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INCALZARE LE AUTORITA’ NEOELETTE: RISPOSTA A LUCIO LEVI

 

Dopo un’estenuante (e mai finita) campagna elettorale, oggi in Europa il tema del giorno per i media resta purtroppo quello dei rapporti di forza fra i partiti – fra i grandi gruppi europei a Strasburgo e a Bruxelles, fra Lega e 5 stelle a Roma, fra CDU e SPD in Germania, fra conservatori e Brexit Party in Inghilterra, fra gollisti e macroniani in Francia-. Invece, delle cose che veramente contano, come le discussioni al G20 sul digitale, degli sviluppi sempre più catastrofici delle guerre commerciali di Trump, e degli aspetti irrazionali della teoria economica che sta alla base dei cosiddetti “vincoli europei”, e, infine, delle concrete operazioni finanziarie, industriali e/o commerciali che riguardano i nostri territori, quasi non si parla.

 

Perciò, molto opportuno mi pare il commento di Lucio Levi nel suo articolo, “I partiti europeisti prevalgono nelle elezioni europee”, che invita a una visione d’insieme della situazione post-elettorale, che si elevi a un livello più alto, e che riguarda proprio la necessità di un pacchetto d’interventi in relazione alla nuova legislatura del Parlamento Europeo. E, aggiungerei io, di quella della Regione Piemonte.

L’Europa è una  buona quarta nella competizione internazionale

1.Basta con un “approccio ordinario” (vale a dire novecentesco)

 

Giustamente quindi scrive  Levi: “Il fatto è che i partiti tradizionali hanno adottato provvedimenti ordinari, mentre la rivoluzione scientifica della produzione materiale, la crisi economica e ambientale e le crescenti tensioni internazionali, dovute al ritorno del protezionismo e della corsa agli armamenti, richiedono misure straordinarie”.

 

Questo è certamente il punto: i partiti tradizionali, nati, chi nel 18°, chi nel 19°, chi nel 20° secolo, non comprendono (o fanno finta di non comprendere) il 21°, e quindi continuano ad adottare provvedimenti non solo “ordinari”, bensì semplicemente vecchi di almeno 100 anni, i quali, appunto per questo, non solo non risolvono i problemi o addirittura li aggravano, ma si prestano anche a nascondere le inquietanti realtà dei nostri giorni:

 

I liberali erano nati per difendere l’aristocrazia dai sovrani illuminati (la Fronda,la “Glorious Revolution”), ma avevano già avuto difficoltà a difendere la borghesia contro lo statalismo giacobino, e, poi , la libertà tout court contro la tirannide dalla maggioranza sotto le democrazie. Oggi, non sono in grado neanche d’immaginare come fare a sgominare la società del controllo totale. Le leggi sulla “privacy” sono infatti pannicelli caldi.

 

I nazionalisti erano nati per affermare il Terzo Stato contro lo stato patrimoniale”(Sieyès dei monarchi); hanno fatto difficoltà a difendere “il popolo” contro gl’imperi, e “le nazioni” contro l’occupazione straniera. Oggi, non riescono a comprendere che l’indipendenza della “patria” va difesa contro l’unico apparato informatico-militare che ha pretese mondiali. Il “sovranismo” degli Stati Membri è una carnevalata, smascherata dall’ adesione al “Movement” di Bannon.

 

I socialisti erano nati per affermare le esigenze dell’organizzazione sociale contro quelli dell’atomismo asociale (Saint-Simon, Owen, Fourier).  Avevano già difficoltà a riconciliarsi, tanto con lo spirito ottocentesco della libertà, quanto con la necessità, emersa nel Novecento, delle “vie nazionali al socialismo”. Oggi non capiscono lo sfuggente “socialismo con caratteristiche cinesi”, che è il vero modello di successo del XXI secolo. Negano addirittura che in fondo la sfida ideologica è stata vinta dal socialismo, con lo Stato cinese che impone l’agenda dello sviluppo economico mondiale e con le altre Grandi Potenze con l’ARPA americana, le grandi holding russe e i fondi sovrani arabi ed anche europei, che seguono a ruota.

 

Si potrebbe continuare così con democristiani, comunisti, neofascisti e verdi, ma non è questa la sede più appropriata.

Huawei vittima del protezionismo

2.Il “ritorno del protezionismo”

Unico barlume di attenzione per l’attualità, l’appello di Di Maio a “trattare con Trump sui dazi” automobilistici, anche se, significativamente, il ministro non ha detto, né come, né perchè. Appello seguito, seppur tardivamente, dall’ incontro fra le Autorità piemontesi e il responsabile dell’EMEA (area Europa, Medio Oriente e Africa) del gruppo FCA -accettando con ciò però implicitamente che, mentre, per Francia (e forse America), le trattative si svolgono al vertice, per noi hanno luogo al “piano di servizio”-

 

Questo vuoto si comprende benissimo in considerazione di tre fatti fondamentali: (a) l’Italia non ha (più?) propri costruttori nazionali, e anche  ben pochi componentisti indipendenti, tant’ è vero che il Governo si disinteressa sostanzialmente delle sorti del Gruppo FCA, che è essenzialmente americano (66% del fatturato realizzato negli Stati Uniti);(b)ben poche fra le automobili fabbricate in Italia sono esportate negli Stati Uniti, dove Chrysler aveva già le proprie fabbriche; il grosso delle automobili, ma soprattutto dei componenti esportati dall’ Italia, viene esportato nella UE, dove il problema dei dazi non si pone; (c)l’Italia non ha più competenza giuridica in materia di dazi doganali, che fanno parte della politica commerciale comune dell’ Unione Europea. Quindi, la crisi dell’industria italiana, e soprattutto dell’ industria “veicolistica” del Piemonte (-22%!) passa innanzitutto attraverso la riduzione dei mercato tedesco e, indirettamente, cinese (visto che la maggior parte delle auto delle case tedesche viene venduta, e per lo più anche fabbricata, in Cina).

Per ciò che riguarda l’ Italia in generale, si tratta solo di una mancata crescita, tuttavia grave perché,almeno a partire dal 2010, l’unico fattore economico che sia cresciuto per il nostro Paese è stato l’export (secondo SACE +6,4% fino al 2017), mentre tutti gli altri contributori del PIL, ovvero consumi, investimenti pubblici e privati, hanno registrato un netto segno meno. Perciò, tradotto in numeri, l’impatto della guerra commerciale sull’export italiano nel 2020 sarebbe dello 0,6% in meno; dell’1,1% in calo per le vendite verso gli Usa e di -1% per quelle verso la Germania.E pensare che l’Italia non è stata colpita direttamente, perché i dazi attualmente in vigore hanno rilevanza solo marginale per il nostro Paese, ma le imprese USA che fanno produzione all’estero (come la FCA) vengono colpite direttamente e indirettamente dai dazi di ritorsione (oltre che dalle controsanzioni russe, dalle sanzioni iraniane e dalla crisi provocata deliberatamente in Turchia).

 

Un altro aspetto da non sottovalutare è che già dal 2015 si era ridotto il tasso di crescita delle esportazioni, reali mentre ha continuato ad aumentare il tasso di crescita degli scambi digitali. Con la conseguenza che si è creata una divaricazione tra economie basate sui prodotti digitali e produttori di mezzi reali: la perdita è stata pesante per i Paesi europei che hanno proprie industrie digitali (cfr. punto 4 infra).

Infine, l’ Italia è nella lista dei Paesi che hanno un surlpus commerciale con gli USA e che quindi, secondo la “dottrina Trump”, dovrebbero essere direttamente penalizzati.

Nonostante tutto quanto sopra, gli sforzi dell’Ue per frenare il declino economico in questi anni sono stati rivolti invece a politiche interne dei Paesi (parametri di Maastricht) piuttosto che al valore complessivo di PIL che possiamo esprimere (fra cui l’industria digitale)(cfr. Cassese)

Il dibattito sullo “sforamento del 3% del rapporto fra debito e PIL sta portando taluni (come Cassese), a chiedersi la ragion d’essere e la sensatezza delle politiche europee di bilancio all’insegna della “stabilizzazione”. Perché mai l’economia dovrebbe essere “stabile”? Ammettiamolo pure che questo possa essere utile dal punto di vista dei ceti e delle nazioni più avvantaggiate, ma, tradizionalmente, per gli svantaggiati, l’optimum sarebbe che l’economia subisse profondi stravolgimenti, sperando così di risalire la china nella quale si è precipitati.

Quindi, “negoziare con Trump”, o meglio, affrontare il nodo dei rapporti con l’America, è la vera questione prioritaria della politica europea. Invece, attualmente le discussioni con gli USA si fanno alla spicciolata e alla chetichella, sperando di non “svegliare il can che dorme”.

 

I comandi delle Forze Armate americane sono come le province romane

3.Le “crescenti tensioni internazionali”.

Sembra  assurdo che gli Europei si preoccupino tanto della “stabilità”, che in pratica significa ingessare una situazione di subordinazione come quella attuale, in cui il nostro Continente  non ha accesso alle risorse-chiave, come una moneta di riserva e il controllo del Web. Come sembra assurdo ripetere fino alla nausea che siamo un Continente ricchissimo, mentre la realtà è che siamo in costante decadenza, non controlliamo le risorse essenziali e fra qualche anno non esisteremo praticamente più.

Intanto, non si capisce perché la BCE debba essere priva della possibilità di fare una sua politica monetaria come fanno la FED e la Bank of China. Come conseguenza, oggi l’iniziativa per l’aumento o la diminuzione dei tassi o per la svalutazione o la rivalutazione dell’Euro la prendono in pratica la FED e la Bank of China. Tra l’altro, l’assurda teoria che la BCE non deve poter svalutare l’Euro è contraddetta dal fatto che l’Euro si è svalutato pesantemente (30% circa) nei confronti dello Yuan. Quindi, l’Euro non deve svalutarsi rispetto al dollaro, ma, se si svaluta verso lo Yuan, tutti sono ben felici (salvo poi stracciarsi i capelli perché i Cinesi corrono a comprare le nostre aziende). Se la svalutazione dell’Euro (che c’è già stata) non è poi quella grande jattura, perché mai si dovrebbe imporre l’equilibrio di bilancio? Solo perché, se ciascuno potesse fare i bilanci come gli pare, qualcuno potrebbe “fare il furbo”, indebitandosi “a spese degli altri”? Ma neanche questo è totalmente vero, perché chi si indebita troppo subisce comunque lo “spread”.

E, anche ammettendo che l’attuale ingessata disciplina europea di bilancio abbia un senso, è comunque l’orientamento di politica economica sottostante al “fiscal compact” ad essere insensato. Quest’orientamento parte dall’idea che l’allocazione delle risorse  fra i vari Paesi sia un dato immutabile, e che l’unico intervento dei governi possa consistere nell’ottimizzare l’output con delle politiche monetarie o con degli efficientamenti. Invece, tutta la storia economica è lì per dimostrare il contrario. La struttura economica degli Stati Uniti è stata modificata più volte con azioni di forza da parte del Governo Federale:-con la guerra d’indipendenza, per appropriarsi dei territori indiani e mantenere la schiavitù, vietata invece in  Inghilterra;-con l’acquisto della Luisiana da Napoleone per 10.000 dollari;-con la conquista armata di metà del Messico;-con la Tennessee Valley Authority;-con le spese di guerra che hanno raddoppiato il PIL americano fra il 1941 e il 1945;-con il Piano Marshall; -con la NASA e l’ARPA, che, con la scusa del “duale”, hanno letteralmente inventato tutte le industrie di alta tecnologia; ultimamente, -con i dazi di Trump, che stanno dirottando tutte le filiere produttive mondiali. Non parliamo poi di ciò che ha fatto e sta facendo la Cina, prima con le nazionalizzazioni e poi, le privatizzazioni, le Zone Economiche Speciali, la Nuova Via della Seta…

Noi Europei, nel frattempo, non solo non stiamo facendo assolutamente nulla (anche se ne avremmo il massimo bisogno), non solo di politica industriale, ma, in generale, di politica economica, ma addirittura ci vietiamo di fare qualunque cosa in questi campi(programmazione, campioni nazionali, imprese pubbliche, svalutazioni competitive, “keynesismo militare”….). Quanto poi all’Italia, i dati (anche della disoccupazione e dell’emigrazione) ci stanno riportando praticamente al 1911, quando Giovanni Pascoli , nel “Discorso di Barga” aveva parlato della “Grande Proletaria”, costretta alle guerre espansionistiche per ovviare alla disoccupazione e all’emigrazione. E in questa situazione non dovremmo cercare di alterare questa struttura dell’economia reale, imitando almeno in parte quanto già fatto dall’ America e dalla Cina?

L’aspetto più grottesco di questa situazione è che, secondo la teoria alla base dei “vincoli di bilancio” assunta come un dogma dalla Commissione, la “disoccupazione strutturale” dell’Italia dovrebbe aggirarsi intorno al 10% (quindi, restare quella che è), e l’unico modo per ridurla (per esempio al 4%, come in Germania), sarebbe costituito da una sorta di “spending review”. Ma allora, il “diritto al lavoro”, sancito fin dal 1920 dalla Carta del Carnaro di Fiume e ribadita dalla Carta Europea dei Diritti dei Lavoratori di Torino del 1961 deve rimanere, dopo un secolo, una vuota promessa?

Ma perché mai ci dovrebbe essere una disoccupazione strutturale? Come se non mancassero attività socialmente utili (e anzi indispensabili per l’economia), che in realtà non si fanno, come per esempio un’ intelligence politica ed economica europea, gli studi sociali ed economici a lungo termine, la programmazione economica, le imprese di alta tecnologia, l’educazione permanente, la protezione del territorio, la promozione internazionale del turismo…Ammettiamo pure (ma bisognerebbe ancora dimostrarlo) che certe (moltissime) attività non si possano fare oggi in Europa  a condizioni di mercato- (i “fallimenti del mercato”) ebbene,  si possono comunque effettuare con l’intervento pubblico (per esempio, con l’EFSI o la Cassa Depositi e Prestiti), creando nuove imprese pubbliche, oppure, con il volontariato, con il servizio civile o con la militarizzazione di certe attività, come la ricerca o le comunicazioni…-

Dirò di più: senza quelle nuove attività, che costituirebbero  per l’Europa dei veri e propri nuovi segmenti di offerta, non vi è alcuna possibilità di creare nuovi posti di lavoro “veri”, cioè posti di lavoro che generino nuovi flussi positivi di profitti e di reddito ed elevino il livello sociale e culturale degli Europei rispetto alla media mondiale. Quindi, non spendiamo soldi in assistenzialismo, bensì spendiamoli per organizzare, possibilmente a costi minimi, tutte quelle attività. D’altronde, a che cosa dovrebbero servire i fondi strutturali, la BEI, l’EFSI e i fondi sovrani degli stati Membri e delle autorità locali?

L’Europa non dovrebbe vietare agli Stati membri di fare tutte quelle cose, bensì farle essa stessa, o almeno imporre agli Stati membri di farle, premiando chi le fa e penalizzando chi non le fa (i “vincoli europei invertiti”).

Di converso, non si comprende come il reddito minimo o la flat tax possano ovviare alla mancanza di imprese nazionali nei settori di punta. Nell’ attuale situazione, anziché all’ “espansione dell’0 economia”, esse porteranno solo alla sopravvivenza per qualche mese di imprese decotte e al fallimento delle poche che ancora stanno in piedi.

Tutti i mari del mondo sono testimoni di confronti fra le marine

4.La “corsa agli armamenti”

 

L’unica spiegazione di questa paralisi delle politiche economiche europee è che, in una situazione, come dicono i Cinesi, di “guerra senza limiti”, una vera politica economica fa parte di un’onnicomprensiva politica estera e di difesa comune, che è interdetta agli Europei dalla situazione internazionale.

