased salaries,inflation , the extension to middle classes of social benefits already accrued to blue collars, and a large dose of propaganda, by State, media, enterprises and trade unions.

Michal Kalecki, the inventor of “Military Keynesism”

3.A further step forward

Presently, the need for a realistic approach to the management of economy is felt more than ever.

At knowledge level, it must result clear that economy is a human science, and, as such, it is not an exact science. As a consequence, all of its theories, stories, approaches, solutions, are always very subjective.

Second, at meta-political level, the fact that war has not appeared, at least in Europe since WWII, in the traditional forms of direct and massive violence, does not impede that a “war without limits” is carried out every day under our eyes, with propaganda,mafia, excellent murders, military expenses, ethnic wars, terrorism, espionage, extraordinary renditions, humanitarian wars. A State which gives up to counter this kinds of violence carried out by other States or organizations against itself, its territory, its citizens, its economy, is damned to disappear within a short period of time.

At political level, this situation is opening up the possibility to discuss concretely each specific issue on a solid basis, showing which have been the mystifications and the mistakes of the past, the political distortions influencing still now a correct strategical approach, and in any case proposing alternative paths, apt to reverse the structural weaknesses of European economies.

It is loughly is that, when thinking of the “necessary reforms” of our economies, everybody thinks of the reduction of employment and social benefits, as well as a further minimization of the role of States.

Unfortunately, these processes, which have been the most evident causes of acceleration of Europe’s decline, are not the ones apt to reverse it. On the contrary, a serious “reform” should start from a thorough study (now possible thanks to Big Data), of what Europeans are really doing and of what the market really need.

There will be many great surprises.

Such study would bring us to ascertain that, today, the largest part of Europeans is not present on the labor market (because many women work at home, the number of pensioners is growing exponentially, young people do not start working before 20 years, there is a lot of unemployed and under-employed workers, sick persons and prisoners. Secondly, most people who are employed are producing things which are relatively not useful for European societies (such as the huge amount of commercial businesses, which now are almost bankrupt, or the production of luxury cars, which have no market, or military bureaucracy, deriving from the existence of 40 different armies), whilst, on the contrary, products and services which are badly needed, either for homeconsumption (such as education, research, industrial restructuring services, maintenance of territories), are not produced by anybody.

Today, the European market, left to itself, is not able to match society’s needs with workforce availability. Europe must set up, first of all, the Big Data which will be able to map this situation and provide for a general plan for the next 7 years, during which people will be trained, financing will be provided, enterprises will be restructured, employees will be hired, in such way that all necessary activities will be carried out by somebody, and that everybody finds an occupation corresponding to his skills.

All this has not very much to do with Keynesianism, which is just one of the options within the prevailing American- type liberalism. We cannot call it “corporatism”, nor “State command economy”, both having resulted, in the government practices of the XX century, to be just two alternatives compatible with Western globalization, all of them falling within the Aristotelian definition of “Chrematistiké”.

That “good government”should be an application, in practice, of the ideas of Aristoteles about “oikonomìa” as alternative to “chrematistiké”, or, in a more recent application, of the ones of Hilfereding, about “Staatsmonopolistischer Kapitalismus” or of Kalecki, about “military Keynesism”.

The overall scheme of tEuropean recovery interventions

4. A European NATO-like Emergency Service

The problem of the European post-Coronavirus interventions is that the very complex structure of the European Union renders its intervention slow, ineffective and not transparent.

In fact:

1)each action has to go through:

-a proposal phase (through Member States, and Commission);

-a decision-making phase (ECB, Council, Parliament)

-an implementing phase (Financial markets, Governments and Parliaments)

-an administrative phase (Ministries, Regions, banks);

-a jurisdictional control.

b)Each phase imply lengthy negotiations with egoistic interests, which hinder emergency interventions (Member States, Central Banks, political parties, Ministers, enterprises, professions, regions, cities):

-disputes about the nature of the aids;

-US interferences;

-instrumental polemics;

-media manipulations;

-personal ambitions;

-organised crime;

-unconscionable citizens’attitudes;

c)it is impossible to understand really what happens (Byzantinism of European regulations; uncomplete nature of compromise regulations; need of national implementing activities;fraudulent implementation):

-the swinging attitudes of financial markets;

-the upredictable impact of the financial compact;

-the ever changing decisions of parliaments, goverments, regions and mayors.