 

Ancora la scorsa settimana,  è stato pubblicato su “la Repubblica” un articolo di Luca Caracciolo, con cui il noto giornalista insisteva su un tema sviluppato ampiamente nell’ultimo numero di Limes, secondo cui l’Europa dovrebbe compiere una scelta drastica fra gli Stati Uniti e la Cina (gli unici Stati che secondo l’articolista possano fare oggi una politica internazionale). Ora, per quanto ciò possa sembrare fantascientifico, la scelta attuale della maggioranza degli Stati Membri, e, in seguito (9 maggio) a quella, anche della Commissione uscente, è stata quella di aderire alla Via della Seta. Se togliessimo, dalla Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, questa che potremmo chiamare  “politica dei due forni” fra USA e Cina, non ci resterebbe più nessuna politica estera e di difesa. Tanto varrebbe che, nei rapporti internazionali, ci facessimo rappresentare dal Segretario Generale della NATO. Ma c’è di più. Seppur eliminando, in tal modo, la Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, anche la politica estera e di difesa degli Stati Membri consiste attualmente in un barcamenarsi fra gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, Israele e i Paesi Arabi. Anche qui, se si eliminasse la possibilità di questi giochi, tanto varrebbe eliminare i Ministri degli Esteri e della Difesa. Però, a quel punto, non resterebbe che brigare per essere annessi tutti dagli Stati Uniti. Essendo noi 500 milioni, e loro solo 300, conteremmo certamente di più di adesso.

 

Quindi, il nodo gordiano della politica estera e di difesa resta l’autonomia dagli Stati Uniti o almeno il ribaltamento delle posizioni di forza, un nodo che, per altro, né i “sovranisti”, né gli “Europeisti” sembrano voler risolvere.

 

Neppure il voto a maggioranza sulle questioni di politica estera non scioglierebbe questo nodo, perché la politica estera e di difesa non è fatta in nessun Paese dal Parlamento, bensì, ovunque, dal Capo dello Stato o del Governo attraverso la diplomazia, le Forze Armate e soprattutto i servizi segreti. Un giorno, viene arrestata in Canada la figlia del presidente di Huawei, un altro,  viene revocata dall’ Ecuador la protezione diplomatica ad Assange, un terzo, un convoglio americano attraversa il Mar della Cina, il quarto, l’ India bombarda il Pakistan, il quinto  c’è una manifestazione a Hong-Kong contro l’estradizione nei “quartieri” confinanti del “PRD”, il sesto si svela il passato di Angela Merkel nella STASI, il settimo Trump revoca i dazi contro il Messico, ecc…Tutto questo viene coordinato minuto per minuto direttamente da Trump, Xi Jinping, Putin e Modi. Né in America, né in Cina, né in India, si vota su alcuno di questi argomenti (né, materialmente, si potrà mai farlo, perché sono cose che accadono nell’ immediato e lontano dal potere legislativo).

L’Europa non avrebbe quindi bisogno di una nuova procedura di voto sulla politica estera e di difesa, bensì di un Alto Rappresentante che fosse veramente il Comandante in Capo di tutte quelle attività militari “non tradizionali” che oggi le Grandi Potenze stanno facendo e che gli Stati membri della invece UE non stanno facendo. Ma per poter fare questo, egli (ella) dovrebbe essere in grado d’incarnare idealmente gl’interessi vitali dell’Europa, così come il maggiore Petrov incarnava, quella notte del 1983, gl’interessi reali dei popoli dell’URSS (anche contro il PCUS e il Soviet Supremo). Non basterebbe, per questo, che fosse eletto: occorrerebbe che vi fossero a monte una cultura strategica e un ethos militare comuni.

 

Consideriamo ora anche quanto scritto sempre nell’editoriale del numero 4/2019 di Limes:”Nella riunione segreta del 3 aprile 1949 con i ministri degli Esteri dei paesi che il giorno dopo avrebbero firmato il Patto Atlantico, discettando della bomba Truman avrebbe lasciato cadere un caveat sulla necessità di doverla eventualmente usare contro i nostri alleati dell’ Europa occidentale quando fossero occupati.”Anche questo, è mai stato votato? Per quanto riguarda l’Italia, il Generale Mini ha dichiarato in un’intervista che, in una manovra NATO a cui aveva partecipato , si era simulato appunto  il bombardamento atomico, da parte della NATO, di Udine occupata dal Patto di Varsavia, un bombardamento che avrebbe provocato deliberatamente 300.000 morti. Gli Europei accettano ancora questi principi? E, se no, sono disposti a fare a meno dell’ombrello americano? Sono disposti a costruirsene uno totalmente europeo, e contro chi lo userebbero, visto che noi e i Russi siamo strettamente interconnessi, per esempio nel Baltico e lungo il Mar Nero?

Ma, soprattutto, alcune domande a monte: ha senso per l’Europa una politica estera che si basi sulla minaccia reciproca, con i nostri vicini più prossimi, di un auto-annientamento sulla falsariga dei kamikaze di al Qaida  e dell’ ISIS moltiplicato per centinaia di migliaia di vite? Non esistono alternative culturali, politiche e anche militari-tecnologiche totalmente alternative?

E, infine, quale alto ufficiale europeo potrebbe assumersi simili responsabilità?

 

L’Africa resta arretrata, ma si sta avvicinando all’ Europa

5.Ripensare “la politica per lo sviluppo dell’ Africa”

Parliamo poi anche dell’ Africa. Scrive Levi:” l’UE dovrebbe promuovere un piano di sviluppo con l’Unione africana che miri a gestire la migrazione nel lungo periodo attraverso investimenti per progetti infrastrutturali”. In realtà ,questo piano esiste, ed è già stato attuato, da ben 50 anni, precisamente per ”aiutare gli Africani a casa loro”, come si dice oggi, tant’è vero che il PIL dell’Africa sta crescendo del 3,7%, mentre quello dell’ UE cresce appena del 2,4%.

Gli accordi di Yaoundé, di Lomé e di Cotonou trattano, fin dal 1963:

-delle migrazioni (art. 13)” each ACP or EU State shall accept the return of and readmit any of its nationals who are illegally present on the territory of a EU or ACP State , at that State’s request and without further formalities. The Agreement also includes a provision establishing non-discriminatory treatment of legally employed workers from ACP countries in EU Member States or of workers from the EU in ACP countries”.

-dell’assistenza finanziaria:The overall amount of EU financial assistance for the first five years of the Agreement (2003-2008) is €13 500 million. An additional €2 500 million from previous European Development Funds (EDF) is available, bringing the total to €16 000 million. Loans worth €1 700 million from the European Investment Bank are also available. Under the European Development Fund, €10 000 million in grants is earmarked for supporting long term development. The Investment Facility aims to help businesses in ACP countries by supporting sound private companies, privatisation, providing long term finance and risk capital, and strengthening local banks and capital markets. It will receive €2 200 million to be managed by the European Investment Bank, with €1 300 million for regional cooperation. It has been agreed that the ACP will define the regions eligible for support”.

I fatti dimostrano che il risultato dichiarato è stato raggiunto, perchè l’economia africana ha oramai prospettive migliori di quella europea. Anzi, il fatto stesso che gli Africani riescano ad emigrare dimostra che il denaro circola in Africa, visto che ogni emigrazione, specie se clandestina, costa qualche migliaio di Euro.

Già nel 1981, avevo scritto a Lussemburgo un libro su questo argomento (“Les procédures de la coopération financière et techniques dans le cadre del II Convention de Lomé”). Avevo anche  “ girato come una trottola”, da Algeri a Tunisi, da Niamey a Abidjan, da  Lomé a Lagos, da Douala a Johannesburg, da Mbabane a Nairobi, a visitare mattatoi, magazzini, concerie, fabbriche di pelletterie, banche di sviluppo, ministeri, società di consulenza, organizzazioni internazionali,  parlamenti, per costruire laggiù delle “industries adaptées” favorevoli allo sviluppo. Perché allora continuiamo a  comportarci come se per cinquant’anni non si fosse fatto nulla? E, di converso, è poi un risultato così positivo il fatto che il PIL dell’Africa cresca molto più di quello italiano? Non saremmo ora noi a dover essere aiutati? Ricordo a questo proposito che la Cassa per il Mezzogiorno (Svimez) e i Fondi Strutturali Europei erano nati proprio per aiutare le regioni svantaggiate dell’Italia e, rispettivamente, dell’Europa, ma non sembra che abbiamo ottenuto grandi risultati, se si guarda, per esempio, alla Grecia o all’ILVA. Oggi, comunque, non funzionano più, almeno per ciò che riguarda l’Italia.

Infine, la politica per l’Africa la si sta studiando insieme alla Cina, la quale, non solo la sta attuando in modo ben più energico di noi, ma ha anche una cultura manageriale più consona alle enormi problematiche dei Paesi in via di Sviluppo.

“Odissea nello spazio” resta la migliore metafora del XXI secolo

6.La “rivoluzione scientifica della produzione materiale”              

Nel corso delle riunioni del G20 in Giappone, si è parlato parecchio, appunto, di nuova economia, sotto due importanti punti di vista. Da un lato, si è manifestato un certo consenso sul fatto che occorrano accordi internazionali per  tassare in modo corretto il commercio digitale transfrontaliero, che oggi sfugge a una tassazione secondo il principio generale del diritto fiscale internazionale, quello dell’imposizione nel Paese dove il reddito è prodotto; dall’ altro, si è preso posizione a favore delle direttive OSCE per un’Intelligenza Digitale sostenibile.

Mentre non si può che plaudire al fatto che si stia affermando un consenso circa la necessità di accordi internazionali in materia, resta da dire i documenti delle organizzazioni internazionali non sono altro che stinte descrizioni delle prassi attuali, senz’alcuna capacità (né intenzione) d’incidere seriamente, né sull’utilizzo dei dati come strumento di dominio delle grandi potenze sul resto del mondo, né sulla macchinizzazione delle società, con la conseguente perdita dei valori umanistici e l’instaurazione di una tirannide degli algoritmi.

Questo fatto conferma l’egemonia, nelle attività legislative internazionali, delle lobby tecnocratiche, che concepiscono la cooperazione internazionale come un ulteriore canale per l’affermazione di un tipo di uomo privo di volontà, perfetto schiavo delle grandi organizzazioni digitali (siano esse pubbliche o private).

Invece, se l’Europa vuole tenere fede alla propria “immagine di marca” di roccaforte delle libertà e della cultura, deve costruire, in ambo i settori, una cultura radicalmente diversa, fondata sulla prevalenza dell’umano, e farla divenire la sua arma di battaglia nei consessi internazionali (come quello, appunto, di Tsukuba). Anzi, questa battaglia dovrebbe divenire, dal mio punto di vista, la ragion d’essere stessa di uno Stato europeo, che su di essa e per essa dovrebbe essere modellato. Non più sulle logiche di una società prevalentemente agricola, come lo sono stati tutti gli Stati attualmente esistenti, specie in Europa, bensì su una società post-moderna dematerializzata e integrata a livello mondiale.

Per ottenere questo risultato, è fuori luogo scervellarsi per definire in astratto un’identità europea distinta, da un lato da quella delle singole Nazioni, religioni e regioni dell’Europa, e, dall’ altra, da quella dell’Occidente, e, in particolare, dell’America. L’identità europea è quella già ben definita da ben 2500 anni da Ippocrate e da Erodoto, come quella degli “autonomoi”, contrapposti all’ impero universale del Re di Persia, e ridefinita da Machiavelli come “qualche regno e infinite repubbliche”, così come anche quelle della Cina e dell’ India sono quelle definite dalle rispettive filosofie del 1° millennio a.C.. Oggi, quei “qualche regno e infinite repubbliche” dove vivono gli “autonomoi” non devono inventarsi nulla di nuovo: devono semplicemente continuare la lotta che fu di Leonida contro Serse, solo che, questa volta, non è la guerra contro un esercito in carne ed ossa, bensì quella contro l’”esercito” dei logaritmi, che vuole ridurre i nostri regni e le nostre repubbliche a un unico impero digitale.

La battaglia per la libertà e la sopravvivenza passa per l'”ecologia della mente”

  1. La “Green Economy”

Nel fare ciò, per quanto l’economia verde sia una cosa utile e necessaria (l’”ecologia profonda”), c’è qualcosa di ancor più urgente per la nostra economia e per la nostra società (l’”ecologia della mente”), qualcosa che tutti gli altri hanno, tranne noi: un’industria del web (simile alla Google, alla Facebook e all’Amazon  americane, alla Baidu e all’ Alibaba cinesi, alla Yandex e alla VKontakte russe). Tutta l’economia, dalla borsa alle comunicazioni, dalla cultura all’ entertainment, dal commercio ai trasporti, dal turismo all’ immobiliare, sono oggi governati da Internet, che sta compiendo una mutazione antropologica dell’Umanità e allo stesso tempo sposta ingenti masse di denaro in tutto il mondo. Non solo, ma su Internet si giocano la nostra libertà e la nostra identità. Perché la BEI, l’ EFSI e i fondi sovrani degli Stati membri hanno investito così poco su Internet, e, quando l’hanno fatto, l’hanno fatto su progetti non trasparenti e minimalistici come Qwant? Qwant ha ottenuto , fra l’ EFSI, la Cassa Depositi e Prestiti francese e il Gruppo Springer, 35 milioni di Euro per creare il web europeo. Qualcuno ne ha poi più sentito parlare?

Ciò detto, l’Europa può e deve partecipare alla “rivoluzione verde” in corso nel mondo. Tuttavia, anche qui c’è qualcosa di strano nel comportamento, non solo delle autorità, ma anche delle imprese, in relazione ai nuovi settori tecnologici. Prendiamo per esempio l’auto elettrica. Sta partendo in questi giorni per la Cina da Beinasco un carico di 400 container contenente, impacchettata, una linea completamente automatizzata per costruire in Cina un SUV elettrico, costruita dalla CPM, una controllata della tedesca Duerr. A parte il fatto che la notizia apparsa sulla Repubblica sia stata forse esagerata (si tratterebbe solo di una linea di verniciatura), il  giornalista di Repubblica ha posto, al Presidente dell’ Unione Industriale di Torino, Gallina, la domanda, del tutto pertinente “Perché è così utopistico pensare che quella fabbrica potesse essere realizzata qui in Piemonte?” In effetti, trattandosi di una fabbrica automatizzata, la questione decisiva non è certamente il costo del lavoro. Eppure, il Presidente non ha saputo dare una risposta, limitandosi a dire che bisogna cercare di attrarre gl’investitori. Ma perché, come si è fatto con Qwant, non si possono spendere 35 milioni di Euro dell’EFSI, della Cassa Depositi e Presiti e di un investitore privato per creare ex novo in Piemonte una fabbrica di auto elettriche, anziché chiudere l’esistente  Blue Car di Bairo?

Alla fine, a dispetto delle retoriche mercatistiche, la quantità di trasferimenti finanziari pubblici che di fatto si sviluppano fra Europa, America e Paesi in Via di Sviluppo, fra Bruxelles, Stati Membri e Regioni, è così impressionante, che è impossibile capire chi ne sia avvantaggiato e chi ne sia svantaggiato: contributi NATO, acquisto di aerei americani, trasferimento all’ estero di imprese, aiuti allo sviluppo, contributi all’ Unione, fondi strutturali non spesi, fondi BEI non utilizzati per mancanza di progetti. Prima di accapigliarsi circa la destinazione dei vari fondi, sarebbe necessario fare come minimo un po’ di trasparenza dei reali flussi, e di come questi impattino sul PIL dei vari territori;. La “glasnost” di Gorbaciv che precedette la “Perestrojka” dell’ impero sovietico.

Non smettere d’interrogare la società

  1. Richiedere i “provvedimenti straordinari” accennati da Levi alle nuove Autorità (europee e locali)

Le istituzioni europee (ma anche locali) potranno essere prese sul serio (indipendentemente se le loro maggioranze saranno “europeiste” o “sovraniste”), solo se esse affronteranno, e subito, i nodi gordiani elencati in questo post. I movimenti europeistici dovrebbero incalzare fin da subito i nuovi parlamentari, i gruppi politici europei, le nuove Istituzioni e le nuove autorità, comunque e ovunque elette, perché, non dico risolvano questi problemi, ma almeno avviino un dialogo sugli stessi senza lasciare sempre tutto nel vago, di modo che a ogni nuova legislatura non dobbiamo porci le stesse domande, solo con una situazione ulteriormente deteriorata.

In occasione delle precedenti elezioni europee (2014), l’Associazione Culturale Diàlexis aveva pubblicato presso Alpina tre opere volte a sollecitare decisioni in queste materie:

-“Corpus Iuris Technologici”, dedicato alla nuova legislazione europea sul web, inviata alla Presidentessa Boldrini e al presidente Rodotà;

– “Restarting EU Economy”, una lettera aperta al Presidente Juncker perché indirizzasse l’ FSI verso le nuove tecnologie;

-100 tesi sull’ Europa (inviate a tutti gli Europarlamentari) con cui si valutavano criticamente i programmi dei partiti europei per le elezioni del 2014.

Nel Salone del Libro di Torino abbiamo presentato 4 libri dedicati a quattro filoni di approfondimento  (i “Cantieri d’ Europa”: riforma istituzionale; tecnologia; lingue; rapporti con la Cina). Contiamo di proseguire questo lavoro al salone “Più libri, più liberi” di Roma. Come è già successo con il Salone di Torino, invitiamo tutti a contribuire a questo sforzo collettivo.

Soprattutto, invitiamo tutti ad avviare un dialogo con i nuovi eletti, che stanno affrontando il non facile compito di fronteggiare i nodi ormai inestricabili di cui abbiamo parlato nei punti precedenti, con l’obiettivo di raggiungere almeno nuovi livelli di consapevolezza, per esempio sulla tematica della sovranità e sulle competenze tecnico-giuridiche-economiche necessarie per inserirsi nello sviluppo dell’ Asia.

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Si allegano i principi sull’ intelligenza artificiale che il G20 in Giappone ha fatto suoi prendendo semplicemente a prestito quelli dell’ OCSE, i quali, a loro volta, assomigliano molto a quelli dell’ Unione Europea.

ALLEGATO

Torino centro della cultura tecno-umanistica?

G20 AI PRINCIPLES

 

The G20 supports the Principles for responsible stewardship of Trustworthy AI in Section 1 and takes note of the Recommendations in Section 2.

 

Section 1: Principles for responsible stewardship of trustworthy AI

 

1.1. Inclusive growth, sustainable development and well-being Stakeholders should proactively engage in responsible stewardship of trustworthy AI in pursuit of beneficial outcomes for people and the planet, such as augmenting human capabilities and enhancing creativity, advancing inclusion of underrepresented populations, reducing economic, social, gender and other inequalities, and protecting natural environments, thus invigorating inclusive growth, sustainable development and well-being.

 

1.2. Human-centered values and fairness a) AI actors should respect the rule of law, human rights and democratic values, throughout the AI system lifecycle. These include freedom, dignity and autonomy, privacy and data protection, non-discrimination and equality, diversity, fairness, social justice, and internationally recognized labor rights. b) To this end, AI actors should implement mechanisms and safeguards, such as capacity for human determination, that are appropriate to the context and consistent with the state of art.

 

1.3. Transparency and explainability AI Actors should commit to transparency and responsible disclosure regarding AI systems. To this end, they should provide meaningful information, appropriate to the context, and consistent with the state of art: i. to foster a general understanding of AI systems; ii. to make stakeholders aware of their interactions with AI systems, including in the workplace; iii. to enable those affected by an AI system to understand the outcome; and, iv. to enable those adversely affected by an AI system to challenge its outcome based on plain and easy-to-understand information on the factors, and the logic that served as the basis for the prediction, recommendation or decision.

 

1.4. Robustness, security and safety a) AI systems should be robust, secure and safe throughout their entire lifecycle so that, in                                                    2 This Annex draws from the OECD principles and recommendations.

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conditions of normal use, foreseeable use or misuse, or other adverse conditions, they function appropriately and do not pose unreasonable safety risk. b) To this end, AI actors should ensure traceability, including in relation to datasets, processes and decisions made during the AI system lifecycle, to enable analysis of the AI system’s outcomes and responses to inquiry, appropriate to the context and consistent with the state of art. c) AI actors should, based on their roles, the context, and their ability to act, apply a systematic risk management approach to each phase of the AI system lifecycle on a continuous basis to address risks related to AI systems, including privacy, digital security, safety and bias.

 

1.5. Accountability AI actors should be accountable for the proper functioning of AI systems and for the respect of the above principles, based on their roles, the context, and consistent with the state of art.  

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Section 2: National policies and international co-operation for trustworthy AI

 

2.1. Investing in AI research and development a) Governments should consider long-term public investment, and encourage private investment, in research and development, including inter-disciplinary efforts, to spur innovation in trustworthy AI that focus on challenging technical issues and on AI-related social, legal and ethical implications and policy issues. b) Governments should also consider public investment and encourage private investment in open datasets that are representative and respect privacy and data protection to support an environment for AI research and development that is free of inappropriate bias and to improve interoperability and use of standards.

 

2.2. Fostering a digital ecosystem for AI Governments should foster the development of, and access to, a digital ecosystem for trustworthy AI. Such an ecosystem includes in particular digital technologies and infrastructure, and mechanisms for sharing AI knowledge, as appropriate. In this regard, governments should consider promoting mechanisms, such as data trusts, to support the safe, fair, legal and ethical sharing of data.

 

2.3 Shaping an enabling policy environment for AI a) Governments should promote a policy environment that supports an agile transition from the research and development stage to the deployment and operation stage for trustworthy AI systems. To this effect, they should consider using experimentation to provide a controlled environment in which AI systems can be tested, and scaled-up, as appropriate. b) Governments should review and adapt, as appropriate, their policy and regulatory frameworks and assessment mechanisms as they apply to AI systems to encourage innovation and competition for trustworthy AI.

 

2.4. Building human capacity and preparing for labor market transformation a) Governments should work closely with stakeholders to prepare for the transformation of the world of work and of society. They should empower people to effectively use and interact with AI systems across the breadth of applications, including by equipping them with the necessary skills. b) Governments should take steps, including through social dialogue, to ensure a fair transition for workers as AI is deployed, such as through training programs along the working life, support for those affected by displacement, and access to new opportunities in the labor market.

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  1. c) Governments should also work closely with stakeholders to promote the responsible use of AI at work, to enhance the safety of workers and the quality of jobs, to foster entrepreneurship and productivity, and aim to ensure that the benefits from AI are broadly and fairly shared.

 

2.5. International co-operation for trustworthy AI a) Governments, including developing countries and with stakeholders, should actively cooperate to advance these principles and to progress on responsible stewardship of trustworthy AI. b) Governments should work together in the OECD and other global and regional fora to foster the sharing of AI knowledge, as appropriate. They should encourage international, cross sectoral and open multi-stakeholder initiatives to garner long-term expertise on AI. c) Governments should promote the development of multi-stakeholder, consensus-driven global technical standards for interoperable and trustworthy AI. d) Governments should also encourage the development, and their own use, of internationally comparable metrics to measure AI research, development and deployment, and gather the evidence base to assess progress in the implementation of these principles.

G20 AI PRINCIPLES

 

The G20 supports the Principles for responsible stewardship of Trustworthy AI in Section 1 and takes note of the Recommendations in Section 2.

 

Section 1: Principles for responsible stewardship of trustworthy AI

 

1.1. Inclusive growth, sustainable development and well-being Stakeholders should proactively engage in responsible stewardship of trustworthy AI in pursuit of beneficial outcomes for people and the planet, such as augmenting human capabilities and enhancing creativity, advancing inclusion of underrepresented populations, reducing economic, social, gender and other inequalities, and protecting natural environments, thus invigorating inclusive growth, sustainable development and well-being.

 

1.2. Human-centered values and fairness a) AI actors should respect the rule of law, human rights and democratic values, throughout the AI system lifecycle. These include freedom, dignity and autonomy, privacy and data protection, non-discrimination and equality, diversity, fairness, social justice, and internationally recognized labor rights. b) To this end, AI actors should implement mechanisms and safeguards, such as capacity for human determination, that are appropriate to the context and consistent with the state of art.

 

1.3. Transparency and explainability AI Actors should commit to transparency and responsible disclosure regarding AI systems. To this end, they should provide meaningful information, appropriate to the context, and consistent with the state of art: i. to foster a general understanding of AI systems; ii. to make stakeholders aware of their interactions with AI systems, including in the workplace; iii. to enable those affected by an AI system to understand the outcome; and, iv. to enable those adversely affected by an AI system to challenge its outcome based on plain and easy-to-understand information on the factors, and the logic that served as the basis for the prediction, recommendation or decision.

 

1.4. Robustness, security and safety a) AI systems should be robust, secure and safe throughout their entire lifecycle so that, in                                                    2 This Annex draws from the OECD principles and recommendations.

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conditions of normal use, foreseeable use or misuse, or other adverse conditions, they function appropriately and do not pose unreasonable safety risk. b) To this end, AI actors should ensure traceability, including in relation to datasets, processes and decisions made during the AI system lifecycle, to enable analysis of the AI system’s outcomes and responses to inquiry, appropriate to the context and consistent with the state of art. c) AI actors should, based on their roles, the context, and their ability to act, apply a systematic risk management approach to each phase of the AI system lifecycle on a continuous basis to address risks related to AI systems, including privacy, digital security, safety and bias.

 

1.5. Accountability AI actors should be accountable for the proper functioning of AI systems and for the respect of the above principles, based on their roles, the context, and consistent with the state of art.  

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Section 2: National policies and international co-operation for trustworthy AI

 

2.1. Investing in AI research and development a) Governments should consider long-term public investment, and encourage private investment, in research and development, including inter-disciplinary efforts, to spur innovation in trustworthy AI that focus on challenging technical issues and on AI-related social, legal and ethical implications and policy issues. b) Governments should also consider public investment and encourage private investment in open datasets that are representative and respect privacy and data protection to support an environment for AI research and development that is free of inappropriate bias and to improve interoperability and use of standards.

 

2.2. Fostering a digital ecosystem for AI Governments should foster the development of, and access to, a digital ecosystem for trustworthy AI. Such an ecosystem includes in particular digital technologies and infrastructure, and mechanisms for sharing AI knowledge, as appropriate. In this regard, governments should consider promoting mechanisms, such as data trusts, to support the safe, fair, legal and ethical sharing of data.

 

2.3 Shaping an enabling policy environment for AI a) Governments should promote a policy environment that supports an agile transition from the research and development stage to the deployment and operation stage for trustworthy AI systems. To this effect, they should consider using experimentation to provide a controlled environment in which AI systems can be tested, and scaled-up, as appropriate. b) Governments should review and adapt, as appropriate, their policy and regulatory frameworks and assessment mechanisms as they apply to AI systems to encourage innovation and competition for trustworthy AI.

 

2.4. Building human capacity and preparing for labor market transformation a) Governments should work closely with stakeholders to prepare for the transformation of the world of work and of society. They should empower people to effectively use and interact with AI systems across the breadth of applications, including by equipping them with the necessary skills. b) Governments should take steps, including through social dialogue, to ensure a fair transition for workers as AI is deployed, such as through training programs along the working life, support for those affected by displacement, and access to new opportunities in the labor market.

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  1. c) Governments should also work closely with stakeholders to promote the responsible use of AI at work, to enhance the safety of workers and the quality of jobs, to foster entrepreneurship and productivity, and aim to ensure that the benefits from AI are broadly and fairly shared.

 

2.5. International co-operation for trustworthy AI a) Governments, including developing countries and with stakeholders, should actively cooperate to advance these principles and to progress on responsible stewardship of trustworthy AI. b) Governments should work together in the OECD and other global and regional fora to foster the sharing of AI knowledge, as appropriate. They should encourage international, cross sectoral and open multi-stakeholder initiatives to garner long-term expertise on AI. c) Governments should promote the development of multi-stakeholder, consensus-driven global technical standards for interoperable and trustworthy AI. d) Governments should also encourage the development, and their own use, of internationally comparable metrics to measure AI research, development and deployment, and gather the evidence base to assess progress in the implementation of these principles.

PROTEZIONISMO E INFORMATICA, In margine alla multa di Google

L’’imporsi dell’ informatica come fenomeno centrale del XXI Secolo ha stravolto,  già di per sé, molti dei presupposti -filosofici, politici, economici e giuridici- delle società contemporanee, a partire dalle idee di libertà, di Stato e di concorrenza, rendendo obsolete, tra l’altro, le vecchie ideologie e le vecchie scuole economiche e giuridiche. E’evidente, infatti, che le Big Five non sono soltanto delle imprese, ma corrispondono anche, contemporaneamente,  a ciò che un tempo erano     gli Stati, le Chiese e i servizi segreti. Difendere l’Umano contro i Big Data e l’uomo artificiale richiede molta più energia e ingegnosità che non difendere i cittadini  separatamente contro lo Stato, la Chiesa o la repressione poliziesca, come si era fatto nel ‘600 con l’Habeas Corpus, nel ‘700 con il Toleration Act, o nell’ Ottocento con le costituzioni liberali.

Per questo le Autorità americane stanno giustamente ripensando all’intero impianto della legislazione antimonopolistica, nata proprio in America per difendere, prima che i consumatori, la stessa democrazia, la quale non può coesistere con un potere preponderante, superiore a quello di Stato, Chiesa e polizia messe insieme. Infatti, le Big Five spiano quotidianamente ciascuno di noi, a cominciare dal Papa e dal Presidente degli Stati Uniti, manipolano le elezioni in tutti i Paesi del mondo, ma soprattutto in America, rivendono i nostri dati acquisendo un potere economico che permette loro di acquistare aziende aerospaziali e interi territori, catene editoriali e fabbriche automobilistiche, catene distributive e fabbriche di robot: distruggendo l’intero ceto imprenditoriale e gran parte di quelli tecnici e operai, in tutto l’ Occidente.

Ma, per fermare le Big Five, non resta che ricreare la concorrenza (per esempio, quella dei concorrenti europei che oggi non ci sono).

La polemica forzata di Trump contro la decisione della Commissione ha se non altro il pregio di mettere in evidenza una serie di verità lapalissiane che tutti hanno preferito ignorare per molti decenni. Al di là dei mutevoli e mistificati rapporti in politica interna, vi è una sostanziale convergenza fra, da un lato, il perpetuarsi dello strapotere delle Big Five, e, dall’ altra, le politiche protezionistiche, aperte o nascoste, dello Stato Americano, di oggi e di ieri.

1.L’informatica quale arma suprema del XXI Secolo

Dato, infatti, il carattere centrale dell’ informatica nella società di oggi, e, soprattutto, di domani, essa rappresenta oggi l’arma suprema, superiore perfino a quella nucleare. Come ha detto il Presidente Putin, “chi controlla l’ Intelligenza Artificiale controlla il mondo”. Questo l’avevano scritto per primi Eric Schmidt e Jared Cohen, membri del CdA di Google: “mentre,  nel XX Secolo, era stata la Lockheed a guidare l’America alla conquista del mondo, nel XXI secolo, questo compito spetterà a Google”. D’altra parte, questo lo sapeva per primo il Department of Defence americano, che, in piena Seconda Guerra Mondiale, aveva lanciato “AAA Predictor”, un programma che aspirava  nientemeno che a prevedere le mosse del nemico. Se non è questa l’Intelligenza Artificiale! E, nello stesso modo, lo sapevano  i vertici del PCUS, che, dal 1983, avevano affidato la decisione della eventuale rappresaglia nucleare, a un sistema informatico detto “OKO” (Occhio).