The EU authorities would have liked to be able (as Josep Borrell dreamed), to send armored convoys with European flags to bring first aid to victim popuilations. On the contrary, whilst Chinese, Russian, Cuban and Albanian aid arrrived physically and officially within a few days from the requests of the relevant governments, European aid has nort yet arrived, and will never arrived with military medica and with European flags.

Under these conditions,how to be surprised that most Italians consider China as the most friendly country?

This constitutes an objactive drawback of the European system. Ursula von der Leyen, David Sassoli,Josep Borrell, Paolo Gentiloni and Dubravka Suica must work harder on that, creating a complete system of European enìmergency intervention, if necessary as a joint intergovermment project, like NATO, with own dotations, own personnel, equipment, stock, commandment, without being bound to discuss everything with everybody.

EIT:LETTER TO THE EUROPEAN COMMISSION

24/4/2020

Wir brauchen neue europaeische hochtechnologische Industrien

Ursula Von der Leyen

Paolo Gentiloni

Thierry Breton

Margrethe Vestager

Dubravka Suica

Vera Jourova

Maros Sefcovic

Turin, 24/4/2020

Betr.: Marshallplan und Technologie : Sitzung 28 April des EP um EIT

Frau Präsidentin,

Wir wünschen hierbei Sie über die Sitzung , diejenige schon für April 28 bei dem Ausschuß “Industrie, Forschung und Energie” des Europäischen Parlaments,um das  Europäische Innovations- und Technologieinstitut  und die damit verbundene Strategische Innovationsagenda 2021–2027: Förderung des Innovationstalents und der Innovationskapazität programmiert ist aumerksam machen (sieh die  Tagesordnung des Ausschusses https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_DE.html ).

Wir betrachten das betreffende Vorhaben als unlogisch und gefährlich. In der Tat, ist, nach der Koronavirus-Krise, alles verändert, in Europa und überall in der Welt; infolgedessen, müssen alle vorherige Politiken durchgedacht werden. Wie Sie gesagt haben: “Die vielen Milliarden, die heute investiert werden müssen, um eine größere Katastrophe abzuwenden, werden Generationen binden. Deshalb haben wir die Pflicht, das Geld aus unserem nächsten Haushalt besonders klug und nachhaltig zu investieren. Es muss bewahren helfen, was uns lieb und teuer ist und das Gefühl der Gemeinschaft unter den Nationen Europas erneuern. Und es muss eine strategische Investition in unsere Zukunft sein”Damit unser Haushalt den neuen Anforderungen gerecht wird, müssen wir ihn entsprechend zuschneiden”

Im Licht Ihrer oben erwähnten Betrachtugen, fragen wir uns, welches Sinn eine neue Regelung  für Technologie in Europa machen kann, die schon vor der Entstehung der Koronavirus-Krise ausgedacht wurde, und die in diesem Augenbick diskutiert wird, wenn man noch nicht weißt, wie Dinge am Ende gehen werden, und  welche Strategie Europa für die nächsten 7 Jahre wählen wird. Sie haben auch eine erweiterte Debatte darum aufgefordert.

Zweitens, sollte sich die Konferenz für die Zukunft Europas nach dem technologischen Übergang, und nicht nach dem Status Quo,richten. Die bisherigen technologischen Tätigkeiten in Europa waren offenbar schon vor der Krise nicht zufriedenstellend. Die Rückständigkeit Europas gegenüber Amerika und China (Web Economy, Big Data, Kryptowährungen)  is ständig gewachsen, und wächst noch jetzt. Wie das europäische Parlament selbst festgestellt hat, hat China Europa seit 2013, für was die Investitionen in R&D anbelangt,  überwunden (sieh Anhang1). Was will Europa dagegen tun?

Sogar wenn die Politik dazu nicht zustimmen wollte, wird die wirtschaftliche Lage Europas am Ende der Krise so viel  geändert sein, daß die vorigen Prioritäten automatisch umgewältzt werden. Dies gilt auch für die Prioritäten der Kommission, wo die Fähigkeit neue, bedeutsame, Ertragsquellen für Bürger (nicht nur rechnungstechnischer Art) zu erschliessen, eine vorrangige Rolle spielen wird.