E’ questo il motivo per cui tutti gli Europei (Governi, Istituzioni, partiti, imprenditoria) non hanno mai fatto nulla contro lo strapotere delle Big Five, concepito come una semplice e logica estensione della cessione agli Stati Uniti del diritto di pace e di guerra. Ed è questo per cui il seppur modesto attacco odierno della Commissione alla Google viene descritto da Trump come un’insopportabile prevaricazione degli Europei, che va repressa al più presto.

L’approccio di Trump si differenzia perciò da quello di Obama solamente per lo stile. L’Amministrazione Obama si era illusa di rendere irreversibile il predominio delle Big Five (e, quindi, del proprio Complesso Informatico-Militare), attraverso il TTIP e il TTP, mettendo al bando  come “protezionismo” ogni misura volta a rafforzare le nascenti industrie europea e giapponese del Web Poiché non si sono potuti stipulare i due trattati, si è scelto ora il rude approccio di Trump: non potete multare la Google (seppure applicando la normativa antitrust, che è un prodotto del liberismo giuridico americano) perché la Google è americana, e gli Europei stanno già  traendo fin troppi  vantaggi (quali?) dalla cooperazione con l’America. L’atteggiamento di Trump è simile a quello del lupo nella favola di Esopo/Fedro e Lamartine, in cui  questo  animale divora l’agnello dopo averlo accusato di una colpa irrisoria e comunque impossibile (avere sporcato l’acqua d’un ruscello quando in realtà era l’agnello ad essere a valle del lupo).

2.L’insostenibilità della subordinazione europea

Addirittura, l’insufficienza economica, a parere di tutti, della multa miliardaria comminata a Google dalla Commissione, rispetto all’ enormità dei danni causati dall’ impresa, mette a nudo l’insostenibilità di un tipo di rapporto, fra Europa e America, fondato su una totale sproporzione di potere. Infatti, già soltanto  mantenendosi entro i ristrettissimi limiti del diritto europeo positivo (ripetiamolo, di origine americana) esisterebbero  strumenti ben più efficaci, come l’”order to divest”, che nessuno si sogna però neppure di suggerire. Ricordo che questa soluzione era stata applicata fin dagli inizi dell’antitrust americano a conglomerate, come la Standard Oil, ben meno minacciose che non le Big Five di oggi. Quanto poi alle diatribe euro-americane, avevo avuto modo già negli anni ’70 di assistere ad un “order to divest” piuttosto discutibile, quello contro la SKF svedese (per cui lavoravo), evidentemente per favorire i suoi concorrenti americani.

Ma c’e di più: sempre secondo la stessa teoria liberistica, lo Stato deve intervenire nell’ipotesi di un “fallimento del mercato”. Ebbene, questo è appunto il nostro caso, perché, senza un aiuto dello Stato (o meglio dell’ Unione Europea), un’industria europea del web non sorgerà mai, e, quindi, in Occidente non sorgeranno mai dei concorrenti delle Big Five come Alibaba o Baidu in Cina .E giacché, senza un’industria informatica autonoma, non è possibile, né una politica di difesa, né un’industria delle comunicazioni, né un sistema commerciale efficiente, né un’industria dei trasporti, ecc…, se l’ Europa non si dota della sua autonoma  industria del web, essa sarà condannata a una decadenza rapidissima, sul genere di quella che stiamo già sperimentando in Italia, dove da più di un decennio,  la “crescita”, mai superiore all’ 1%, non compensa neppure l’inflazione programmata. Non per nulla, l’Italia costituisce un caso estremo di rinunzia a tutte le tecnologie di punta: dall’ informatica (ricordiamo il caso Olivetti), al nucleare (vedi referendum), alle portaerei (vedi il caso delle nostre portaelicotteri), alla propulsione aerospaziale (caso Fiat Avio). Un’Italia priva delle industrie di punta è condannata a non offrire più alcun posto di lavoro interessante, soprattutto per gl’intellettuali, i managers, gl’ingegneri, i finanzieri, i legali, perché questi si concentrano ovunque là dove c’è un potere effettivo: intorno alla Silicon Valley, a Shenzhen, al Pentagono, al Cremlino,  a Wall Street, a Gerusalemme, a Pechino, a Riad….Qui restano solo posti da politici di second’ordine, da burocrati esecutori, da camerieri, da contabili e  lavoratori manuali in attesa di essere sostituiti dai robot…

La difesa d’ufficio che il Presidente Trump sta facendo di Google conferma che si tratta di una lotta per la sopravvivenza fra le economie americana ed europea. D’altronde, il caso di Cambridge Analytica dimostra che anch’egli, come già Obama, non avrebbe vinto le elezioni senza l’appoggio determinante delle Big Five. Dove poi l’influenza russa, per altro non dimostrata e non specificata, sarebbe stata infinitesimale rispetto a quella, confessa, di Facebook e di suoi partners.

Urge un’azione da parte della società civile per fare pressione sulle Autorità Europee. Se l’Unione Europea non saprà tutelare i suoi cittadini contro questa che è la minaccia più grave nei confronti della nostra libertà e della nostra stessa sopravvivenza, non vedo come essa possa rivendicare una qualsivoglia legittimità democratica, e come faccia a evitare il prevalere di forze che promettono (sinceramente o meno), nuovi assetti, radicalmente diversi.

 

ALPINA VIENT DE PUBLIER “LE LIVRE NUMERIQUE ET LE RENOUVEAU DE L’EDITION DIGITALE”, D’ILARIA BARALE (https://stores.streetlib.com/it/search?q=ilaria%20barale)

copertina1-150x150[1]Cette étude affronte le thème de l’introduction du livre numérique dans le marché de l’édition. Il met en évidence ses caractéristiques, ses qualités et ses défauts par rapport au format traditionnel, offre une vision complète des principales questions qu’il soulève et fait le point sur l’évolution du marché du livre numérique international. Alors que la diffusion de plus en plus importante et accélérée du livre numérique apparait inévitable, le monde de l’édition doit nécessairement savoir se rénover et accueillir le nouveau format pour répondre aux nouvelles exigences des lecteurs et saisir les opportunités qu’il offre. Cette étude démontre que le numérique n’est pas en train de prendre la place du livre papier, mais, au contraire, que le lecteur pourra désormais choisir entre différents formats de livres, selon les usages et les différentes situations de lecture. En ne prétendant pas prévoir l’avenir du livre et de la lecture, l’auteur nous offre les clés de lecture pour comprendre la révolution numérique en cours, en prenant appui sur des données et des statistiques concrètes..

A Torino la XIII conferenza sulle Alpi

A Torino la XIII conferenza sulle Alpi

(pubblicato su Articolo 3 Quotidiano online – clicca per leggere)

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Certamente, l’integrazione europea è stata un fenomeno onnipresente nella nostra storia, ma passato per lo più inosservato.

Per esempio, gl’incredibili passi in avanti nell’unificazione europea realizzati dalla Casa giulio-claudia, che aveva aggregato all’ Impero Romano Francia, Benelux, Germania Occidentale, Svizzera, Austria, Croazia. Oppure, quando, sotto carlo V, facevano capo agli Asburgo Germania, Benelux, Austria, Svizzera, Boemia, Italia e Spagna. O, infine, anche e soprattutto oggi, quando ogni campo dell’attività umana, dalla religione alla scienza, dalla filosofia politica allo Stato, dai Partiti  alle imprese, dalla cultura alla scuola, dalle Regioni alle città, ha una sua estrinsecazione“europea” (dalla Lettera Pastorale “Ecclesia in Europa” al CNR, dal federalismo all’Unione Europea, dall’ ASI ai Gruppi Politici del Parlamento Europeo, dall’ Euro alle Società  Europee, dalle Accademie Europee a Erasmus, dalle Macroregioni alle Capitali europee della Cultura.

Eppure:

-non lo sa nessuno, neppure gli addetti ai lavori

-tutto viene abbozzato, e poi lasciato lì, incompleto. Si è così infatti giustamente parlato di “Cantieri europei” (“Baustellen Europas”, a cui si riferisce l’omonima collana di libri della Casa Editrice Alpina ; cfr. http://www.alpinasrl.com/category/collane/baustellen-europas/)

E’ comunque interessante quest’ aspetto quasi esoterico, quasi che qualcuno avesse paura di fare sul serio, ma tenesse tutto pronto per la prima buona occasione. Così come, da sempre, tuti gli eserciti del mondo tengono pronte, in magazzini reconditi, decine di milioni di divise piene di naftalina , di vecchi fucili e qualche miliardo di insipide gallette, che ne estraggono solo per le “esercitazioni”, le “grandi manovre” e le “mobilitazioni generali”. Infatti…non si sa mai che cosa potrebbe accadere….

Il nostro punto di vista è che la crisi del sistema si stia avvicinando a un punto tale, da rendere necessaria una rassegna di questo armamentario, un esercizio per vedere se potrebbe funzionare ancora, un apprendistato da parte dei cittadini, come nel caso delle esercitazioni militari.

Sono stato, infatti, ufficiale dell’ Amministrazione Militare. Fra l’altro, in un “Deposito Divisionale”, cioè di uno di quei dimessi magazzini dove sono depositate divise, viveri e munizioni. Ho partecipato a un paio di esercitazioni, quando si svegliavano le reclute nel cuore della notte, e li portava sulla riva del mare (nel caso specifico, a Paestum), per sparare all’ impazzata come nello Sbarco in Normandia.

L’armamentario della cultura e del diritto comunitari dev’essere ripreso e ricollaudato come l’equipaggiamento di un’armata dormiente.

1. Cos’è la Convenzione delle Alpi?

Ho detto tutto questo perché, la prossima settimana, nei giorni 20 e 21, avrà luogo, a Torino, la XIII Conferenza delle Alpi, un evento importante per la vita dell’ Europa. Infatti, giustamente l’Unione e gli Stati membri si erano preoccupati fin dal principio che l’ Unione non divenisse (come invece sta purtroppo succedendo), un mostro burocratico distaccato dai cittadini, e attento solo alle esigenze di potere delle grandi potenze, della finanza anonima e delle burocrazie nazionali. Per evitare questo, l’Unione si è data la sua politica culturale, la sua politica sociale e la sua politica regionale, attraverso le quali essa contava di entrare in contatto con le esigenze reali dei cittadini, permettendo loro di partecipare, e creando, così, uno “spirito di corpo” europeo.

Purtroppo, in questo come in tanti altri campi, le cose hanno preso una direzione diversa da quanto previsto. I fondi europei, che avrebbero dovuto essere gestiti fra Unione ed Enti locali per stimolare le iniziative vicine alle popolazioni, sono divenute un opaco flusso di denaro spesso inutilizzato, gestito per scopi non chiari da anonime burocrazie. Le Regioni, che, con la loro autonomia fiscale, avrebbero dovuto esprimere il controllo dei cittadini sull’uso della cosa pubblica, sono divenute una delle fonti principali di spreco e di corruzione.

Tutto il fenomeno euroregionale e macroregionale, che avrebbe dovuto tenere conto dell’ esistenza di identità storiche ben consolidate, che travalicano i confini degli Stati Membri, sono divenuti un inflazionato fatto esoterico, in cui si accavallano Euroregioni, Macroregioni e “GECT” della cui esistenza non sono più consapevoli neppure i politici che senza interruzione li creano e li distruggono. Non parliamo, ovviamente, dei cittadini…

In una primissima fase, le Euroregioni erano state create dalle regioni frontaliere stesse, spesso in aree linguistiche transfrontaliere, come il Tirolo, il Lussemburgo e i Paesi Baschi, per fruire dei fondi che l’Unione destina alla cooperazione transfrontaliera. A quell’ epoca, gli Stati membri ignoravano le Euroregioni, negando ad esse qualunque valenza, tanto politica, quanto giuridica.

In una seconda fase, fu creato uno Statuto Standard, e il Comitato delle Regioni (altro illustre sconosciuto) se ne fece paladino.

In una terza fase, l’unione creò il GECT (Gruppo Europeo di Cooperazione Transfrontaliera), in modo da far entrare le Euroregioni nel mondo del diritto pubblico. Non mancarono, per altro, già in questa fase, controversie giuridiche fra Stati Membri e Regioni a proposito delle competeze dei GECT (prima fra le quali quella fra lo Stato Italiano e la Regione Liguria per lo statuto del GECT “Alpi-Mediterraneo”).

In una quarta fase, certe regioni, come quelle alpine dell’ Austria, della Svizzera e della Germania, si dichiararono fautrici di aggregazioni più ampie e più potenti: delle Euroregioni più grandi, le Macroregioni. Ma, anche qui, la natura e il ruolo delle Macroregioni restavano nel vago: come avrebbero potuto coesistere con le Euroregioni?

In quest’ultima, recente, fase, entrano in scena l’Unione Europea e gli Stati Membri, i quali si accorgono, finalmente, che le Regioni sono troppo deboli per operare su questi temi, e che  le politiche regionali della UE, che si pretendeva fondate sul Principio di Sussidiarietà, e, quindi, sullo spontaneismo “dal basso” delle Regioni stesse, non funziona, e che, pertanto, si impone un’esigenza programmatica centrale, da parte dell’ Unione stessa. Ma come “far passare” un siffatto messaggio in un momento in cui, da un lato, gli Stati Membri rifiutano tale ruolo imperativo dell’ Unione, e, dall’altro, la retorica politica dominante rigetta ogni idea di programmazione? Da un lato, concentrandosi su esigenze naturali obiettive, come per esempio quelle del commercio nel Baltico,  esistenti dai tempi dei Venedi, dei Paleoslavi, dei Variaghi dei Vikinghi e  dell’ Hansa; quella della navigazione del Danubio, sede della prima civiltà europea, e a cui,  con la Convenzione di Parigi (1856), Austria, Francia, Gran Bretagna, Russia, Regno di Sardegna e Turchia avevano stabilito la piena libertà di navigazione e l’uguaglianza di trattamento per tutte le bandiere. A questo scopo erano stati creati due organi internazionali: la Commissione europea del Danubio (CED), con il compito di eseguire lavori di drenaggio e la Commissione degli Stati Ripuari, con lo scopo di elaborare un regolamento per la navigazione e la polizia fluviale. Tale regime di libertà rimase immutato anche dopo la Prima guerra mondiale.

Infine, ed è il caso che ci interessa, la Macroregione Alpina, che comprende praticamente tutti i territori che Augusto aveva unificato e che sono descritti al Trophée des Alpes di La Turbie:

« All’imperatore Augusto, figlio del divo [Giulio] Cesare, pontefice massimo, nell’anno 14° del suo impero, 17° della sua potestà tribunizia, il senato e il popolo romano [eressero] poiché sotto la sua guida e i suoi auspici tutte le genti alpine, che si trovavano tra il mare superiore e quello inferiore sono state assoggettate all’impero del popolo romano. »

2. La Convenzione delle Alpi e la XIII Conferenza delle Alpi.

trofeo-delle-alpi-300x199(Trofeo delle Alpi)

La Convenzione delle Alpi è un trattato internazionale sottoscritto dai Paesi Alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Monaco, Slovenia e Svizzera), e dall’Unione Europea con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile nell’area alpina: “La Convenzione delle Alpi mira ad armonizzare la protezione e lo sviluppo economico, con l’obiettivo di sostenere le Alpi sia come spazio di vita per la popolazione e la natura, sia come zona di attività economica. Le Alpi, con il loro capitale di biodiversità e le riserve di acqua e legno, sono un ambiente naturale, culturale, di vita e di lavoro per quasi 14 milioni di persone nonché un’importante destinazione turistica che attira circa 120 milioni di visitatori ogni anno”.