Sie auch haben gesagt: “Unsere Welt hat sich verändert”. Die bisherigen Praxen der europäischen Wirtschaft, wobei die neuen Entwicklungen in den Gebieten der Verteidigung, des Raum- und Luftfahrts, des Digitalen, der Biologie, der Transporten, der Umwelt, der Kommunikation, der Organisation, zu zersplittert waren, um eine kritische Masse gegenüber die Wettbewerber darzustellen,  müssen durchaus übergedacht und überwunden werden. Ein einziges europäisches Programm muß die Zentralbank, die Europäische Investitionsbank, die Kommission, den Rat, die Staaten, die Laender, die Unternehmen und die Städte so einbinden,  um uns zu erlauben, gleichzeitig DARPA und “China 2050” zu widerstehen.

Mitgliedstaaten benützen heute die Möglichkeiten, die paradoxerweise von der Krise angeboten weden, in einem selbstzestörerischen Weg. Z.B., haben die Italiener von “Immuni” das europäische Konsortium “PEPP-PT” verlassen, und jetzt werden sie von den italienischen Regionen, von Google und Microsoft boykottiert. Die Union muß diese Verwirrung aufhalten! Sie muß ein europäisches “Immuni”, mit Anwendung vom GDPR, unter der Kontrolle des europäischen Gerichtshofs und von Europol bereitstellen! Europa muß der Garant des GDPRs sein.

Mit all diesem in Sicht, haben wir jetzt das Buch “The European Technology Agency, with a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for the Conference on the Future of Europe” (Anhang 2) herausgegeben, das wir hoffen, den europäischen Gesetzgebern von Hilfe sein kann, wenigstens mit dem analytischen Vorschlag, der als Beilage des Buches erscheint. Wir senden das Buch auch den dazu zuständigen Kommissaren und Euroabgeordneten, in der Hoffnung, daß jemand zeitgemäß handelt.

Wir werden diese besondere Aufmerksamkeit auch zum Gedenken des 70.ten Jahrestags der Schuman Deklaration, und des 2500.ten Jahrestags der Kämpfe an den Thermopylen and von Salamina,  zwischen dem 9.ten Mai bis die ersten Tage von September widmen, die wir durch eine Serie von digitalen Veranstaltungen beleben werden, zu denen, hoffen wir, die Institutionen teilnehmen werden.Wir werden Ihrem Staff die link übersenden.

Wir hoffen auch, daß diese Veranstaltungen den Anfang einer kulturellen Bewegug darstellen können, diejenigen  die heutige Haltung der europäischen Eliten verändern wird. Sie sollen nicht die “planlosen Eliten” bleiben, die schon seit 30 Jahren Glotz, Hirsch und Süßmuth stigmatisiert hatten.

Wir bleiben jedenfalls zu Ihrer Verfügung, diese Themen zu vertiefen, mit dem Zweck einer erfolgreichen Lösung der vielen und dringlichen Fragen, die heute vor Europa stehen.

Ich danke Ihnen im vorab für Ihre Aufmerksamkeit, und verbleibe,

Für Associazione Culturale Diàlexis,

Der Vorsitzende

Riccardo Lala

Asssociazione Culturale Diálexis Via Bernardino Galliari 32, 10125 Torino  TO (Italy) ++39 011.6690004 
  +39 335. 7761536 
info@@alpinasrl.comm

CIRCA GLI AIUTI MEDICI ALL’ ITALIA E IL DOPO CORONAVIRUS

Italia

E’indecoroso come, di fronte alla gravità di un’epidemia che colpisce il mondo intero, fa migliaia di morti e smentisce provvidenzialmente le pretese di onnipotenza della megamacchina tecnocratica mondiale, tutti, anziché presentare, sostenere (al limite combattere per) delle concrete soluzioni, si siano invece scatenati in una polemica infinita per distribuire meriti e demeriti “pro domo sua”.

Uno dei casi tipici è costituito dalla polemica sugli aiuti cinesi e russi all’ Europa, che non è certo limitata all’ Italia, né al Coronavirus. Anche perché gli aiuti cinesi sono arrivati non solo all’ Italia, ma anche  a Spagna, Irlanda, Belgio, Repubblica Ceca, Austria, Ungheria, Serbia e Grecia, e perfino agli USA. Proprio allo scopo di riportare il tutto su un piano di dibattito obiettivo, occorre inquadrare la questione nel suo contesto generale.

Austria

 

L’accordo EU-Cina sugl’investimenti

Non che non esistano sostanziose ragioni di conflitto sul tema. L’Unione Europea si era impegnata l’anno scorso, con un protocollo firmato con il Premier Li Keqiang, a firmare finalmente quest’anno a Lipsia (città di Angela Merkel) il trattato sulla protezione degl’investimenti, le cui trattative sono in corso dal 2012. Questa firma costituirebbe uno smacco per gli Stati Uniti, che non hanno mai riconosciuto l’UE come un partner di pari livello. Di qui i ritardi, dovuti anche al tentativo di fare firmare prima il TTPI, che avrebbe sancito l’isolamento della Cina. Essendo il TPPI morto e sepolto, ora non resta che firmare con la Cina.