La Conferenza delle Alpi si occuperà dei seguenti temi principali:

  • Cambiamenti climatici ed energia: sotto la guida della presidenza italiana, sono state preparate le “Linee Guida per l’adattamento ai cambiamenti climatici a livello locale nelle Alpi”.
  • Demografia e occupazione nelle Alpi: Il Report completo sarà adottato dalla Conferenza, mentre il prossimo report, che sarà pubblicato nell’autunno 2016, tratterà il tema della green economy nelle Alpi.
  • Strategia Macroregionale per le Alpi (EUSALP): la strategia è al momento in fase di elaborazione e diverrà realtà nell’estate del 2015.
  • Gruppo di verifica: è un organo incaricato di controllare l’adempimento degli impegni e degli obblighi risultanti dalla Convenzione delle Alpi
  • EXPO 201
  • . Partecipare alla  XIII Conferenza delle Alpi.

Proprio per i motivi enumerati all’ inizio di quest’articolo, non crediamo certo di essere meno critici del verticismo degli organi europei (fra i quali la stessa Macroregione Alpina) di quanto non lo sia il cittadino medio europeo, il quale, da un lato, nota, con crescente raccapriccio,  l’incapacità dell’”establishment” di affrontare in qualsivoglia modo l’inesorabile declino dell’ Europa, da “donna di province” a “bordello”, per usare i classici termini usati da Dante per l’Italia del Medioevo,  e, dall’ altro, si accorge in ogni momento che esistono enormi e incredibili risvolti della vita pubblica (dal Datagate al TaxLeaks, dalla fuga della Fiat alle politiche regionali), di cui nessuno aveva mai loro parlato.

E, tuttavia, fedeli a un’etica di servizio, sarebbe il caso di dirlo, anche se inattuale, da ufficiale e da servitore dello Stato, nonché in quanto cocciuti abitatori della parte più alta e impervia delle Alpi, continuiamo a cercare di salvare quanto di valido c’è in tutte queste esperienze. E, per quanto qui trattato, nell’idea di una Conferenza delle Alpi, espressione, bene o male, di quest’ ancestrale identità dei “Popoli Alpini”, di cui con ammirazione parlavano già Hoelderlin e Nietzsche.

La Casa Editrice Alpina e l’Associazione Culturale Diàlexis, vogliono offrire ai nostri concittadini dei Popoli Alpini, e, in primis, ai Piemontesi, l’occasione di condividere l’orgoglio per ciò che ancor oggi si sta facendo per le Alpi.

Certo, è sempre troppo poco. Abbiamo dovuto partecipare, addirittura, per quanto indirettamente, a dei lutti dovuti all’ inaccettabile degrado naturale delle nostre  Alpi.

Non abbiamo mancato, in questi mesi, di tenerci nel più stretto contatto con tutte le possibili Istituzioni del nostro Territorio, per garantire la presenza, in questi processi, dei cittadini delle Regioni Alpine: Presidenza dell’ Unione, Governo, Presidenza Italiana, segretariato, Enti locali. Come risultati, abbiamo ottenuto:

-il Convegno del 19 Novembre presso il Consiglio Regionale, nel quale potranno confrontarsi federalisti europei, esperti di realtà transfrontaliere, esponenti delle nuove tecnologie e dell’editoria e cittadini delle nostre Regioni, al fine di elaborare concreti progetti euroregionali per rilanciare l’occupazione.

Osservazioni a margine del vertice ASEM di Milano (16-17 ottobre)

Osservazioni a margine  del vertice ASEM di Milano  (16-17 ottobre)

(pubblicato su Articolo 3 Quotidiano online – clicca per leggere)

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E’ senz’altro significativo che, proprio durante il “Vertice ASEM” di Milano, a cui hanno partecipato ben 58 Capi di Stato di tutta l’ Eurasia (ospiti del Presidente Napolitano), si siano verificati due fatti d’importanza fondamentale:

a)l’ennesima crisi finanziaria greca;

b)la firma di ben 20 accordi commerciali fra Italia e Cina, che fanno seguito a quelli (altrettanto numerosi) stipulati nei giorni precedenti da quest’ultima con Germania e Russia (costituendo, nel loro insieme, n vero e proprio “piano di salvataggio” dalla crisi in cui ci ha gettato la guerra commerciale con la Russia).

Essi hanno in comune il fatto di mettere, finalmente, in evidenza quanto l’Europa dipenda ormai dalle economie dell’Asia. A causa di un declino politico oramai secolare, i termini dello scambio si sono invertiti rispetto al secolo scorso: non è più l’Europa a dirigere l’ Asia, bensì è questa a condizionare e influenzare l’economia europea.

pechino

1.Tienjin, da Roma a Pechino

Basti vedere, ad esempio le mappe dell’ex dipendenza italiana di Tian-Jin di un secolo fa e oggi. Allora, ,vi erano le “Concessioni” degli Stati Europei, compresa l’ Italia, dove le vie si chiamavano “Corso Fiume”, “Corso Vittorio Emanuele III”, “Via Roma”, “Banchina d’Italia”, “Banchina Giapponese”, mentre oggi Tianjin è una città di 15 milioni di abitanti, parte integrante della conglomerazione metropolitana della nuova Pechino, e da sola più grande e ricca di qualunque città europea. La confinante Municipalità di Pechino ha 13 milioni di abitanti. In totale, 28 milioni.

tianjin

2. Le forze dell’Asia, le debolezze dell’ Europa

L’attuale forza dell’ Asia non ha costituito per noi una sorpresa. Non avendo noi mai sottovalutato lo studio delle culture orientali, sappiamo che, durante tutta la storia mondiale, la Cina e l’ India hanno costituito da sempre le aree più popolose e più ricche del pianeta. Marco Polo, Cristoforo Colombo, Matteo Ricci, Leibniz e Voltaire erano semplicemente abbagliati dalla grandezza, soprattutto culturale, della Cina. Jones, Schopenhauer, Steiner, Guénon, additavano, nell’ India, la fonte della salvezza dell’ Umanità.

In primo luogo, le radici culturali ed etniche degli attuali Stati asiatici si perdono nella storia di imperi millenari, come quelli cinese, giapponese e persiano. Questo rende ora meno faticoso, per loro, che non in Europa, la ricerca di forme di aggregazione per grandi aree omogenee, cosa oramai urgente per infiniti motivi, e di cui l’Unione Europea costituisce un non irrilevante esempio.

Infatti, sussistono ancora, in Asia, tradizioni culturali e sociali di grande continuità e compattezza, come quelle dei Popoli delle Steppe, del Mandarinato, dei Veda, del Sān Jiăo, dell’Islam. Questo fa sì che certe grandi aree, come le attuali Cina, India e Medio Oriente, che raggruppano ciascuna più di un miliardo di abitanti, avvertano, spontaneamente, un senso di intima unitarietà, che, da noi in Europa, è più difficile ottenere, fra piccoli Stati, come i nostri, che hanno pur essi, ciascuno, origini almeno millenarie. Qui, c’è, infatti, chi rivendica l’”eurasiatismo”, chi l’”atlantismo”, chi la “disciplina” germanica, chi la “flessibilità” latina.

Soprattutto, in Europa vige una fondamentale incertezza fra “Europa” e “Occidente”, due culture in realtà solo parzialmente sovrapponibili. Il pluralismo dei popoli europei possiede, certo, una sua interna logica dialettica, fondata sulla coesistenza storica fra Medio Oriente (ortodossia), Europa Centrale (Sacro Romano Impero)e Atlantico (protestantesimo). Purtroppo, invece, l’”Occidentalismo”, che vorrebbe sovrapporsi all’ Europa, non accetta questa pluralità. Esso rappresenta, come diceva Huntington, la “dissidenza del dissenso”. Come tale, esso pretenderebbe di imporre una sua forma di omologazione a un’Europa che esso non ha mai accettata. Tale progetto risente della duplicità del discorso pubblico puritano. Mentre questo è tutto fondato su una pretesa controfattuale di eguaglianza, di fatto esso ha costruito, e continua a costruire, il più formidabile sistema gerarchico.

Infine, a nostro avviso, ciò che, contrariamente a quanto vorrebbe fare credere la “vulgata” dominante, ha contribuito, e ancora sta contribuendo, allo spettacolare rilancio dei Popoli dell’ Asia, è proprio il carattere radicalmente conflittuale, non già mascherato da pretese affinità culturali, dei conflitti dei secoli passati. Le Guerre dell’ Oppio, le Rivolte dei Sepoys e dei Boxer, la dissoluzione dell’ Impero Ottomano, le bombe di Hiroshima e Nagasaki, la costituzione dello Stato d’Israele e la Guerra del Vietnam sono state ferite brucianti, che ancor oggi non sono state sanate. Queste ferite hanno contribuito però anche, di converso, all’incredibile volontarismo che è stato alla base tanto delle battaglie di Gandhi, quanto della ricostruzione giapponese, quanto, ancora, della rivoluzione iraniana, quanto, infine, delle riforme economiche cinesi.

Béjart, un incrollabile cantore dei “valori asiatici”, aveva dato una plastica rappresentazione di questa fase epica nel suo balletto “Asia”

moneta romana

3.La Pace Perpetua, un progetto eurasiatico.

L’idea della “Pace Perpetua” tanto citata dall’ establishment europeo, e assurdamente attribuita a Kant, risale in realtà alla tradizione persiana, ed era stata perpetuata dal Sacro Romano Impero e dagli Illuministi. Il primo trattato di “Pax Aeterna” era stato infatti già stipulato nel 532 fra Cosroe di Persia e Giustiniano, e faceva parte di un più ampio progetto di confederazione fra Persia, Impero Romano, Unni Eftaliti e Impero Cinese, di cui Cosroe stesso avrebbe dovuto essere il leader: una situazione non dissimile da quella che sarà poi ipotizzata nell’ idea islamica del Califfato. Si tratta di un primo accenno di organizzazione eurasiatica. Tant’è vero che Crucé, e, poi, Voltaire, in polemica con Rousseau, avevano insistito per l’inclusione di tutti gl’Imperi mondiali, e, in primis, della Cina, nei progetti per la Pace Perpetua.

In effetti, nonostante che fossero state tutt’altro che infrequenti le lotte fra Cinesi, Unni, Persiani e Romani, si era sempre mantenuto, fra di loro, un certo equilibrio, e anche i rapporti culturali e sociali non erano infrequenti, con matrimoni fra Unni e Cinesi, influssi manichei sul Cristianesimo, ecc…I grandi imperi dell’ antichità si riconoscevano reciprocamente una sostanziale omogeneità culturale e strutturale, e anche se qualcuno aveva già in testa di dover unificare il mondo intero sotto il proprio comando, ciascuno rispettava gli altri imperi.

I Cinesi sentivano quest’omogeneità con gli altri imperi a un punto tale che, fino all’ arrivo di Matteo Ricci, sulle loro carte geografiche, l’ Occidente (comprensivo di Impero Romano, Roma, Chiesa Cristiana e Europa) veniva designato collettivamente come “Da Qin”, la “Grande Cina”, perché “Assomiglia al popolo cinese“..”Il Regno di Da Qin si trova a Ovest del mare, e perciò viene chiamato anche Haixi (“Impero d’Occidente”). Esso si estende per molte migliaia di Li. Possiede più di 4000 città fortificate e decine di piccolo regni tributari. Le mura delle città sono di pietra. Hanno, a regolari distanze, stazioni di posta, su strade lastricate e ben manutenute”. C’è da chiedersi se, dopo tanti anni di “austerità”, l’Europa attuale possegga ancora tutti questi requisiti, e se non sfiguri nei confronti della “Nuova Cina”.

Sta di fatto che l’Imperatore Cinese non pretendeva l’omaggio dell’ Imperatore d’Occidente, come invece faceva con molti altri sovrani (compresoi l’Imperatore del Giappone e il re d’Inghilterra e ), e come quest’ultimo pretenderà dai Maharaja nei Durbar dell’ Impero Anglo-Indiano

Infine, Gengis Khan aveva realizzato, nei fatti, una sorta di unità eurasiatica, esaltata da Marco Polo e citata più tardi come modello dal movimento culturale “eurasiatistico”.

Quest’unità culturale dell’ Eurasia era stata messa in evidenza, in Occidente, dagli studi ottocenteschi sui popoli indoeuropei e sui popoli turanici , nonché, alla fine del secolo, dalle diverse mode teosofiche, che avevano avuto una spesso ignorata influenza, anche politica, su movimenti importanti come per esempio le lotte per l’indipendenza del Popolo indiano.

espansione popoli eurasiatici

4.Russia e Eurasia

Là dove l’idea dell’Eurasia è più viva è in Russia. Ciò deriva dal fatto che quel Paese raggruppa una gran parte dei “popoli delle Steppe”, che, nel corso dei millenni, hanno sempre percorso i grandi spazi eurasiatici senza radicarsi in alcuno di essi. La Russia e. poi, l’unione Sovietica, sotto la spinta delle idee moderne di nazionalità, avevano compiuto sforzi nella direzione del “radicamento” (“korenizacija”) di questi popoli, il cui risultato parziale) si può vedere nella costituzione delle “repubbliche”. Tuttavia, in molti casi, quelle nazionalità erano rimaste ”fluide”, come si vede ancor oggi all’ insorgere di conflitti “nazionali” in quell’ area, oltre cha dagl’imponenti flussi migratori nello “spazio post-sovietico”.

Perciò, l’ideologia “eurasiatistica” in Russia è destinata ad essere anch’essa fluida, andando dalle nostalgie monarchiche a quelle sovietiche, dall’idea, tipica della Restaurazione, di un ruolo intrinsecamente conservatore del regno del Nord, all’identificazione dell’Eurasia intera con l’ Impero Russo.

La nascita, nel 2000, di un’Unione Eurasiatica, che si colloca fra le cause indirette della crisi ucraina, ha favorito il consolidarsi di un’identità supercontinentale. A questa ha contribuito anche il trasferimento della capitale del Kazakhstan, da Alma Ata ad Akmola/Tselinograd (oggi, Astana), una città dove a suo tempo Stalin deportava i Tedeschi, ma oggi modernissima e multiculturale, parzialmente centroasiatica e parzialmente europea (russa)

astana

3.Il Vertice di Milano

vertice di milano

L’Asem (Asia Europe Meeting), pur essendo di origine recente, riunisce oramai 58 Stati. La sua costituzione e il suo sviluppo sono rivelatori dell’irrequietezza che serpeggia nel mondo delle Organizzazioni Internazionali in seguito all’ emergere dei Paesi dell’Asia. Ricordiamo, ad esempio, che, subito dopo la fondazione del WTO, era invalsa l’abitudine di riunire, ora, il G7, ora, il G8, ora, il G 20, ora, il G22…Intanto, tanto gli Stati Uniti, quanto la Cina, hanno lanciato l’idea di accordi “parziali”, che “by-passano” la tanto decantata WTO. Finalmente, i membri occidentali del G8 hanno escluso unilateralmente la Russia, creando, così, la confusione più totale.

Risulta ora chiaro che gli stati Uniti erano stati degli accaniti fautori di organizzazioni internazionali universali solo fintantoché essi potevano controllarle ideologicamente, logisticamente e politicamente, ma, una volta che queste organizzazioni hanno saputo garantire a tutti gli attori internazionali una presenza, una visibilità e un’influenza sempre più paritetiche, essi sono diventano meno interessanti per gli Stati Uniti stessi.

Di converso, la Cina favorisce anch’essa lo sviluppo di organizzazioni parziali, ma, questa volta, senza gli Stati Uniti. Ed è questa la lotta diplomatica dominante nei nostri tempi.

Soprattutto, è già aperta è la corsa alla firma di nuovi trattati internazionali in materia di commercio. Già dal 2007, gli Stati Uniti avevano lanciato l’idea del TTIP (“Transatlantic Treaty for Trade and Partnership”), con l’ Europa, e di un parallelo trattato nel Pacifico, escludendone la Russia e la Cina.