A questo punto si è mosso George Soros, il quale, con il suo recente articolo su “Project Syndicate”, ha chiesto nientepopodimeno che: (i)la UE non firmi il trattato con la Cina; (ii) il PCC destituisca Xi Jinping per una sua pretesa cattiva gestione dell’epidemia (https://www.project-syndicate.org/commentary/china-huawei-threat-to-european-values-by-george-soros-2020-02).  Quindi, il coronavirus è soltanto un preteso per un conflitto ben più generale.

E’ ovvio comunque che, con pressioni di tale fatta, tutti, dai politici ai funzionari UE, ai giornalisti, si siano affrettati a prendere le distanze dalla Cina. E’ stata perfino più obiettiva la posizione assunta dalla Voice of America, la quale (https://www.voanews.com/science-health/coronavirus-outbreak/chinese-virus-aid-europe-raises-long-term-concerns)  prende obiettivamente atto che, e per la sua forza intrinseca, e per essersi già liberata dall’ epidemia, la Cina è l’unica forza capace di sostenere l’ Europa nella prossima crisi economica.

Belgio

Aiuti extraeuropei e European Way of Life

Anche l’Alto Rappresentante UE Josep Borrell si è detto preoccupato di questa crescente influenza cinese, che, a suo avviso, mirerebbe “a screditare l’Unione Europea”(e perché non gli Stati Uniti?). L’articolista di Atlanticoquotidiano, Federico Punzi, con un intervento ripreso sul blog di Rinascimento Europeo, se la prende invece soprattutto con gli aiuti russi, forniti attraverso l’unità NBC (nucleare, chimica e batteriologica) dell’esercito, al quale il Governo italiano avrebbe fornito troppa visibilità.

Non capisco queste preoccupazioni, e, in particolare, quelle della Unione.

Da un lato, l’Unione Europea sostiene che il suo compito è difendere la “European Way of Life”. Dall’ altro, all’inizio del secolo XXI, l’Europa era completamente immersa nell’ influenza americana; dalla lettura della storia all’ideologia politica, dalle lobbies all’informatica, dall’esercito all’ economia, dalla cultura al costume, tant’è vero che c’era lo slogan “siamo tutti americani”. Dov’era allora la “European Way of Life”?

Nel corso di questi ultimi vent’anni, qualche piccolo aspetto dell’”America Mondo”(Antonio Valladao), più che altro simbolico, è stato già messo in discussione. Tutto sommato, l’ Islam non è più una cosa diabolica, i Russi sono stati capaci di sconfiggere qualche alleato degli USA e di riportare una qualche pace in Siria, e hanno cambiato la loro costituzione, inserendo un richiamo agli antenati e alla fede ortodossa, la Cina ha superato gli USA in quanto a potere reale d’acquisto e la Turchia si è fornita di missili russi per prevenire un eventuale aiuto esterno ad un eventuale nuovo tentativo di “regime change” come gli ultimi due tentati golpe. Tuttavia, la gran parte delle nostre vite, pubbliche e private,  è ancora condizionata massicciamente dall’influenza americana: il Complesso Informatico-Militare,  la protestantizzazione del cattolicesimo, la NATO, il signoraggio del dollaro, ecc…

Serbia

Il dialogo con l’Eurasia: lievito per un dibattito interno.

Coloro che affermano continuamente di volere un’ “Europa  sovrana”, capace di decidere il proprio destino (appunto, la “European Way of Life” per dirla con Ursula von der Leyen, un’aristocratica gran dama tedesca ben diversa dagli sguaiati politici americani), non possono che auspicare ulteriori scalfitture a questo controllo dominante, che ci consegna legati mani e piedi a un futuro transumanista. Per esempio, attraverso una maggiore apertura dell’Europa al dibattito culturale e all’ interscambio economico e tecnologico con l’Eurasia, oggi inceppato dai dazi, dalle sanzioni, boicottaggi e diktat, ma, soprattutto, dalle censure ideologiche. Da tutto ciò potrebbero venire almeno degli spunti per una revisione della vulgata storica “occidentalista” che parte da Cristoforo Colombo, passa dalla Riforma e dalle Rivoluzioni Atlantiche, per terminare con la “liberazione”, il Piano Marshall e la Fine della Storia. Come pure di una retorica dei diritti a cui corrisponde di fatto una continua restrizione della libertà di parola e della capacità dei cittadini d’influenzare la cosa pubblica. E, infine, una lotta non più solo cartacea della UE contro la NSA, Google, Facebook ed Amazon. Tuttavia, anche allora, saremmo ancora soltanto all’inizio dell’opera.