Tratteremo in altra sede il “merito” del TTIP.

Ciò che è qui rilevante è che la Cina sta negoziando la UE un altro trattato di protezione degl’investimenti, simile al TTIP, e, contemporaneamente, una raffica di accordi commerciali con singoli Stati membri, che prevedono una rete fittissim d’investimenti finanziari e industriali cinesi in Europa, tale da rendere il nostro sistema finanziario parzialmente dipendente da quello cinese. Quindi, l’obiettivo politico originario del TTIP, che sarebbe stato quello di “Isolare la Cina”, non sembra affatto conseguito.

Resta il fatto che, a nostro avviso, tanto il TTIP, quanto l’accordo con la Cina, “legheranno ulteriormente le mani” all’ Europa nella lotta ch’essa dovrà necessariamente condurre, in tutte le direzioni, per difendere la propria sopravvivenza come Paese avanzato. Ad esempio, c’è da chiedersi se, dopo avere firmato il TTIP e l’ accordo con la Cina, l’Europa potrebbe fare, nel settore di Internet, ciò che ha fatto l’America, cioè sviluppare le imprese ICT con fondi militari e in basi militari, per poi offrirle praticamente gratis ad investitori amici, come per esempio Brin, Page e Jobs, spacciando poi questi ultimi come eroi della piccola e media impresa e del libero mercato, così come brillantemente raccontato da Mariana Mazzucato nel suo ultimo libro, e come da noi ripreso nei già citati e.books.

L’ipotesi più probabile è, quindi, che finiremo, come al solito, “ come i vasi di coccio in mezzo ai vasi di ferro”.

stele

L’Italia vorrebbe proporre all’ Unione il suo Habeas Corpus Digitale

L’Italia vorrebbe proporre all’ Unione il suo Habeas Corpus Digitale

(pubblicato su Articolo 3 Quotidiano online – clicca per leggere)

Parlamento-Europeo-– Riccardo Lala – Lettera aperta ai vertici dello Stato

Finalmente, la Camera dei Deputati  si è manifestata circa il complesso progetto del Parlamento Europeo in materia di “diritti sul web” – al quale l’Associazione Culturale Diàlexis aveva dedicato addirittura, ben 5 mesi fa,  il primo dei suoi “Quaderni di Azione Europeista” (L’Habeas Corpus Digitale, Alte Tecnologie per l’ Europa“)-, lanciando l’idea di una “Costituzione Digitale” sul modello del “Marco Civil Digital” approvato dal Parlamento brasiliano

E’ singolare che questo, come altri temi di interesse centrale per la sopravvivenza stessa dell’ Europa e dell’ Umanità, passino sempre in secondo piano di fronte a questioni giudicate stranamente “più gravi” e “più urgenti”. Soprattutto, sembrerebbe che l’Italia voglia propoporre la bozza all’ unione Europea come contributo in quanto Paese che ha la Presidenza di questo semestre. Abbiamo perciò inviato, con una copia dei nostri e.book sull’argomento, una lettera aperta alla Presidente della Camera Boldrini, al Presidente della Commissione Rodotà, e al Primo ministro Renzi per la Presidenza Italiana della UE, come anticipo di quello che vuol essere un intervento molto più sostanziale, anche con il contributo dei nostri lettori.

 Ecco il contenuto della lettera:

“Torino, 13/10/2014

Laura Boldrini

Presidente della Camera dei Deputati

Piazza di Montecitorio 10187 Roma

ROMA

Per Conoscenza

p.c. Stefano Rodotà

Presidente della Commissione Diritti sul web

Palazzo di Montecitorio 10187 Roma

Matteo Renzi

Presidente del Consiglio

Palazzo Chigi

Piazza Colonna 167 10186 Roma

Roma

Oggetto: Costituzione del Web e industria digitale europea

Laura-Boldrini-lettera

Signora Presidente!

La questione dell’immagazzinamento abusivo di dati (a colpi di centinaia di milioni)  su tutti i cittadini del mondo, su tutti gli Stati e su tutte le Istituzioni, imposta all’ ordine del giorno  dallo scandalo “DATAGATE”, ha una portata così vasta, ch’esso non potrà certo non lasciare tracce sulle vicende culturali, politiche e militari dei prossimi anni. Tuttavia, esso non è che  uno dei tanti sintomi dell’ importanza cruciale che le nuove tecnologie hanno per il futuro dell’ Europa e dell’ Umanità.

Infatti:

– Innanzitutto, se è vero, come risulta ormai chiaro da molte fonti,  che ogni nostra, seppur minima, azione viene, da tempo, non solo spiata, ma anche immagazzinata a nostra insaputa con la cooperazione di vari  Stati e imprese, in un luogo  lontano e segreto fuori dell’ Unione Europea e in palese violazione delle leggi di quest’ultima, al fine di trarne, anche solo in un remoto futuro, elementi sulla nostra personalità, sul nostro comportamento, su eventuali nostre colpe, possibilmente per ricattarci, o, addirittura,  per creare un nostro “doppio” virtuale, condizionandoci a distanza,  allora ci si può chiedere in che cosa consista oramai quella la libertà che viene spacciata come la quintessenza dell’attuale società e sulla quale si fondano, tra l’altro, la  costruzione europea e la Costituzione Italiana.  Come si può pensare, infatti, che ognuno di noi, fino ai vertici della società, dello Stato, della Chiesa, possa operare liberamente e secondo coscienza, se sa di poter essere ricattato in qualunque momento dai detentori dei suoi più intimi segreti?

– Ma, ancor peggio, noi viviamo oggi, oramai, solo attraverso la macchina, abbiamo accesso solo a ciò che la macchina ci permette di vedere, facciamo solo ciò che la macchina ci permette di fare. E, soprattutto, il fatto di essere tutti condannati quotidianamente, per poter ottenere informazioni, documenti, denaro, riconoscimento di diritti, a passare attraverso il filtro di una nostra personalità virtuale, iscritta, ancora una volta, dentro la macchina (il nostro cosiddetto “PROFILO”), ci rinchiude sempre più nella nostra gabbia d’acciaio (il cosiddetto “INCAPSULAMENTO”), che è la risultante di un nostro passato ormai pietrificato e delle ferree leggi segrete che, attraverso un algoritmo, ci vengono  imposte dal gestore della rete. Nessuna possibilità di dialogo autentico con gli altri. Anche se questa tirannide informatica è solamente  agli inizi, abbiamo cominciato già ora, come nei romanzi di Frantzen e di Auster, a essere, prima che degli spettri virtuali,  null’altro che le pallide vestigia di noi stessi, mentre cresce e ci sovrasta quel nostro “profilo” che risiede nel lontano server, coordinato da un “general intellect” macchinico di cui siamo solamente più un infimo componente.

– L’ ulteriore sviluppo di questo progetto teo-tecnocratico, se non bloccato tempestivamente, potrebbe comportare conseguenze ancor più pesanti, prima fra le quali la radicale sostituzione dell’ Umanità con le macchine (il “RISCHIO ESISTENZIALE”). Vi è pertanto un estremo bisogno di una regolamentazione internazionale,  sotto l’ egida delle Nazioni Unite, contro i possibili abusi.

– L’Europa è certamente coinvolta sotto molti punti di vista in questo sistema informatico mondiale, ma soprattutto in qualità di vittima, consenziente o meno.

– Le vicende del DATAGATE  hanno fornito, alle Istituzioni, l’occasione per manifestare un’ inedita propositività: un patto euroatlantico contro lo spionaggio(DPA),di cui non si è più sentito parlare dopo il sostanziale diniego del Presidente Obama, una risoluzione dell’ ONU sullo stesso argomento, oramai adottata; un’intelligence europea(anche qui, non se ne è più sentito parlare); un cloud europeo; un Google europeo; la rilocalizzazione in Europa dei dati degli Europei; il tutto sintetizzato dall’ “Habeas Corpus Digitale Europeo” adottato con la Risoluzione del Parlamento Europeo del 12/3/2014;

– La nuova legislatura europea ha di fronte a sé un’eccezionale, e forse ultima, occasione, per ostacolare l’affermarsi della tirannide robotica mondiale, ma, prima ancora, per provocare uno studio, una riflessione e un dibattito su come riuscirci;

– L’approccio adottato nelle discussioni in corso presenta degli inconvenienti, fra i quali:

(i)Quello di essere troppo settoriale (da un lato, la protezione dei dati; dall’ altro, la promozione delle nuove tecnologie);

(ii)Quello di non  concentrarsi abbastanza sulla questione più grave, quella del “RISCHIO ESISTENZIALE”, né su quella più urgente, la creazione DI UN WEB EUROPEO.

L’idea che proponiamo come sintesi di queste riflessioni, vale a dire quella del WEB EUROPEO, dovrebbe avere un duplice pregio:

– da un lato, essa può essere portata avanti fin da subito fra privati, in modo da poterci presentare fra breve al legislatore europeo con qualcosa di concreto fra le mani;

– dall’ altro, costituirebbe comunque un elemento fondamentale di aggregazione, per poi partire per ulteriori campagne.

Per questo, mettiamo in guardia  contro la concezione dell’ “Habeas Corpus Digitale” come rivolto esclusivamente a stabilire una serie di “Diritti fondamentali”, e non preoccupato, nello stesso modo, dello sviluppo di un’industria digitale europea. Infatti, se e nella misura in cui il potere effettivo sulla rete continui a spettare esclusivamente alle multinazionali dell’ informatica, alla NSA e alle parallele organizzazioni spionistiche internazionali, e queste continuino, come ora, a rifiutarne una cessione per quanto minima e parziale, non si vede come, non diciamo i cittadini o la società civile europei, ma, addirittura, l’Unione Europea o qualunque Stato del mondo possa fare valere effettivamente qualsivoglia diritto relativo al web. Ad esempio, dopo che, con dure battaglie legislative e giudiziarie, si sono imposte severe restrizioni alle intercettazioni giudiziarie da parte della Magistratura italiana, quelle stesse comunicazioni che sono state bloccate e distrutte per i giudici italiani continuano ad essere accessibili alle società telefoniche, alle multinazionali del web e ai servizi segreti internazionali, i quali conoscono, dunque, delle indagini penali italiane e degli stessi Segreti di Stato, di cui è depositario il Presidente della Repubblica, più della nostra Magistratura, e non vengono perseguiti, come succede alle Autorità italiane, nel caso di violazione della legislazione nazionale applicabile.

La presidentessa della Camera ha correttamente affermato che una legislazione in questa materia non può che essere internazionale. Aggiungeremo: internazionale e europea. Anche perché, dopo Echelon, il Datagate e le trattative svoltesi a tutti i livelli fra UE e Stati Uniti, è ormai chiarissimo che questi ultimi non intendono modificare in alcun modo la loro legislazione, che subordina qualunque diritto all’esigenza dello spionaggio militare e antiterroristico, così come le multinazionali del web non intendono rinunziare in alcun modo al loro “core business”, che è quello di spiare, immagazzinare, conservare, rielaborare, perfezionare, utilizzare, rivendere e monetizzare in ogni modo possibile i dati sulla mentalità, le inclinazioni, le idee, le abitudini, le attività commerciali o sociali di tutti i cittadini, le organizzazioni e le imprese del mondo. Né gli uni, né gli altri, intendono cessare la loro mutua integrazione,  che rafforza gli effetti negativi di quanto sopra.

E’ ovvio, quindi, che i diritti sul web che dovremmo, e vorremmo, riconoscere ai cittadini italiani ed europei,  potranno essere tali solo nella misura in cui essi potranno essere agiti efficacemente e celermente almeno dinanzi ai tribunali italiani ed europei. Ma, giacché, per fare ciò, si richiede che esistano una comunità informatica europea, un’intelligence europea, una rete telefonica europea, un web europeo, senza che, in questa mondo informatico europeo, possano continuare a dominare soggetti giuridicamente obbligati, direttamente o indirettamente, al rispetto delle regole, opposte, che vigono negli Stati Uniti, tutte le azioni politiche che si limitassero a sancire dei diritti senza fornire nello stesso tempo strumenti di difesa contro quei comportamenti sarebbero delle pure ‘gride manzoniane’, alle quali siamo purtroppo abituati, ma delle quali non abbiamo certamente bisogno in questo momento di vera e propria implosione della cultura, della società e dell’ economia europee.

L’”Habeas Corpus Digitale Europeo” approvato dal Parlamento europeo   il 12/3/2014 , documento d’indirizzo che dovrebbe essere preso in seria considerazione da tutti i legislatori nazionali, aveva il pregio di considerare quest’ottica globale. D’altra parte, anche il Presidente designato della Commissione, Jean-Paul Juncker, ha inserito, fra le priorità sue e della nuova Commissione, la creazione di nuovi posti di lavoro attraverso il Web. Infine, le Nazioni Unite e l’ UNESCO hanno avviato embrionali attività, che andrebbero accelerate e rafforzate.

Se, come pare, l’ Italia intende, giustamente, in quanto Paese che presiede in questo momento l’ Unione Europea, proporre all’Unione Europea un testo su cui lavorare, deve porre al centro  della nuova legislatura europea due questioni:

– una disciplina internazionale del principio di precauzione, volta a monitorare tutte le nuove tecnologie (informatiche, spaziali, chimico-fisiche, biotecnologiche, neurobiologiche) per prevenire il RISCHIO ESISTENZIALE, vale a dire la distruzione del genere umano e/o la sua sostituzione con le macchine;

– un web europeo, comprendente: una cultura informatica europea, infrastrutture europee di comunicazione, un’ intelligence europea, un cloud europeo. Si allega questo proposito il Quaderno “Restarting EU Economy via Knowledge-Intensive Industries” .Quest’aspetto è di vitale importanza soprattutto per un’Europa, e soprattutto, per un’Italia, avviate lungo un impressionante pendio di declino. Il legislatore non può limitarsi all’ affermazione di generici principi generali, ignorandone le enormi, e potenzialmente positive, implicazioni concrete per il nostro Paese.

Discutendo con il Primo Ministro della Repubblica Popolare Cinese, che, realizzando ogni giorno nuovi successi nelle industrie digitali, costituisce l’antitesi positiva della crisi europea, si dovrebbe vedere ), per incominciare a costruire un Web italiano ed europeo, di stabilire delle sinergie con le ineguagliabili industrie cinesi del Web Baidu Alibaba e Qihoo 360 (che non solo sono riuscite ad erodere in pochi mesi business per molti miliardi di dollari ai concorrenti americani, ma anche hanno creato, sul mercato cinese, una concorrenza vivissima, quale certo non esiste in Occidente.

Di fronte alle dimensioni delle sfide in essere, la Costituzione del Web, così pure il Marco Civil Digital brasilano a cui essa s’ispira, non possono che rivelarsi insufficienti. E, tuttavia, anche   limitandoci, per ora, ai diritti costituzionali all’ interno del Paese (e, in un domani, dell’ Europa),  si dovrebbero almeno trattare alcune questioni come:

– il web e l’eccezione culturale;

– il web e l’antitrust;

– il diritto penale e il web;

– il diritto fiscale e il web;

– il “cloud europeo”.

Quanto al primo punto, dovrebbe venire chiarito che il Web fa parte a pieno titolo della cultura di un Paese, e, pertanto, ad esso non si applicano i principi giuridici, nazionali o internazionali, in materia di commercio di merci.

Quanto all’ Antitrust, le procedure attualmente in corso contro Google dimostrano che l’Antitrust è inefficace per tutelare contro il potere dominante delle multinazionali informatiche, le quali influenzano, prima ancora della concorrenza, addirittura la struttura esistenziale dei cittadini, i vertici dello Stato, l’insieme delle imprese nazionali e internazionali. Occorrerebbe almeno incominciare a sancire principi costituzionali nuovi in questa materia, che colpiscano anche questo potere sociale.