Infatti, dato che non esiste, in Europa, nessun importante soggetto, né culturale, né sociale, né politico, né militare, capace di sostenere tale politica veramente europea, tutto ciò potrà essere fatto solo sfruttando  gli spazi di libertà indotti nella società europea dalla concorrenza fra Americani, Cinesi, Russi, ma ormai anche Arabi, Israeliani e perfino Cubani. Una volta tanto, invece di combattere noi per altri, lasciamo che altri combattano per noi. Questo non significa affatto che dobbiamo diventare dei cow-boys, comunisti, cosacchi, imam, chassidim o barbudos. Perciò, prepariamoci a prendere in mano la situazione, con idee molto più chiare di quante ve ne siano adesso.

Quanto all’ Italia, in un’Europa veramente autonoma, essa avrebbe certamente un peso molto maggiore, perché cadrebbero proprio i motivi di sottovalutazione del nostro Paese che lo isolano politicamente (l’incapacità di seguire fino in fondo i modelli puritani; la prevalenza, sull’industria, dei servizi, che si scontra con la volontà dell’ America di riservarsi  questo settore; la capacità di coalizione con i Paesi mediterranei, anche quelli che oggi non sono membri della UE). Per questo, è molto sospetto il fatto che politici e intellettuali che si pretendono conservatori, anziché salutare con gioia l’arrivo di aiuti dall’unico Paese europeo che esalta nella propria costituzione tradizioni e religione, se ne dicano preoccupati.

Infine, per tornare al Coronavirus, nessuno ha potuto criticare nel merito l’arrivo degli aiuti cinesi, russi o cubani, perché ce n’è bisogno, in quanto gli Stati europei sono stati estremamente improvvidi. Mascherine e respiratori fanno parte delle scorte strategiche della guerra nucleare, chimica e batteriologica (NBC), tant’è vero che la Francia ne aveva addirittura miliardi. Tuttavia, sempre nell’ assurdo affidamento sugli Stati Uniti, perfino le scorte francesi si sono esaurite.

Prima la Cina e l’Organizzazione Mondiale (OMS) della Sanità, poi le lobby americane, avevano già ammonito l’anno scorso sui rischi di una pandemia di Coronavirus, prima, con il lancio, con il Forum di Pechino della Via della Seta, della “Via della Seta della Salute”, con la partecipazione del Presidente dell’OMS, poi, con l’ “Event 201”, a New York, del Forum di Davos, della Fondazione Gates e dalla John Hopkins University.

Naturalmente, i governi non si erano mossi, e ora solo i giganti eurasiatici si rivelano pronti, per la loro mole e per l’elevato livello di preparazione bellica. Si noti, per esempio, che il Governo indiano, che non per nulla aveva creato da tempo il movimento popolare sanitario Fitindia, è stato in grado di ordinare il lockout simultaneo di un miliardo e trecentomila abitanti, in anticipo sullo scoppio dell’epidemia.

Grecia

Dopo il coronavirus ci vorrà un’altra economia

Atlanticoquotidiano lamenta che noi ci staremmo comportando come dei “paesi in via di sviluppo”. In realtà, noi siamo attualmente proprio dei “Paesi in via di sottosviluppo”. Nessuno dei meccanismi oggi in discussione in Europa è in grado di rovesciare questo sottosviluppo, perché non basta allentare i vincoli di bilancio se non c’è un piano unitario e gli Stati membri continuano a gestire l’emergenza con i soliti criteri pseudo-liberistici e in sostanza assistenzialistici, sotto un blando coordinamento UE. Tutti i soldi che comunque gli Stati investiranno per rilanciare l’economia dovrebbero essere destinati a creare nuove attività nei settori tecnologici più promettenti, nonché legati alla sanità, che richiedono un’enorme concentrazione degli sforzi, e, soprattutto, un appoggio politico sul piano internazionale.

Riccardo Lala*

*Articolo pubblicato contemporaneamente su  Rinascimento Europeo