Quanto al diritto penale, dev’essere chiaro che la violazione dei diritti dei cittadini italiani è comunque un reato per l’ordinamento italiano (e/o europeo). Se “profilare” gli utenti viola il diritto alla privacy, se intercettare senza il mandato della Magistratura viola il diritto alla segretezza della corrispondenza, allora i corrispondenti reati debbono essere perseguiti dal diritto penale italiano(e/o europeo), con sanzioni graduate per casi singoli, casi ripetuti, violazioni sistematiche, violazione di segreti commerciali, politici o militari, e i responsabili debbono essere processati e condannati anche se residenti all’ estero(e/o dell’ Unione Europea).

Quanto al Diritto fiscale, debbono essere stabiliti chiari principi di individuazione del luogo dove si genera il reddito tassabile, per evitare l’attuale elusione generalizzata.

Quanto al “Cloud Europeo” dev’essere chiaro che l’unico strumento efficace per impedire molte delle violazioni di cui sopra è rendere obbligatorio che i dati degli Europei siano custoditi in territorio europeo, sotto il controllo del diritto europeo e dei giudici europei. Questo creerebbe anche, tra l’altro, un enorme incremento di posti di lavoro nel nostro territorio. E se poi si ritenesse che la professione informatica della UE non sia ancora pronta per un simile compito, la Svizzera ha già offerto la propria collaborazione

Utilizzando l’opportunità che  è stata offerta a tutti i cittadini, di intervenire sulla nuova proposta di legge,  presenteremo un nostro intervento definitivo, i nostri due “Quaderni” citati in precedenza (“Habeas Corpus Digitale” e “Restarting EU Economy”, che si allegano).

Costituendo, il tema della democrazia digitale, la radice profonda del nostro impegno esistenziale, culturale, civile ed imprenditoriale, la nostra azione su questi temi è totale. La nostra Casa Editrice Alpina sta pubblicando una serie di e.book su questi temi. Abbiamo già coinvolto a questo proposito i vertici dell’ Unione e l’ industria digitale nazionale.

Riccardo-Lala

Ci accingiamo perciò a predisporre, con il supporto della Società Civile,  un intervento circostanziato sulla bozza del Progetto, che inseriremo nel Vostro sito come contributo al testo in preparazione.

RingraziandoVi anticipatamente per l’attenzione,

Distinti saluti,

per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Riccardo Lala

Ucraina 2014: no a un’inutile strage

Ucraina 2014: no a un’inutile strage

(pubblicato su Articolo 3 Quotidiano online – clicca per leggere)

SolzhenicinLa Süddeutsche Zeitung del 18 settembre ha riferito con grande rilievo di minacce di Putin a Poroshenko (riportate a sua volta a Barroso) nei loro recenti colloqui circa la capacità, dandosene il caso, da parte dell’ esercito russo, di avanzare in Europa Centrale fino alle principali capitali nel giro di un paio di giorni. Indipendentemente dal se il fatto sia realmente avvenuto, esso dà il senso del clima drammatico di questi giorni, in cui, come ha affermato il Sommo Pontefice, è in corso una vera e propria Guerra Mondiale. Che altro sono, infatti, la guerra civile continua nell’ Africa subsahariana, in Libia e in tutto il Medio Oriente, la violenza generalizzata in Ucraina, la destabilizzazione sistematica dei territori ostili mediante “covert operations”, le uccisioni impunite con i droni, la mobilitazione, da parte di tutti gli Stati,  di infinite milizie private, le continue manovre militari in Europa Centrale e Orientale e in Estremo Oriente, la corsa a nuovi micidiali armamenti, come i missili ipersonici, i sommergibili superveloci e i cacciabombardieri di 6° generazione?

Il conflitto in Ucraina, per quanto importante per tutte le parti in causa, è solo uno dei tanti segmenti  di un conflitto ben più generalizzato, che oppone, da una parte, un “sistema occidentale” oramai chiaramente orientato verso una società globale sotto il controllo tecnocratico, e un insieme di Paesi afroasiatici e sudamericani che rivendicano le loro specifiche culture, nel nome delle quali non accettano di inserirsi nel “sistema globale”. Mentre la “leadership” del “sistema occidentale” sembra oramai assunta dal Complesso Informatico militare, che impone allo Stato americano la propria agenda, fondata sul postumanismo,  sul controllo totale e sull’ “ideologia gender”, la resistenza antiglobalistica trova il suo nocciolo duro in una Cina che è passata, in 50 anni dagli eccessi messianici  della Rivoluzione Culturale a una sostanziale rivalutazione della società cinese tradizionale.

Qualcuno ha affermato che il conflitto attuale è più grave che non quello dei tempi della “Guerra Fredda”. Infatti, quest’ultima si svolgeva fra due forze che condividevano un orizzonte “modernistico”, di passaggio dalla società contadina a quella industriale. Oggi, si sfidano due prospettive della postmodernità che divergono in modo sempre più sostanziale: da un lato, la sostituzione dell’ uomo con le macchine, dall’ altro il rilancio di un umanesimo fondato su virtù “tradizionali”(i “valori asiatici”). Ambedue le tendenze hanno i loro profeti: per il Direttore di Google, Ray Kurzweil, l’Umanità non sopravviverà come tale oltre il 2100(sostituita dal software),mentre, per il sociologo inglese Martin Jacques, “la Cina governerà il mondo” fra qualche decennio.

L’Europa e la Russia si trovano nel mezzo di questo storico conflitto e sono sempre più condannate a prendere posizione. Ricordiamo soltanto che l’ Unione viene “stiracchiata” fra gli USA e la Cina per la firma di due paralleli, ma in fondo opposti, trattati commerciali, e che ambedue i Paesi fanno a gara ad acquisire quote delle nostre imprese (Alstom, Nokia, Volvo, PSA) come  pegni di alleanza. L’oscillazione dei rapporti fra Europa e Russia è stata  condizionata, fra l’altro, da questo più generale conflitto.

Ricordiamo, intanto, che, contrariamente a quanto avvenuto per gli altri grandi imperi europei, il “crollo dell’ Unione Sovietica” era avvenuto in modo assolutamente pacifico. Più che di un “crollo”, si dovrebbe parlare di una disgregazione. Infatti, nel momento stesso in cui le maggiori repubbliche avevano deciso, a Minsk, lo scioglimento dell’Unione, avevano creato, simultaneamente, una più elastica “Comunità di Stati Indipendenti”. A nostro avviso, l’elemento determinante di quella trasformazione era stato costituito dall’ abbandono del carattere rigidamente ideologico, di un’Unione che, già nella sua definizione, si qualificava come “socialista” e “sovietica” mentre i successivi Mercato Comune Eurasiatico e Unione Economica Eurasiatica raccoglievano l’ eredità dell’ Unione Sovietica , caratterizzandosi però per il fatto di avere imitato, addirittura pedissequamente, il  Mercato Comune Europeo e l’ Unione Europea, inserendosi, così, perfettamente nell’ idea del Movimento Federalista Europeo di un Federalismo Mondiale. La partecipazione, tanto dei Paesi Membri della UE, quanto di quelli della Confederazione di Stati indipendenti, al Consiglio d’Europa e all’ OCSE avrebbe dovuto garantire la cooperazione, e la successiva integrazione, fra le due aree.

1.Il tradimento del “Dissenso” e della “Casa Comune Europea”

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Purtroppo, le promesse che erano state all’origine di quella trasformazione erano state poi tradite, non già dagli “ex-sovietici”, bensì dall’ Occidente.

Già nel 1956, al momento della “destalinizzazione”, Sol’ženicin aveva lanciato il forte messaggio di una Russia profonda, tradizionale e religiosa, che non si era mai piegata alla dittatura di Partito; tuttavia, mentre Sol’ženicin era divenuto famoso in Russia, proprio in Occidente  veniva oscurato e isolato. Anche l’idea di Ivanov-Razumnik, di un’ Europa che “respira con i suoi due polmoni”, ripresa energicamente da Giovanni Paolo II, veniva stravolta e contraddetta da una Polonia sempre più lontana dagli ideali di Solidarność, la quale aveva aderito pedissequamente a quel capitalismo che lo stesso Pontefice aveva definito come “una struttura di peccato”. Neppure l’URSS di Gorbaciov veniva aiutata a costruire la “Casa Comune Europea” (ch’essa proponeva sulla falsariga del Consiglio d’ Europa e dell’idea di Mitterrand di una “Confederazione Europea”), bensì fatta crollare con il rifiuto di un serio aiuto economico. Al Parlamento Europeo, El’cin non veniva neppure lasciato  parlare, mentre l’ Occidente fomentava la disgregazione della ex-Jugoslavia e sosteneva politicamente l’aggressione dei guerriglieri islamici internazionali wahhabiti all’ Inguscezia e al Daghestan, “vendutaci” come una guerra d’indipendenza del popolo ceceno. Infine, si demonizzava un Putin che, per la prima volta in Russia, si reggeva su un Parlamento democraticamente eletto e funzionante; si negavano alle minoranze russofone o russofile i normali diritti,e si sostenevano finanziariamente movimenti antirussi nelle Repubbliche e perfino in Russia.

Nonostante tutto ciò, ancora nel 2006, in occasione delle celebrazioni dei 50 anni dell’ Unione Europea,  Putin, unico fra i Governanti europei, aveva rivendicato orgogliosamente, sulla prima pagina de La Stampa di Torino, il suo essere europeo in quanto pietroburghese, e aveva lodato l’Unione Europea come il massimo successo politico del 20° Secolo. Lo stesso Putin, dinanzi alla Confindustria tedesca (BDI), si era proposto di completare l’unificazione europea, così come Kohl aveva completato quella tedesca. Non parliamo di molti anni di cooperazione con la NATO e con gli Stati Uniti per la lotta al terrorismo, culminati con la Partnership Russsia-NATO, suggellata nel 2004 a Pratica di Mare.

Come risposta, l’Occidente, lungi dal far partecipare la Russia alle sue attività, e regolamentare almeno in modo ragionevole le questioni più urgenti, come quelle dei sistemi antimissile e dei visti, organizzava l’aggressione georgiana all’ Ossezia del Sud, massacrando senz’alcuna ragione la popolazione di Tskhinval.

Infine,  nell’ultimo anno, proprio mentre si preparavano e si svolgevano le Elezioni Europee, i rapporti fra l’Europa Occidentale e l’Unione Eurasiatica non facevano che deteriorarsi. Non dimentichiamo infatti che, proprio mentre si stava organizzando la firma del Trattato Istitutivo dell’ Unione Economica Eurasiatica, sopraggiungeva la polemica, in gran parte strumentale, con cui era stata lanciata, dagli Stati Uniti, una campagna per  il boicottaggio delle Olimpiadi di Soci, motivata da presunte leggi omofobe della Russia: una campagna talmente pretestuosa, che, non appena si sono trovati argomenti più sostanziosi per contendere, vale a dire l’annessione della Crimea, la rivolta del Donbass o l’abbattimento del Boeing malese, è stata immediatamente abbandonata.

E, in effetti, è sempre stato tipico del “Russia Bashing” (la “denigrazione della Russia”),il fatto di proseguire nei secoli senza curarsi dei mutati scenari : Ivan il terribile era troppo accentratore; Alessandro  I troppo idealista; Stalin troppo crudele; Gorbačëv troppo generoso; E’lcin troppo debole, e così via…. Come avrebbe detto una volta Prodi a Putin, il vero problema è che “la Russia è troppo grande”…Ma, purtroppo, la Russia esiste, è incuneata fra la Finlandia, la Svezia, la Lituania, la Polonia, l’Ucraina,il Caucaso…per non parlare dell’Artico, dell’ America e della Cina! Di conseguenza, è uno degli aspiranti naturali alla leadership sull’ Europa, non diversamente dalla Germania, dall’ Inghilterra e dalla Francia. L’ideale, per qualcuno,  sarebbe perciò, quello di spezzettare ulteriormente la Russia, con la Ciscaucasia e gli Urali mussulmani e una Siberia autonoma, e di restituire le industrie energetiche agli oligarchi, in modo da poter integrare questi scampoli impoveriti e indeboliti nell’ Unione Europea come soggetti passivi, così come le ex repubbliche jugoslave.

2.La Russia, epicentro di un  “Nuovo Conservatorismo”?

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D’altro canto, da parte della Russia, la sfida è stata non solo accettata, bensì anche rilanciata. Visto che la Russia occidentalista e dimessa di Gorbaciov e di El’cin non era stata ammessa nel “salotto buono” dell’ Europa, e, tanto meno, nella UE, l’opinione pubblica, la cultura, la politica e, per ultimo, la presidenza stessa , della Russia, hanno sviluppato negli anni una dottrina che possa dare alla Russia una ragion d’essere in questa fase di attesa dell’auspicata integrazione. La questione non è nuova. Già all’ inizio del XX° Secolo, il poeta Alexandr’ Blok aveva formulato la questione  con rara efficacia, concludendo con una retorica domanda all’ Europa:“Per l’ultima volta rifletti, vecchio mondo/all’abbraccio fraterno di lavoro e di pace/Per l’ultima volta ti chiama questa barbara lira al luminoso abbraccio fraterno!”.

In sostanza, i Russi sono tornati alla visione “Eurasiatica”, cara agli Slavofili e all’emigrazione “bianca”, secondo cui la Russia non sarebbe, né europea, né asiatica, bensì l’erede dell’ impero intercontinentale di Cinghis Khan, esaltato da Marco Polo. In tal modo, però, essa è anche il tramite, verso l’ Europa, dei “Valori Asiatici”. Essa tende automaticamente, da un lato, a imitare la Cina, e, dall’ altro, a influenzare gli Europei.

Nel discorso del 13 Dicembre del Presidente Putin sullo Stato della Federazione, da un lato, si confermava l’ostilità del Presidente alla “cultura gender”, e, dall’ altro, si preannunziava la nascita dell’ ampia convergenza, intorno alla Russia, de movimenti conservatori europei. Convergenza che è poi effettivamente avvenuta, con precise prese di posizione a favore della Russia di movimenti anche molto diversi fra di loro, come per esempio lo UKIP inglese, il Front National francese, FIDESZ e gli Yobbik ungheresi, la Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d’Italia (oltre che di partiti di altro orientamento, come per esempio il Movimento 5 Stelle), nonché con l’affluire, nel Donbass, di volontari europei filorussi (il battaglione “Continente Unito”), che controbilanciano quella dei volontari filo-ucraini che si arruolano nelle truppe speciali di Kiev .

Divenivano così, almeno parzialmente, più chiare le ragioni del contendere fra la Russia e l’ “Occidente”. Queste sono, come accennato, solo parte del conflitto più vasto fra le “lobby” tecnocratiche occidentali e le tendenze culturali di fondo dell’ Asia, dell’ Africa e dell’ America Latina, anche al di là dei BRICS. Mentre l’”Occidente”, sospinto dall’industria informatica e dalle élites “liberal”, persegue una globalizzazione livellatrice, preludio di una rivoluzione biopolitica volta a travolgere le tradizioni dell’ “Umano naturale”, i grandi Paesi dell’ Asia, indipendentemente dalle loro radici culturali e religiose, propendono invece per la difesa di tradizioni e diversità. Con il ritrarsi della grande ondata modernistica del XX Secolo, si riaffacciano colà le tradizioni religiose e filosofiche, e si rivaluta la continuità culturale dei grandi Imperi: cinese, giapponese, indiano, islamico, incaico, ispanoamericano; Confucio,  Maometto, Shivaji, De Las Casas, Perón.

La Russia, posta, com’è, a cavallo fra la Russia e l’ Asia, non può fare a meno di  partecipare a questo dibattito, che, tra l’altro, è in corso in Russia con esiti non ancora ben definiti. A cui, infine, non sono neppure estranee, seppur volendolo, le nazioni confinanti con la Russia, che pure hanno spesso avuto, con quest’ultima, intermittenti contenziosi. Così, per esempio, l’Ungheria ha eliminato, dalla sua costituzione, ogni riferimento alla “repubblica”; ha sancito costituzionalmente il carattere eterosessuale del matrimonio; ha riabilitato l’Ammiraglio Horty; ha riaffermato la sua simpatia non solo per la Russia, ma anche per “i popoli turanici”. Ma perfino l’Ucraina, che si vorrebbe radicalmente alternativa alla Russia, si riallaccia ai Cosacchi, alla Confraternita Cirillo-Metodiana, alle organizzazioni ultra-nazionaliste della seconda Guerra Mondiale (cosa che ha suscitato non poche preoccupazioni, soprattutto dopo la strage di Odessa che ha riecheggiato sinistramente i pogrom di quella città).

Le lobby culturali e politiche dell’ Occidente, che hanno prosperato grazie miti dell’ irreversibilità del socialismo, e, poi, del liberismo, non possono non osservare con agitazione questi inattesi sviluppi, ed aggrapparsi più che mai al  loro sogno di un dominio tecnologico assoluto, che metta la loro egemonia al riparo da questa crescente marea.

3.Gli scontri e la rivolta

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Come noto, durante le Olimpiadi , il movimento dell’ Euromaidan, tradizionalista quanto e più dello stesso mainstream culturale e politico russo e dell’ Ucraina Orientale, ma sostenuto, per i motivi di cui sopra,  dalle lobby occidentali, riusciva a ottenere, con la violenza di piazza, la fuga del Presidente ucraino in carica e l’adozione d’urgenza di una nuova legislazione antirussa che, a sua volta, propiziava la secessione della Crimea e la rivolta nel Donbass. Si arrivava così alla guerra civile in Ucraina e alle sanzioni occidentali contro la Russia.

Nella sua paradossalità, la situazione così creatasi costituisce un esempio eloquente dell’insufficienza dell’attuale costruzione europea. L’Unione Europea e l’ Unione Eurasiatica, fondate sugli stessi principi e raggruppanti i Paesi del Consiglio d’ Europa e dell’OCSE,  anziché cooperare fra di loro, come deriverebbe dai loro atti costitutivi, si considerano oggi come due blocchi ideologici e militari contrapposti, e tentano reciprocamente di destabilizzarsi, per “rubarsi” reciprocamente gli Stati Membri. Così, i Paesi dell’Europa Centro-Orientale, dal Golfo di Finlandia al Mar Caspio, che potrebbero e dovrebbero costituire una “cerniera” fra le due Unioni, dove dovrebbero trovare collocazione (in città piene di significato storico e simbolico, come Riga, Königsberg, Danzica, Varsavia, Cracovia, Budapest, Kiev, Odessa, Baku),  delle istituzioni comuni, sono divisi da feroci odi civili e sono sempre sull’orlo di una guerra civile (Armenia contro Azerbaidzan, Moldova contro Transnistria, Georgia contro Abkhazia, Khadyrovcy contro wahhabiti, baltici e ucraini occidentali contro russofoni locali, polacchi contro russi, serbi contro mussulmani, sunniti contro shiiti, ecc..) .

Eurasia 2

4. La messa in forse della pace in Europa

Intanto, gli Stati Uniti, che ben poco hanno a che fare con le dialettiche interne dell’ Europa, intervengono invece pesantemente in fatti come la formazione del Governo Ucraino, la guerra civile in Ucraina, ma perfino i referendum in Inghilterra. Le divisioni interne fra gli Europei (fra i Paesi dell’ Europa Centrale e Orientale e i Russi, fra le maggioranze cosiddette “titolari” e le minoranze etniche, fra l’ Europa Continentale e il Regno Unito, fra l’ Europa Settentrionale e quella Meridionale) paralizzano i relativi processi decisionali.

Il caso dell’ Ucraina dimostra poi anche che, come un po’ tutti stanno oramai rilevando, la pretesa dell’ Unione Europea di avere costituito la base della pace in Europa sta oramai mostrando parecchio la corda, giacché risulta oramai evidente anche nei fatti di tutti i giorni che ciò che mantiene la pace fra l’ Europa Occidentale e la Russia è ancora la “mutua distruzione assicurata” garantita dai missili nucleari russi e americani (e dalle nuove armi come i “Glider” spaziali). E, infatti, non appena si esce dalle “linee rosse” tracciate dalle Grandi Potenze, la guerra ricomincia, eccome, come è avvenuto nei Paesi Baltici, in Ucraina e in Grecia dopo la IIa Guerra Mondiale, a Cipro negli Anni ‘70, nel Caucaso, in Moldova, nella ex-Jugoslavia alla fine del secolo scorso, e, ora, in Ucraina. Non per nulla i vari Paesi sono entrati, prima, nella NATO, e, poi, nell’Unione Europea.

Quelle “linee rosse” sono così essenziali per l’equilibrio mondiale, che la guerra in Europa Centro-Orientale può trasformarsi in ogni momento in una guerra totale. Basti pensare alle infinite esercitazioni, anche nucleari, effettuate, negli ultimi mesi, tanto dai Russi e dai Cinesi quanto dagli Americani, dai Baltici, dai Balcanici, dai Giapponesi, Coreani, Filippini… e Italiani, in tutte le regioni della Russia, nel Baltico, nel Mar  Nero e nel Mar della Cina.  Come  ha affermato su Limes il sottosegretario Pistelli, “Nella terza guerra mondiale noi Italiani siamo in prima linea”.

Manovre-NATO

5. Concreti passi nella direzione della III Guerra Mondiale.

Ricordiamo soprattutto che, nello scorso Luglio, come rivelato dalla catena televisiva cinese CCNTV, la Marina Militare Italiana ha inviato, senza per altro dirlo a nessuno,  due sue navi, insieme a quelle americane, a fronteggiare nel Mar Nero la flotta russa. L’8 maggio scorso, poi, l’Arma Missilistico-Spaziale Russa aveva addirittura simulato, alla presenza dei Presidenti dell’ Unione Eurasiatica, l’abbattimento di missili nucleari americani lanciati contro la Russia. Infine, la presenza di combattenti americani e polacchi nell’ esercito di Kiev, e di quelli di tutta Europa nel battaglione “Continente Unito” del Donbass, come pure di ben 500 Inglesi nell’ esercito dell’ ISIS, e, infine, la recentissima proposta di Cameron di un corpo d’armata internazionale contro il Donbass, dimostrano che sta avviandosi la quarta fase della Guerra Civile Europea di cui parlava Ernst Nolte. La prima era stata quella fra i rivoluzionari e le monarchie europee nel 700-800; la seconda quella fra l’Intesa e gl’Imperi centrali (la “Prima Guerra Mondiale”); la terza quella fra l’Asse e le Nazioni Unite (gli “Alleati”). Quest’ultima è la guerra fra il Complesso Informatico-Militare occidentale e le forze anti-globalizzazione dell’ Eurasia.

Anche in quest’ultimo caso, i venti di guerra in Europa sono solo un’ eco di ben più inquietanti sviluppi in Estremo Oriente, dove , in risposta al “Pivot to Asia” di Obama e della linea revanscista del Governo giapponese, l’Esercito Popolare Cinese sta approntando una panoplia di armi micidiali che non hanno corrispettivi in nessun altro Paese, e che stanno ponendo fine alla “Mutua Distruzione Assicurata”: dai missili ipersonici ai cacciabombardieri di 6° Generazione.

Intanto, in Europa, mentre l’Occidente è in preda a un’isteria anti-russa, per cui qualunque male, o preteso tale, dall’omofobia alla caduta dell’ aereo malese, viene attribuito a Putin,  l’esercito ucraino sta bombardando ininterrottamente le città del Donbass, mietendo migliaia di vittime, con centinaia  di migliaia di civili fuggiti in Russia-. In questo Paese, le più svariate organizzazioni invocano, e comprensibilmente,  politiche più energiche contro l’ Occidente, come la rivendicazione, da parte di Žirinovski (più di 10% di voti alla Duma di Mosca), di tutte le infinite terre dell’ex Impero zarista; il ritorno, chiesto da Dagtariev,  alla bandiera monarchica; il divieto, proposto dal Maresciallo Šojgu, del negazionismo consistente nel non riconoscere il ruolo dell’ esercito sovietico nella vittoria sul nazismo.

Infine, la guerra commerciale fra Russia e Occidente sta distruggendo quel poco che resta della decaduta prosperità europea, permettendo all’America di imporci il TTIP e alla Cina e agli Emiri arabi di acquistare le nostre industrie strategiche, mentre i Governi, gli economisti e le imprese non sanno neppure che cosa dire per nascondere le vere cause della nostra rovina.Che non viene certo scongiurata dalle timide e tardive manovre della BCE.

5. Il ritorno dello “spirito del 1914”

Ossario-guerra-di-CrimeaLe similitudini con il 1914 sono impressionanti. Perfino all’ interno del Parlamento Europeo, lo scontro fra parlamentari antirussi e filorussi è stato così forte, da aver fatto parlare a qualcuno di uno “spirito del 1914”. E, in Bosnia, mentre a Sarajevo si celebrava l’ Arciduca Ferdinando, a Sarajevo Est, commemoravano Gavrilo Princip, a Banja Luka, Nicola II e, a Višegrad, Ivo Andrić.

Questo singolare “ritorno al 1914” ci obbliga a riflettere criticamente sul nostro passato, ben più approfonditamente ed energicamente di quanto stiano facendo la cultura e la politica “mainstram”. E non solo sulle frenesie nazionalistiche di un Mann, di un Churchill, di un Croce, di un Marinetti, dei partiti socialisti, e perfino di Don Sturzo e di  Murri; non solo sull’opportunismo di Mussolini che, da antibellicista, divenne interventista per effetto dei fondi segreti del Parlamento Inglese, con i quali finanziò il suo “Popolo d’ Italia”; ma anche e soprattutto all’impotenza dell’imponente  schieramento antibellicista, composto dalla Chiesa, dalle Case Regnanti (tutte imparentate fra di loro e minacciate dall’ ondata plebea dell’ interventismo), dagl’intellettuali elitari mitteleuropei (“die guten Europäer”, come Stefan Zweig, Romain Rolland e Bertha von Suttner). Nonostante la forza delle potenze internazionali che volevano la guerra, quel fronte avrebbe potuto imporre la pace, se non altro facendo leva sui residui poteri dinastici e sul prestigio sociale ancora intatto di Papi, Imperatori e “gentlemen”. Papa Benedetto XV aveva parlato di “Inutile Strage”; Nicola II aveva tentato di evitare la guerra con il ricorso al Tribunale internazionale dell’ Aia, da lui ideato e promosso; Rolland aveva scritto il più famoso “romanzo pacifista”, Jean-Christophe e il “pamphlet” antimilitarista “Au dessus de la melée”.

Oggi, contrariamente ad allora, il fronte del “no” alla guerra gode anche una sanzione democratica. Almeno in Italia, alle ultime Elezioni Europee, l’insieme dei partiti contrari alla Russia (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Movimento 5 Stelle, Lista Tsipras), ha totalizzato più della metà dei voti.  . E’ chiaro che l’attuale polemica contro la candidatura Mogherini è stata legata a questa problematica, e si spiega benissimo perché l’iniziativa della lettera aperta contro quella candidatura  sia stata orchestrata dal finanziere americano Soros.

6. Intervenire sulle nostre Autorità

Cetnici-serbiOltretutto, l’insistere sulle sanzioni reciproche con la Russia provocherebbe anche la definitiva catastrofe per un’economia europea, e, soprattutto, italiana, più traballante che mai. Le più recenti statistiche certificao l’impatto devastante già di ciò che è stato fatto, che ha portato ad un’ulteriore decrescita, per nulla frenata dal “Tlro” di Draghi. E, fra le ragioni di questa mancata ripresa, c’è proprio il fatto che, anziché rilanciare l’export verso i BRICS, qui (senza che i rafforzati scambi con la Cina possono fornirci tempestivamente un adeguato contrappeso) si contraggono invece gli scambi con il nostro principale partner commerciale. Con cui abbiamo joint ventures strategiche come quelle nei settori energetico, aerospaziale e della difesa. A questo punto, non ci resta che vendere tutto agli stranieri per fare disperatamente cassa: Avio, Alitalia, SNAM, SAIPEM, Indesit, Ilva, Telecom, più il 2,5% alla Cina di tutte le grandi quotate.

In realtà, un rilancio dell’ economia europea, e italiana in particolare, sarebbe possibile, a nostro avviso, solo sciogliendo i “lacci e lacciuoli” che ci legano all’America, e integrandoci, ancor più profondamente di quanto stia avvenendo, con l’economia eurasiatica in pieno boom. Una riedizione, per altro, delle scelte che erano costate la vita a Enrico Mattei.

Il Presidente ucraino Poroshenko e quello russo Putin si sarebbero accordati, nei giorni scorsi, su un “Piano in 12 Punti” per la pace in Ucraina, basato sul cessate il fuoco e la nuova legge ucraina sull’autonomia del Donbass. Auguriamo tutto il successo possibile, anche se notiamo che, a oggi, “la tregua non regge”, ma, soprattutto, che manca un quadro d’insieme che motivi veramente russi e ucraini a percorrere una strada pacifica, anziché quella militare. Tra l’altro, avvicinandosi l’ inverno, si sta per aprire, come tutti gli anni, il fronte del gas, e la Russia sta inoltre minacciando nuove sanzioni, contro le industrie automobilistica e aerospaziale.

A questo punto, la cosa più urgente sarebbere  scendere in piazza per incitare il nuovo Alto Commissario alla Politica Estera e di Difesa, Federica Mogherini, a lanciare immediatamente un percorso di pace europeo, che valga almeno per l’ Europa Orientale e per il Medio Oriente, capace di disinnescare i conflitti in corso.Esso, a nostro avviso, dovrebbe essere fondato sui seguenti punti:

i)un congresso permanente delle culture e delle confessioni religiose dell’Europa e del Medio Oriente, destinato ad appianare a monte, con il dialogo, i maggiori conflitti (“l’ONU delle Religioni”, lanciata recentemente dall’ ex Premier israeliano Shim’on Perez);

ii)lo spostamento dell’ OCSE e del Consiglio d’ Europa a Kiev, che diverrebbe così la capitale di un’ Eurasia pacificata, così come avrebbe dovuto significare il termine “Euromaidan” (che è medio-orientale);

iii)la garanzia internazionale della neutralità dell’ Ucraina, della Moldova, della Georgia, dei Balcani Occidentali e del Medio Oriente;

iv)la federalizzazione dell’Ucraina, della Moldova e della Georgia;

v)la concentrazione delle rappresentanze al Consiglio d’ Europa e all’ OCSE sull’Unione Europea e dell’ Unione Economica Eurasiatica;

vi)un’Associazione del Medio Oriente con l’ Unione Europea, sulla falsariga dell’ Accordo di Lomé;

vii)la garanzia effettiva degli standard europei dei diritti delle minoranze, tanto nella UE, quanto nell’ Unione Eurasiatica che in Medio Oriente.

Solo così l’Italia e l’ Europa dimostrerebbero, al contempo, di essere depositarie di una visione del futuro, di saper prendere il controllo dei grandi movimenti internazionali e di essere fermamente intenzionate a porre sotto controllo gli sviluppi distruttivi della globalizzazione.

L’e.book “UCRAINA 2014, No a un’inutile strage”, della Casa Editrice Alpina, a cura dell’ Associazione Culturale Diàlexis”, è in vendita presso UltimaBooks (http://www.ultimabooks.it/ucraina-2014).

Essa fa parte della serie “Quaderni di Azione Europeista” (http://www.ultimabooks.it/search/result/?q=Alpina+srl), che trattano, in forma snella e con un approccio anticonformistico, argomenti di politica, cultura ed economia europee.